L'intervista impossibile: Sócrates

L'intervista impossibile: Sócrates

Torna la nostra rubrica in cui immaginiamo di poter scambiare due chiacchiere con i campioni del passato che non ci sono più. In quest'ipotetica intervista ci immergiamo nell'interessante vissuto del centrocampista brasiliano

Paolo Valenti/Edipress

4 luglio

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Il 5 luglio 1982 era il capitano dell’ultima partita che il Brasile perse contro la nazionale italiana. Quello che, nel catino del Sarrià che ribolliva temperature desertiche sapientemente combinate al potere della fantasia da un destino imperscrutabile, riportò momentaneamente sulla falsariga dei pronostici un risultato che Paolo Rossi, fino a quel pomeriggio solo la pessima controfigura dell’attaccante agile e intelligente che aveva meravigliato anche i generali argentini quattro anni prima, aveva cominciato a scuotere con la precisione tagliente dei suoi tocchi. Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti semplicemente Sócrates come il filosofo che molti hanno studiato a scuola, guidava forse l’incompiuta più grande della storia del calcio: quel Brasile che nel 1982 sembrava dover giocare il Mondiale per pura formalità prima di alzare al cielo quella che, all’epoca, sarebbe stata la sua quarta coppa del mondo. Una selezione che ballava un calcio irresistibilmente spettacolare, dove il dinamismo di Cerezo univa le ragioni di Falcao e i tacchi di Sócrates, un califfo del centrocampo, Junior, arretrava a terzino sinistro per trovare il suo spazio espressivo e un rubacuori come Eder lanciava fendenti a 170 chilometri orari con la precisione di un missile. In mezzo a questo stropiccìo per gli occhi Arthur Antunes Coimbra alternava assist e gol come, in quegli anni, solo Maradona riusciva a fare.
Sócrates di quella sconfitta, diversamente dai suoi compagni e dai suoi concittadini, seppe non farne un dramma. Forse perché in fondo il calcio, per lui, fu sempre soprattutto un hobby, termine che utilizzava per definire la sua attività sportiva quando frequentava la facoltà di medicina all’università. Provo a immaginare di fare due chiacchiere con lui, andando a spaziare su tutti i motivi che in questa vita gli dettero le ragioni migliori per esprimersi.

Che ricordo hai di Italia-Brasile dei Mondiali ‘82?

«Ricordo che l’Italia vinse ma che noi giocammo meglio. Credo che quella partita fu una delle migliori giocate dalla Seleção in quegli anni».

Quel giorno sapevi che l’Italia era nel tuo destino?

«A dire il vero, no. La mia esperienza al Corinthians, all’epoca, mi appagava pienamente e a tutto pensavo tranne che ad andarmene. Coi miei compagni stavamo realizzando qualche cosa che andava oltre il calcio seppure veniva sviluppato all’interno di una squadra di calcio».

Immagino che stai facendo riferimento all’esperienza della Democrazia Corinthiana.

«Esattamente».

Vuoi provare a spiegare di cosa si trattava a chi non ne sa niente?

«Nella nostra squadra avevamo deciso di provare a seguire un modello di comportamento e di azione che potesse essere d’esempio e dare un messaggio politico al  nostro Paese, governato dai militari da troppi anni,con tutto quello che ne conseguiva. Avevamo stabilito di prendere democraticamente qualsiasi decisione che riguardasse il club: i turni di allenamento, le formazioni da schierare, i premi partita, l’acquisto di giocatori, gli investimenti del club, la redistribuzione delle entrate economiche, le sponsorizzazioni erano questioni che venivano risolte non da un singolo ma votate a maggioranza da tutti i membri della squadra, dai giocatori più influenti ai magazzinieri. Tutti avevano la possibilità di esprimere la loro opinione. Il voto del direttore sportivo valeva quanto quello di un qualsiasi altro dipendente del club: a lui spettava solo il compito di portare le decisioni prese dalla squadra al presidente e al consiglio per la ratifica».

In questo modo decideste anche l’abolizione dei ritiri?

«A che servono i ritiri? Sono delle forme di tortura che generano sofferenza. È un discorso logico: se io sto lontano da casa, è quello il mio primo pensiero. Se tu vivi a casa, dove c’è il tuo cuore, allora il lavoro diventa il tuo primo pensiero».

Come fu possibile che nel Brasile di quel particolare periodo storico in una squadra di calcio venissero permessi metodi di gestione così diversi?

«Ci furono una serie di circostanze favorevoli. Innanzitutto l’arrivo di un presidente di ampie vedute, Waldemar Pires, e di un direttore sportivo come Adílson Monteiro Alves, figlio di un dirigente del club, contrario alla dittatura. Ma anche l’allenatore, Mario Travaglini, condivideva questa politica. Senza di loro, probabilmente, la Democrazia Corinthiana non avrebbe potuto esistere. Certo non eravamo simpatici al regime, che in qualche modo ci teneva sotto controllo».

Come faceste a non farvi opprimere dalla dittatura?

«Grazie ai risultati. Con le vittorie in campionato che ottenemmo nel 1982 e nel 1983 ci garantimmo un futuro. Se avessimo perso, ci sarebbero saltati tutti addosso e ci avrebbero annientati. E comunque in Brasile non eravamo isolati: in quegli anni c’era un movimento di protesta che trovava espressione anche nelle lotte sindacali e nelle istanze promosse da personaggi di rilievo della vita culturale del Paese come Toquinho e Caetano Veloso col quale, in qualche modo, ci sostenevamo a vicenda».

Pensi che nel tuo nome ci fossero già i semi di quella che sarebbe stata la tua vita?

«Socrate era un filosofo e nell’antica Grecia la politica occupava uno spazio importante proprio nelle riflessioni filosofiche. Fu mio padre a volermi dare quel nome. Lui è stato sicuramente la persona più importante della mia vita, colui al quale ho fatto riferimento. Aveva umili origini: pensa che a scuola aveva frequentato solo fino alla seconda elementare. Ma coltivava un grande interesse per la cultura classica e la filosofia greca: da questo deriva il mio nome, dalla lettura che mio padre fece della Repubblica di Platone, che di Socrate era un discepolo. Grazie alla sua voglia di conoscere lesse molto e quella passione per la lettura la trasferì anche a me. Per questo ho studiato e ho cercato sempre di impegnarmi nella società, non solo nel mondo del calcio. Io tenevo molto non tanto a essere un campione quanto un uomo democratico, un brasiliano democratico». 

Parliamo della tua esperienza in Italia. Èvero che, appena arrivato, ammettesti di non conoscere Mazzola e Rivera? Ancora te lo ricordi?

«Beh sì fu una dichiarazione sorprendente per gli italiani. Rimasi stupito dal casino che sollevò quella mia affermazione. Come ti ho già detto, io non vivevo di solo calcio. Dell’Italia mi affascinava l’idea di poter leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio. Partecipando alle coppe europee c’era l’eventualità di andare a giocare in un Paese dell’Est e intuire le condizioni di vita di quei popoli in quel particolare periodo storico».

Cosa ti convinse a scegliere la Fiorentina?

«In Brasile, poco tempo prima, portando avanti la mia lotta per la democrazia, avevo dichiarato che se non fosse passata la proposta di votazione diretta del Presidente del Paese me ne sarei andato. Il 25 aprile 1984 quella proposta fu bocciata, così io mantenni fede a ciò che avevo detto».    

Come fu l’approccio col nostro calcio?

«Lo patii abbastanza. Gli allenamenti erano molto duri e, non avendo io una struttura da atleta, mi trovai in difficoltà già durante la preparazione estiva. Certo, ammetto anche che, fumando e bevendo, non mi aiutavo molto sotto l’aspetto fisico. Ma il calcio è uno sport collettivo e non serve che tutti corrano. Ci sono quelli che corrono e quelli che pensano ma da voi le cose erano viste in maniera diversa».

Per questo non riuscisti ad ambientarti?

«Non solo. Ci furono anche problemi con lo spogliatoio: una parte aveva come elemento di riferimento Passarella, l’altra Pecci. Per il bene della squadra provai a mettermi in mezzo, a mediare. Ma questo mi rese inviso a tutti e così mi sentii sempre più distante da quell’ambiente. Le mie prestazioni in campo risentivano di questo e del fatto che in Italia non riuscivo proprio a divertirmi. Da quello che potei intuire, la società più adatta a me sarebbe stata la Cremonese: non è una battuta, è una dichiarazione di simpatia per il modo di fare calcio che c’era in quella squadra all’epoca».

Quali sono i ricordi positivi che hai di Firenze?

«Ricordo i dibattiti politici presso il circolo ricreativo delle Vie Nuove dove si discuteva di Che Guevara e di John Lennon. E poi l’amicizia che strinsi con Giovanni Galli, mio compagno di stanza nelle trasferte: una persona speciale».

Che bilancio hai tratto del tuo anno in Italia?

«Ho dato quello che potevo e mi prendo la responsabilità per ciò che non ho fatto: evidentemente non ne sono stato capace. Il calcio italiano era troppo diverso da quello brasiliano e nel vostro Paese io non sono riuscito a divertirmi in campo. Un proverbio delle mie parti dice che il cavallo che corre sull’erba non corre sulla sabbia: credo che possa essere la metafora giusta per rappresentare la mia esperienza da voi».

Qual era il tuo obiettivo?

«Il piacere era il mio unico obiettivo, inteso come la possibilità di fare quello che maggiormente mi interessava e mi esprimeva, non solo come mero godimento di un vizio come poteva essere il fumo. Esercitare la professione di medico, fare politica attivamente, scrivere su un giornale per esprimere le mie idee, recitare in una telenovela o fare il produttore teatrale: queste erano le cose che mi davano piacere. La vita è molto breve e bisogna stare attenti a cogliere queste opportunità nelle quali, per me, risiede il suo vero significato».

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