Il cuoio

Calciomercato, Dario Hübner: il re dei bomber di provincia

Sbarca in Serie A a 30 anni con il Brescia poi è capocannoniere a 35 con il Piacenza: una lunga storia di gol, in ogni categoria e con ogni maglia

Quello che conta è sempre il punto di vista, dal quale si inquadrano le cose e che alla fine stila il bilancio tra il dare e l’avere, tra ciò che poteva essere e ciò che è stato, nel bene e nel male; tra quello che sei e quello che gli altri vedono, o hanno visto negli anni. Non c’è nulla di più individuale e soggettivo, quindi se nessuno potrà mai pretendere di spiegarlo del tutto a chi giudica da fuori, nessun altro potrà mai accampare il diritto di giudicare. Vale per la vita di ogni individuo, quindi vale anche per la carriera di un calciatore; forse, di un attaccante in modo particolare, perché oltre il numero dei gol, che restano indelebili negli almanacchi, c’è anche il loro peso, l’impatto che hanno avuto presso i tifosi propri e quelli avversari; la scia che lasciano nel tempo e i motivi per i quali la gente li ricorda. Perché questo discorso ha un senso maggiore se riferito a un mondo e a un calcio di provincia? È presto detto: perché ogni aneddoto ha un peso maggiore, perché gli episodi hanno una maniera tutta propria di restare memorabili, quando agli onori scontati delle cronache preferiscono il clamore generato da ciò che è inatteso, perché viene da un mondo piccolo che senza sfigurare si misura col grande, ben sapendo che le proporzioni resteranno le stesse, ma l’orgoglio per ciò che si è realizzato – mai participio fu più adatto – può essere addirittura più duraturo che in un “altrove” più grande.

L'esordio di Serie A e il titolo di capocannoniere

Questo discorso lo capiva bene uno come Dario Hübner; o forse all’inizio non lo capiva ancora, di certo se lo è cucito addosso adattandoselo come un vestito d’alta sartoria sfoggiato per una cerimonia nella chiesetta di una piazza dove tutti si conoscono: lo ha tradotto nella sequela delle sue reti, di stagione in stagione, di categoria in categoria, di titolo in titolo di capocannoniere, perché è riuscito a esserlo in Serie C, poi in B e infine in A, dove è arrivato a trent’anni, quando la maggior parte di quelli che hanno giocato negli stadi dove ogni insulto ti entra dritto nei timpani già pensano a metter su una trattoria, o un’agenzia di assicurazioni. Spalle ampie e progressione inesorabile come metafora di una fame calcistica rimasta tale anche quando la pancia era piena da un po’; lui che fino a un certo punto della carriera i panini se li portava in fabbrica per la pausa del pranzo. Forse è anche per questo, anzi è senz’altro per questo che dopo i cinque anni di Cesena in Serie B, dal 1992 al 1997, si è ritrovato a San Siro con la maglia del Brescia a rubare la scena a Ronaldo il Fenomeno, il giorno in cui il brasiliano esordiva con l’Inter e in cui Hübner la metteva dentro per primo, al minuto 73, prima che si scatenasse Recoba per la doppietta finale. E sempre per lo stesso motivo, nella sua ultima stagione con le Rondinelle, nel 2000-2001, si è ritrovato a duettare con Roberto Baggio, i cui giri di lancetta hanno premiato le sportellate del Bisonte, visto che nel frattempo gli avevano cucito addosso il soprannome di “Tatanka”. E aveva galoppato in praterie di erba bruciata come in tappeti verde smeraldo da posticipo televisivo, nel frattempo, sempre senza smarrire quelle due cose per le quali ancora oggi ha un senso celebrarlo: il senso del gol, che è qualcosa più del fiuto, e l’impossibilità di essere altro da ciò che era sempre stato, sin da quando mollava il borsello col cestino per il pranzo per prendere il borsone da calcio. E quando l’anno seguente se ne andò al Piacenza, sempre nella massima categoria, esibì un modo tutto suo di attraversare quello che per il punto di vista altrui era il viale del tramonto di Dario Hübner: vincendo la classifica dei cannonieri con 24 reti, in condominio con un certo David Trezeguet. E una terza cosa era sempre rimasta la stessa, visto che rinasceva, è il caso di dirlo, dalle proprie ceneri: la sigaretta che fumava nell’intervallo, uguale a quella o quelle prima della partita, alle altre dopo la doccia. Un’abitudine alla quale non aveva rinunciato, non per spavalderia ma per la consueta naturalezza.

Fine carriera

Ancona, Perugia, Mantova, Chiari e via riscendendo di categoria, fino alla C1 e a tante altre stagioni in Eccellenza, perché si era ritrovato a casa, così come si era sentito anche scendendo in campo a Milano, a Roma, a Napoli, perché l’area di rigore è sempre lunga e larga alla stessa maniera, in fondo, cambia solo il casino che c’è attorno. Almeno è così che l’ha sempre vissuta lui, triestino di nonno tedesco, spigoli nel naso e nel cognome, che un giorno venne descritto in questo modo dal presidente bresciano Corioni: “Senza grappini e sigarette sarebbe il migliore di tutti”. Ci permettiamo di dissentire: senza grappini e sigarette non sarebbe stato del tutto Dario Hübner, uno che ancora oggi ricordiamo più di tanti altri che sono evaporati sulle panchine della Juventus, del Milan o dell’Inter.