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Christian Manfredini: «In biancoceleste solo ricordi belli»

Paolo Colantoni/Edipress
Pubblicato il 13 aprile 2026, 13:08 (Aggiornato il 14 apr 2026 alle 13:17)
«Le esperienze con Lazio e Fiorentina sono imparagonabili per me. A Roma ho vissuto tanti anni, ho vinto due trofei, ho giocato la Champions League segnando un gol e ho condiviso lo spogliatoio con dei campioni eccezionali, riuscendo a ritagliarmi uno spazio importante. A Firenze sono stato solo sei mesi. Ma non dimenticherò mai la passione e il coinvolgimento del pubblico viola. Nonostante fosse un anno difficile».
Christian Manfredini ha vissuto anni importanti nella Capitale. Ha giocato nella Lazio di Roberto Mancini, composta da campioni eccezionali, ha vissuto gli anni della rinascita con Delio Rossi e giocato importanti sfide internazionali. «Sono arrivato in una Lazio in difficoltà, ma composta da giocatori che avevano fatto parte della squadra che dominava in Italia e in Europa. Ricordo che c’erano ancora Stam, Couto, Favalli, Simeone. Feci anche un paio di allenamenti con Nesta e Crespo prima che venissero ceduti a Milan e Inter. Nella mia seconda avventura invece era una Lazio meno forte: forse più vicina alle mie caratteristiche».
Il suo passaggio a Roma fu molto travagliato...
«Un inferno (ride, nda). Ricordo che la Lazio venne a Verona e chiuse l’acquisto di Oddo, che giocava con l’Hellas e il mio che ero al Chievo. Con Massimo l’accordo fu firmato a gennaio, io avrei dovuto aspettare la fine del campionato. C’erano un po’ di cose da sistemare».
Quali?
«La Lazio doveva chiudere delle cessioni importanti prima di poter fare degli acquisti, perché la situazione non era florida. Ma ci furono dei problemi: alcune cessioni vennero ritardate, altre non si concretizzarono e io rischiai di rimanere con il cerino in mano. Ricordo che si chiuse tutto il 30 agosto, ad un passo dal gong. E per me fu un problema…».
Per quale motivo?
«Perché da una parte si crearono delle aspettative troppo alte nei miei confronti. Poi, perché arrivai all’ultimo, un po’ sballottato ed entrai in uno spogliatoio di altissimo livello. L’esperienza fu bella, ma complicata. Diciamo che con il passaggio tra Chievo e Lazio ho fatto un po’ di fatica. Quindi i primi mesi furono molto difficili».
Il rapporto con Mancini?
«Buono, mi diede la possibilità di farmi notare. Di emergere: giocai tante partite dall’inizio, sia in campionato che in Coppa Italia e in Europa. Mi ricordo una gara a Belgrado tiratissima. In quel periodo poi nacque anche mio figlio e per me fu tutto un susseguirsi di eventi e di situazioni da affrontare. Alla fine, a gennaio venni mandato in prestito».
L’avventura in Spagna, all’Osasuna, partì in modo eccezionale. Con un gol al Real Madrid...
«E che gol (ride, nda) feci uno slalom incredibile».
Quante volte ha rivisto quelle immagini?
«Ancora oggi mi arrivano i link del club e dei tifosi che in corrispondenza con la data di quel gol mi rigirano i video e le foto. Quando fai un gol al Real Madrid e vinci la partita è un’esperienza indimenticabile. Ricordo che faceva un freddo allucinante. Una temperatura di meno due gradi. Io ero appena arrivato e non avevo neanche l’attrezzatura adatta: non avevo una maglia termica, una mezza tuta da mettere sotto. Sono arrivato, ho firmato il contratto e sceso in campo. Contro il Real dei Galacticos. Nel sottopassaggio incontrai dei campioni eccezionali. C’erano Zidane, Roberto Carlos, Figo, Raúl. Ronaldo, c’era Casillas. Fu una grande partita e sconfiggemmo quei mostri. Poi mi hanno detto che il Real Madrid a Pamplona ha sempre fatto un po’ di fatica, no? Perché il campo, lo stadio è attaccato come quello di Genova».
Nell’estate del 2004 il ritorno alla Lazio. Trovò Lotito…
«Quando tornai trovai una Lazio che era nelle mie corde. Anche se rimasero ancora dei giocatori fortissimi: Peruzzi, Negro, Couto. Lotito fu subito chiaro con noi e ci disse che avrebbe sistemato tutto in breve tempo e fu di parola».
Lei ha vissuto una situazione complicata con lui...
«All’inizio tutto andò bene. Io avevo capito certe spigolosità del suo carattere. Lui è un burbero, che vuole sempre avere l’ultima parola. Ma se lo sai prendere bene, diventa un uomo che mantiene le promesse e che lavora tanto. A me rinnovò il contratto: spalmandolo, trovando un accordo che andava bene per tutti. E mi difese da tante critiche. Poi ad un certo punto le cose cambiarono. Io avevo due anni di contratto e mi chiese di lasciarli. Avevo 36 anni e non mi sembrava una cosa fattibile. Provai a fargli cambiare idea: gli chiesi di venirci incontro, ma lui fu irremovibile. Io non potevo accettare di perdere due anni, già contrattualizzati. Alla fine rimasi due anni fermo, ma non persi nulla. Purtroppo su certe cose era intransigente. Anche Pandev e Ledesma ebbero problemi simili».
In campo però le cose andarono diversamente...
«Con Delio Rossi ho giocato tanto e fatto bene. Ottenemmo prima una qualificazione in Europa, poi ci qualificammo per la Champions League. Giocai in Champions, segnai un gol al Werder Brema e in palcoscenici importanti».
Segnò anche un gol indimenticabile...
«Quello di gluteo con il Palermo. Lo so che sembra assurdo, ma io ci andai apposta. Se riguardi quell’azione quando è partito il tiro, l’area del Palermo era piena e io potevo deviarla solo così. Era l’unico modo per provare a segnare. Ed andò bene: battute a parte, affrontammo quel Palermo che era una bella squadra ed eravamo sotto 2-0. Iniziammo a giocare e recuperammo, sospinti dal pubblico. I laziali ti danno una carica incredibile: il mio gol ribaltò il risultato».
Ma non fu l’unico...
«Il più bello fu in Coppa Italia con il Benevento. Mi gettai di testa su una palla in area. Fu un gol bello e difficile: quel giorno mi sono trasformato in Tommaso Rocchi (ride, nda). Alla fine la vincemmo quella Coppa Italia, battendo la Sampdoria ai rigori. Una grande soddisfazione».
Fu il commiato con Delio Rossi. Il tecnico che le ha dato di più?
«Sì, assolutamente. Ho avuto un buon rapporto con tutti, ma con il mister Rossi ho giocato tanto e con continuità. Io avevo la capacità di adattarmi a più ruoli. Mi mise mezzala, esterno, punta, trequartista. Sono stato avvantaggiato perché mi ha allenato anche al Genoa anni prima. Lì era molto più zemaniano come mentalità. Alla Lazio l’ho trovato diverso».
Cosa ricorda di quello spogliatoio?
«C’erano tante personalità forti, ma non potrò mai dimenticare Fernando Couto. Fuori dal campo una delle persone più buone, gentili e a modo che ho mai conosciuto: educato, discreto, quasi timido. In campo diventava un leone. Mi sono trovato molto bene con lui».

A Firenze l’esperienza fu più breve...
«Era una squadra in difficoltà, che stava provando a tornare in Serie A. Ricordo la città, la passione dei tifosi. In panchina c’era Cavasin, in campo Riganò, Di Livio, Cossato. Era una buona squadra ma non certo di livello eccezionale. Erano i primi anni dei Della Valle».
Che ricordo ha di loro?
«Li ho visti il giorno della firma del contratto, poi per gli auguri di Natale. Due bravissime persone: ottimi imprenditori, che secondo me alla lunga si sono pentiti di aver preso i viola, visto che sono stati contestatissimi. Nonostante il grande lavoro fatto».
Come Lotito...
«Lotito era contestato già quando giocavo io. Lo sarà sempre, soprattutto se certi aspetti del suo carattere non cambieranno: lui deve avere sempre l’ultima parola e sarà sempre o bianco o nero. Dal punto di vista dei risultati non ha fatto male: ha vinto trofei, si è ritrovato a giocare contro club molto più forti economicamente. Ma a volte non bastano solo i risultati».
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