Leggi Guerin Sportivo
su tutti i tuoi dispositivi

Al "Cromwell Hospital" c'è un vecchio che ha chiesto un gelato. Sarebbe un particolare insulso, nonché comunissimo, se non fosse che si tratta di te, George Best e che non sei un vecchio. Hai soltanto cinquantanove anni, ma di te si vede oramai quello che resta. Non è moltissimo, onestamente; bisogna dire che se non avessi voluto farlo sapere, in pochi capirebbero di chi si tratta, attraverso la foto. Hai chiesto un gelato perché ne hai sempre mangiati, saranno stati migliaia, dal tempo in cui tua madre Anne lavorava alla fabbrica. Forse eri semplicemente troppo bello, George: ogni volta che incontravi il tuo viso riflesso pensavi che a te non sarebbe mai capitato, che non sarebbe mai cambiato il colore dei tuoi occhi, che non avresti mai avuto il viso gonfio, livido; non quelle orribili borse, quell'aria ebete, come quelli che incontravi nei pub, a cui sembrava che stesse per marcire la faccia. È stato un po' come per Dorian Gray, che in fondo non è un caso che l'abbia scritto un irlandese, anche se di Dublino. A ogni fischio d'inizio ogni vizio, ogni debolezza finiva su una tela nascosta in soffitta. Finché non arrivava qualcuno a togliere il velo.

Il gioco era stato il tuo sabato del villaggio: è la trovata di un poeta italiano, che non ebbe mai il problema di essere così bello, tutt'altro; però fece in tempo a descrivere un vincitore del gioco del pallone, come lo chiamava lui. Sosteneva che mentre stai pensando allo sballo che ti aspetta, il vero sballo lo stai già vivendo ed è così naturale che proprio per quello non te ne rendi conto. Quel poeta non poteva sapere che in First Division tu, George Best, avresti giocato quasi sempre di sabato, però ha parlato anche di te, senza saperlo; lui che non ebbe mai una donna per davvero e non seppe cosa si provi a schiacciare a tavoletta l'acceleratore di una Jaguar; perché è come se avesse raccontato che dopo una partita, quando comincia la serata in un club di quelli giusti e ben frequentati, uno comincia a bere un drink dopo l'altro, sempre più forti, come se il meglio fosse sempre di là da venire. Invece arrivava un'alba nebbiosa e se ci pensavi su un momento ti rendevi conto che danno più soddisfazione i tacchetti d'acciaio, lordi di fango, di uno stopper del Leeds, o del West Ham che ti rifila un calcione di quelli fatti bene, dopo averti dato ininterrottamente del figlio di puttana; perché quello è il momento in cui davvero cominciava la festa, perché stavi per rialzarti e sapevi che lo avresti fatto correre a vuoto per un paio di minuti buoni, per rimettere a posto le cose. È sempre stato questo il vero sballo, servito liscio, senza ghiaccio, al massimo qualche chicco di grandine, come in quei pomeriggi in cui l'erba spariva a chiazze e la terra era piena di buchi per tutti i tuoi girotondi.

Going on up to the spirit in the sky/It’s where I’m gonna go when I die/When I die and they lay me to rest/I’m gonna go on the piss with Georgie Best/: sulle note di "Spirit in the sky", di Norman Greenbaum: “Quando muoio e vado in cielo, avrò la possibilità di andarmi ad ubriacare con Georgie Best” - pensa ogni tifoso del Manchester United, quale che sia la sua età, che abbia fatto in tempo a vederti giocare dal vivo o se lo sia fatto soltanto raccontare. È il modo in cui la tua seconda patria ti manda a dire, in ogni piovoso sabato di Premier League, in ogni notte europea di sogni e ambizioni, che tutto quello che di più bello potrà accadere alla squadra, grazie a te era già successo; perché non ci sarebbero stati Cantona e David Beckham, se prima non ci fossi stato tu a esaudire il sogno di Matt Busby, a caricarti sulle spalle esili tutti gli altri babes per riempire di champagne la Coppa dei Campioni. Se ogni altro credente immagina il paradiso come un posto ammantato di luce, pieno di angeli, forse col sottofondo di una musica celestiale, un tifoso del Manchester United non può immaginare premio migliore di uno sgabello al bancone accanto a te, magari per farsi raccontare come sono andate davvero le cose; quale sia alla fine il saldo tra ciò ch'è stato e ciò che poteva essere.

Drink e dribbling iniziano allo stesso modo; non ci avevi mai riflettuto, eppure nessuno li ha interpretati meglio di te, a volte a distanza molto, molto ravvicinata; però non ti eri mai presentato ubriaco a un allenamento; quasi mai, diciamo, perché si narra di un'occasione in cui sembra fossi abbastanza sbronzo prima di iniziare a sgambettare al “Cliff”; poi dopo il riscaldamento era iniziata la partitella e mettesti dentro tre gol. A parte il suono iniziale, cos'hanno in comune un drink e un dribbling? Per te si trattava in tutti e due i casi di un qualcosa che ti sarebbe piaciuto replicare all'infinito, e che una volta cominciato non avresti voluto interrompere mai. Ci aveva abituati male, George, da ogni punto di vista, perché ci verrà sempre più naturale pensare che fossero il tuo penultimo dribbling, il tuo penultimo drink. Il 25 novembre 2005, qualche giorno dopo esserti fatto scattare quella foto scioccante, sei seduto di nuovo all'Old Trafford, come in quel desolante pomeriggio di gennaio del 1974. Dice una leggenda cara agli Indiani d'America che quando un uomo muore torna in quel posto del mondo dove si ricorda di essere stato più felice. Stavolta non sei stato messo fuori squadra, come quella volta; stavolta ci sei appena tornato, sapendo che potrai restarci per sempre. Nessun inserviente verrà a chiamarti sussurrandoti con delicatezza che è ora di andare, come in quel pomeriggio di FA Cup del 1974, alla fine di un partita contro il Plymouth, quando eri rimasto da solo sugli spalti, avendo capito che era stato il tuo ultimo Manchester, the last United. Cinque giorni dopo, la squadra affronta il West Bromwich in casa. Ogni tifoso ha un poster con la tua immagine, la maglia rossa bordata di bianco: tutti lo alzano al cielo, come per dirti "Questa è casa tua, George, non te ne andrai più da nessun'altra parte". Sul terreno sfilano i tuoi ragazzi, i compagni di squadra che assieme a te sussurrarono la vittoria nelle grandi orecchie della Coppa dei Campioni, che prima di allora non aveva mai parlato inglese. Sugli schermi sorridi: ogni tifosa, matura o ragazzina che sia, capisce che David Beckham sarà per sempre soltanto il secondo giocatore più bello nella storia dello United. Resta sospesa sullo stadio quell'idea così folle, così vera, che asciuga gli occhi di chi non regge a quel minuto di silenzio: hai lasciato in sospeso quell'ultimo dribbling, George, quell'ultimo drink, in modo da farceli continuare a sospirare all'infinito. Ci hai lasciato tutto il tempo per continuare a chiederci, senza volerlo mai capire del tutto, se la pioggia di Manchester sia più bella vista dagli sgabelli di un pub, con le vetrate appannate e il tintinnio dei bicchieri che fa da controcanto alle voci di quelli che ordinano un altro giro; oppure quando le goccioline lucidano l'erba del prato, mentre i giocatori dello United sono in fila sotto il tunnel dell’Old Trafford, che rimbomba per i canti dei tifosi.
Condividi
Link copiato