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Si piegarono prima Ie mani di Toldo, poi il cuore cedette alla commozione. Indossava la maglia che lo avrebbe fatto vincere, finalmente, di lì a qualche mese; aveva di fronte quella che era diventata una seconda pelle, nelle nove stagioni precedenti, Gabriel Batistuta.

La sera del 26 novembre 2000 rappresenta uno snodo importante nella storia della stagione che avrebbe portato alla conquista del terzo scudetto della storia romanista. Roma-Fiorentina, vale a dire il nome di Batistuta che, già prima del fischio d'inizio, sintetizza i contenuti della sfida o, per meglio dire, li simboleggia. Poi va in scena la partita e la Roma di Fabio Capello, la cui trazione offensiva poggia sulla classe di Totti che agisce alle spalle di Delvecchio e, per l'appunto, di Batistuta, fa oggettivamente fatica contro i viola guidati da Fatih Terim, disposti con un compatto quattro - cinque - uno la cui manovra passa per i piedi di Rui Costa, direttore d'orchestra e primo violino al tempo stesso.

I settantamila dell'Olimpico, la cui spinta è stata costante e veemente sin dal primo giro di lancetta, una volta oltrepassata la linea d'ombra dell'ottantesimo minuto cominciano ad abituarsi all'idea che nulla e nessuno potranno svellere lo zero a zero dai tabelloni dello stadio. Centottanta secondi più tardi, vengono travolti dalla loro stessa esultanza, nei medesimi istanti in cui un centravanti lascia andare le lacrime, soffocato dall'abbraccio dei compagni, dopo aver colpito al cuore il suo passato. Dopo aver trafitto il suo stesso cuore, in un certo senso. Un campanile alzato da Zago, Guigou che appoggia di testa il pallone lateralmente, qualche passo indietro rispetto alla lunetta dell'area di rigore, Batistuta che carica il destro, per la detonazione di una traiettoria che porta in sé la vibrazione di una scudisciata e la spiovente inesorabilità di una parabola. Arcobaleno dell'uno a zero, a quel punto insperato, qualche minuto dopo definitivo. Subito dopo, piange: Batistuta il freddo, lo scostante, il pragmatico e, a giudizio di molti, lo spocchioso, si arrende alle proprie lacrime. Forse, anche, si sorprende, come qualche secondo prima s'era sorpreso Francesco Toldo, suo ex compagno, per il fendente che aveva intuito; sul quale aveva messo i guanti, scottandoseli prima che la palla bruciasse anche la rete. Un quarto di secolo fa: quel vantaggio al quale la Roma stessa quasi aveva smesso di credere è impossibile rammentarlo senza citare anche le lacrime di un uomo che sull'altare dell'ambizione aveva appena sacrificato il dispiacere della sua gente.

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