Dall'Arsenal a Calciopoli, la breve parabola juventina di Vieira

L'attuale tecnico del Genoa ha un passato un bianconero: un'esperienza di meno di un anno interrotta bruscamente con una brutta esperienza... a casa sua 

Dall'Arsenal a Calciopoli, la breve parabola juventina di Vieira

Tommaso Guaita/EdipressTommaso Guaita/Edipress

Pubblicato il 28 marzo 2025, 13:06

Dopo nove anni in Premier da leggenda e capitano di un Arsenal invincibile, il 15 luglio 2005 Patrick Vieira torna in Italia: “Ho scelto la Juve perché è una società perfetta”. È uno dei più forti centrocampisti del mondo.

Ripensarlo con la maglia del Milan nel 1995, lungo lungo, magro magro, dinoccolato e un po' sghembo in quella miseria di cinque partite giocate in rossonero a vent'anni, è ormai affare per gli storici. Wenger, che lo conosceva dai tempi di Cannes, l'ha trasformato nel fulcro della sua squadra di campioni e in un istante era come se fosse sempre stato lì, ad Highbury. Lo stadio demolito un anno dopo la sua partenza.

 

 

Niente magliette, i tackles vengono prima

 

Quello che arriva alla corte di Capello è un giocatore diverso, un uomo diverso rispetto al ragazzino di dieci anni prima. Sembra fatto della stessa sostanza di cui sono fatte le montagne, o quantomeno le rocce molto grosse. “Sono qui per vincere la Champions” è una frase ripetuta senza seguito da tanti campioni al momento della loro firma in bianconero, ma in bocca a lui suona molto più credibile.

Dicono il suo motto sia “meglio essere temuti che amati”. L'ha imparato Oltremanica da lord alla Roy Keane e alla Graeme Souness, che amavano sprofondare i tacchetti nelle tibie avversarie tanto quanto alzare un trofeo: oltre cento cartellini gialli e dieci rossi nei suoi anni londinesi sono lì a dimostrarlo. Ma come Keane e Souness pure Vieira si è abituato ad alzarli spesso, i trofei, e a Torino non ha nessuna intenzione di fermarsi.

Capello, che dal Milan l'aveva lasciato partire senza curarsi troppo di tanto bendidio, accoglie la sua venuta con il solito cipiglio imbronciato, la mascellona contratta in posa sprezzante. Ma sotto sotto se la ride: la sua nuova Juve è uno squadrone ingiocabile.

Patrick è stato a un passo dal Real Madrid, ma Florentino Perez non ha affondato il colpo perché “chi è quel disgraziato che compra la maglia di Vieira?”. Così Moggi, meno incline al marketing, lo conduce a Torino convinto che nel decennale della Champions vinta a Roma contro l'Ajax la Juve potrà di nuovo tentare l'assalto al bersaglio grosso. Lo Scudetto, viste le circostanze (nessuno ha ancora mai pronunciato la parola Calciopoli), è quasi una formalità.

A fine settembre Vieira ha già segnato quattro dei suoi cinque gol totali, un impatto devastante che la serie A non riesce ad arginare, e solo una fastidiosa pubalgia lo rallenta.

I soliti razzisti lo inondano di buu su e giù per lo Stivale, ma lui reagisce da duro. A Firenze, per dirne una, va sotto la Fiesole a mimare il gesto d'esultanza di Luca Toni, con la mano che rotea intorno all'orecchio come a dire “Non vi sento”.

Colleziona quindici ammonizioni e un'espulsione in quarantadue partite complessive, ma il 28 marzo di ritorno a Highbury per i quarti di Champions è un ectoplasma. “Mi esalto sotto pressione. Sono queste le gare per cui vivo” ha detto, poi nel suo ex stadio fa cilecca. Pires gli soffia in scivolata il pallone avviando l'azione dell'1-0 e quando Fabregas scocca il tiro vincente lui non ha ancora fatto in tempo a rialzarsi da terra. I giornali lo demoliscono, domandandosi se non giochi ancora per i Gunners, l'ennesimo giallo lo esclude dal match di ritorno e la Juve finisce eliminata. Il suo erede spagnolo ha appena diciotto anni, è più cool, veloce, tecnico e a confronto lo fa sembrare un dinosauro. La Champions sfugge di nuovo e la vittoria del campionato a fine stagione è un brodino.

Mentre in estate Vieira tenta l'assalto al Mondiale tedesco con la Francia, in Italia deflagra l'affaire Calciopoli. La Juventus è retrocessa e lo Scudetto revocato. Patrick è il primo a lasciare la barca che affonda: zero sentimentalismi, nessuna voglia di sporcare una carriera di lusso sui campi della B. Va all'Inter, che con lui, Ibra e il famigerato “Scudetto di cartone” cucito sul petto se la ride delle disgrazie degli arcirivali.

Tra Vieira e la Juve è stato amore, breve. Ma quando vincere è l'unica cosa che conta, non c'è spazio per le questioni di cuore.

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