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Alcuni sono convinti che per ottenere un bello spettacolo, sia sufficiente ammassare talento nel minor spazio possibile, ma se metti insieme tre Palloni d'oro in un campo da calcio, non è detto che il risultato siano gol a valanghe. Soprattutto se a protezione di una delle due porte c'è quello che in una manciata di stagioni diventerà il più forte del mondo nel suo ruolo. Per molti anche della storia: e ci perdoni Lev Jašin. Al Tardini di Parma, il 19 novembre 1995, c'erano gli ultimi due vincitori del premio messo in palio da France Football e il candidato in pectore – Roberto Baggio, Stoichkov e Weah in rigoroso ordine cronologico – ma il giorno dopo i titoli dei giornali sono tutti per un ragazzino nato il 28 gennaio 1978: Gianluigi “Gigi” Buffon. Per sei giorni, il diciassettenne carrarino ha strappato a Peruzzi il record di portiere esordiente più giovane nella storia della serie A e lo ha fatto nel modo che tutti abbiamo imparato a conoscere: un balzo da Superman dopo l'altro.

Un cugino di suo padre, l'ex portiere Lorenzo Buffon, intuendone le doti aveva provato a portarlo al Milan nel 1990, così da creare un'altra stirpe rossonera dopo quella dei Maldini, ma Gigi ha altre idee: “Scelsi Parma perché magari ora giocherei nello Spezia”, spiega ai giornalisti dopo la prima. Ha avuto l'epifania che ha indirizzato la sua vita ammirando camerunense Thomas N’Kono in tv durante i Mondiali italiani, ma a dodici anni ha già più lungimiranza del celebre zio. Entrando in campo, tuttavia, si è attardato a salutare i tifosi sugli spalti, perdendosi la foto di squadra. Nello scatto ufficiale di quella giornata, tra le dieci maglie bianche come il latte del Parma manca la sua divisa rossa. Un miscuglio di pattern tra schizzi, frecce, cerchi e curiosi sfumati, un guazzabuglio di stili e colori che rappresenta bene il suo personaggio fuori dagli schemi. “Forza, dai, che non succede niente” gli dice Paolo Maldini abbracciandolo prima del fischio d'inizio. “Vedendo me ha rivissuto il proprio esordio e probabilmente ha avuto la sensibilità di capire: 'Questo è un ragazzo che va a giocare contro dei mostri sacri'”, ha raccontato Gigi a Che tempo che fa?.

In quella tiepida domenica d'autunno, lo stadio registra un incasso record di quasi un miliardo e mezzo e il sole splende, come da tradizione nell'estate di San Martino. Arriva il Milan e un ambiente compassato come quello parmense si fa elettrico. Sugli alberi che costeggiano il fiume Parma gli alberi splendono di giallo e di rosso, ma sul prato del Tardini rossoneri e gialloblù sono a corto d'idee. Stoichkov è ormai “la croce di Scala”, perché non corre né dialoga con i compagni ma il mister emiliano è costretto a lasciarlo in campo perché un giocatore così non puoi metterlo da parte tanto facilmente. Zola, che dovrebbe ruotargli attorno come un satellite al suo astro preferirebbe di gran lunga mettersi in proprio. Baggio è vittima di quelle malinconie inspiegabili, quei sospiri indicibili che a volte gli impediscono di mostrare poco più di un lumicino della sua immensa classe. Stretto nella morsa claustrofobica di Crippa e Dino Baggio e tenuto per dettami tattici troppo lontano dalla porta. Weah è in una domenica qualunque, una di quelle dove lotta con il corpaccione, s'intestardisce, si avvita su se stesso e sembra incapace di sprigionare la sua velocità immensa. Ci prova soprattutto Simone, ma Gigi è lì, e balzando rapido come un gatto gli chiude ogni spiraglio quando, solo in area, “Marco piccolo” cerca una girata da tre o quattro metri. Boban tira da fuori e Buffon accompagna in angolo. Panucci, dimenticato dalla difesa, è pronto ad appoggiare in rete di testa e il ragazzino con il numero dodici e troppo gel sui capelli l'anticipa netto in uscita alta. E poi Weah, Eranio, Baggio, tutti a pararsi lì davanti in cerca del gol e quello sereno, quasi con il sorriso, pronto ad accoglierli: “Forse sto ancora sognando. Io sono entrato in campo e pensavo di essere con la Primavera”, confida a fine partita al microfono Rai di Franco Zuccalà, con la chioma unticcia dei ragazzini anni Novanta e la faccia sorniona. Il suo allenatore, Nevio Scala gli ha confessato solo al mattino che avrebbe giocato lui nella supersfida con i rossoneri – scavalcando quello che sulla carta sarebbe il secondo dell'infortunato Bucci, Alessandro Nista – ma per Buffon non c'è nulla di strano in quell'esordio, nessun motivo di ansia: “Contro la Cremonese pensavo di giocare e non mi ha fatto giocare. Oggi pensavo di non giocare e mi ha fatto giocare, per cui va bene così”, aggiunge al termine dei novanta minuti. Chi non lo conosceva, si mette subito a studiare, scoprendo che con lo sport, in famiglia, ci sanno fare. Non solo zio Lorenzo. Mamma Maria Stella Masocco ha detenuto per diciassette anni il record italiano di lancio del disco, papà Adriano lanciava il peso, le sorelle Guendalina e Veronica sono due pallavoliste e giocano in A1. “Io viaggio su una Golf e questo ragazzino sul Ferrari”, ha confessato Nista al suo procuratore pochi giorni dopo aver firmato per il Parma. Ha capito subito che con Buffon in squadra, il suo futuro da secondo avrebbe avuto vita breve. “Magari non è nata una stella, forse nascerà un portiere” si lancia in vaticini pure Luca Bottura sul Corriere il 19 novembre 1995, ma una carriera come quella di Buffon è difficile da prevedere. “Qualcosina so fare, i miei compagni sembravano tranquilli” risponde Gigi con falsa modestia a chi gli trasmette le parole di Fabio Capello, che ha definito “splendido” il suo esordio. Il più soddisfatto, tuttavia, è il presidente Pedraneschi: “Il problema di sostituire Bucci è risolto. Definitivamente”. Il ragazzino con il gel resta in campo contro contro Juventus, Napoli, Lazio, Bari e Vicenza, poi il numero uno rientra e Gigi torna in Primavera. Ma con la maglia da titolare, è solo un arrivederci.
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