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Il Torino che riportò il tricolore a casa

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 15 maggio 2026, 14:59
Il 16 maggio 1976 al Comunale di Torino non si aspettava soltanto l’ultima partita di campionato. Quella stagione era stata così intensa da portare le due antagoniste per la vittoria finale, racchiuse nell’alveo della città della Fiat, a un solo punto di distanza una dall’altra. A novanta minuti dalla fine, i granata avevano uno spazio risicato da difendere nel rush finale definitivo, che avrebbe messo a dura prova la fibra dei tifosi e i rapporti tra familiari e amici che guardavano il Po da angolazioni opposte. Si aspettava qualcosa di grande, così importante da non avere forse nemmeno la forza di sperare che potesse realizzarsi. Al Comunale arrivava il Cesena a mettersi in mezzo tra il Toro e lo scudetto, che dalle sue maglie era sparito per sempre come gli eroi periti a Superga. A Perugia giocava la Juventus, nell’estremo tentativo di agguantare un titolo che, ai primi di marzo, sembrava già in tasca: due campi lontani, migliaia di radioline accese le cui voci enfatiche rimbalzavano tra gli spalti dello stadio, le case e i bar di una città non abituata, a differenza di Milano, a vivere il campionato come un derby che dura tutto l’anno.

La partita
Il Torino di Gigi Radice era padrone del proprio destino, ma quel singolo punto di vantaggio sui cugini, abituati alla vittoria come lo sono due coniugi a condividere la stessa casa, non costituiva un margine rassicurante. Quella partita contro il Cesena, che in modo sinistro vestiva gli stessi colori della Vecchia Signora, era un derby a distanza che portava l’elettricità e i timori di una vera stracittadina. Fu Paolino Pulici, al 16’ della ripresa, a sbloccare il risultato dopo una notte insonne, firmando il ventunesimo gol del suo campionato e consegnando al Comunale la sensazione che la porta della festa si fosse finalmente aperta. Già, perché da Perugia arrivava la notizia che Renato Curi aveva battuto Zoff, la Juventus era sotto, e a quel punto per i bianconeri non c’era più niente da fare. La felicità senza ostacoli, però, quella concessa alla nobiltà per diritto divino, non è nel DNA granata. Forse fu per questo che, al 25’ della ripresa, dopo un’incomprensione con Castellini, Mozzini mandò il pallone nella propria porta e il timore di non farcela si fece nuovamente minacciosa all’orizzonte di un Comunale che ondeggiava tra paura e desiderio.

Ma quello era l’anno del Toro: la Juventus a Perugia non si risollevò e la festa granata poté esplodere in una gioia quasi incredula che si ripiegava nella commozione del ricordo di coloro che, ventisette anni prima, per l’ultima volta avevano ornato del tricolore quelle maglie intrise di sofferenza. Vincere il campionato, certo, non significava che il Grande Torino fosse tornato. Quella del 1976 era un’altra squadra, con un’identità diversa, nata in un altro Paese, dentro un’altra città e un altro calcio. Era un gruppo costruito pezzo per pezzo da Orfeo Pianelli con una continuità di scelte che seppe portare, nel tempo, solidità, identità e, infine, la capacità di competere con la Juventus degli Agnelli.

I protagonisti
Radice, arrivato nell’estate del 1975, era stato il tassello decisivo capace di dare una fisionomia netta, chiaramente individuabile a quel collettivo. Il suo Torino era corto, battagliero, capace di pressare alto e di muoversi insieme, tanto da ricordare, in certi momenti, il calcio totale degli olandesi. In un campionato ancora abituato alla prudenza e al gioco di rimessa, i granata aggredivano gli avversari costringendoli a giocare con meno tempo e meno ragionamento. Il pressing, parola oggi consumata dall’uso, allora posizionava il Toro in un’avanguardia calcistica alla quale in pochi appartenevano, nella quale l’aveva posizionato quell’allenatore che, a fine match, era arrabbiato per la mancata vittoria: “Mi spiace per questa partita che oramai era sbloccata” disse ai cronisti che per primi lo intervistarono al fischio finale di Torino-Cesena. I giocatori furono ovviamente decisivi nel dare concretezza alle idee del tecnico. Il Giaguaro Castellini, con la sua agilità e la sua grinta, dava sicurezza tra i pali; Claudio Sala era il poeta del gol, l’ala destra che dribblava fin sulla linea di fondo per disegnare cross sui quali, in perfetta alternanza, si avventavano implacabili i gemelli del gol Pulici (capocannoniere del campionato con 21 reti) e Graziani, autore di 15 realizzazioni. In mezzo al campo, Pecci, Zaccarelli e Patrizio Sala garantivano ragionamento, equilibrio e corsa. Era, quella, una squadra che, tramite l’organizzazione collettiva, combinava qualità e fatica, riuscendo a trasformare il sentimento in rendimento.
Torino e il Toro
In una città che stava uscendo dal ciclo espansivo del boom economico, con le fabbriche della Fiat ancora al centro del paesaggio ma già attraversate da segnali di crisi, con le tensioni politiche (il giorno dopo la fine del campionato si aprì il processo al nucleo storico delle BR) e le trasformazioni demografiche generate dai flussi migratori provenienti dal Sud Italia, la squadra granata offrì una forma di identificazione concreta. Il rapporto fra Torino e il Toro non può certo essere ridotto alla formula del popolo contro i padroni, anche se quella rappresentazione continua ad avere un peso nell’immaginario collettivo. Bisogna andare a riprendere il commento di una penna raffinata come quella di Giovanni Arpino per trovare il senso più pieno del rapporto tra le due squadre torinesi e la città. Così scrisse su La Stampa del 17 maggio:” La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un «esperanto» anche calcistico. Il Toro è gergo”. La Juventus, legata alla famiglia Agnelli, portava con sé un’idea di potere, di continuità vincente e di proiezione nazionale; il Torino custodiva un legame più intimo con la città, con la sua memoria sabauda, con una fedeltà che spesso sembrava avere bisogno della sconfitta per riconoscersi meglio. Con lo scudetto del 1976 questo schema trovò una variante, perché il Toro, con quell’affermazione, non chiese più soltanto amore e resistenza al suo pubblico, ma riuscì, finalmente, a restituire una felicità rimasta unica in un lasso temporale che, da Superga a oggi, sembra tendere a infinito. Forse è per questo che quel titolo divenne una forma di racconto condiviso, perché ognuno poteva collocarlo dentro una memoria personale: il padre che aveva visto o sentito raccontare il Grande Torino, il figlio cresciuto con l’idea che il tricolore appartenesse ad altri, il tifoso che aveva imparato a misurare la propria fedeltà più sull’afflizione che sulla vittoria. Lo scudetto del Torino 1975-76 rimane un fatto particolare nella storia del calcio italiano. La conquista dell’ultimo tricolore granata fu il momento in cui il club seppe uscire dalla commemorazione del suo passato senza tradirlo, riportando la propria dimensione dentro al calcio moderno, una proiezione di appagamento all’interno di una città che stava entrando in una stagione complessa.
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