Il cuoio

Roma, 20 anni dal terzo scudetto

Il 17 giugno 2001 all'Olimpico i giallorossi guidati da Fabio Capello battevano 3-1 il Parma e conquistavano il tricolore 2000-2001

Il 17 giugno di vent’anni fa Roma si era svegliata presto. C’era elettricità per le strade: aria di festa e di tensione, come all’alba di una mattina di matrimonio che porta con sé l’eccitazione del momento importante e il retropensiero di qualcosa che potrebbe andar male. I bar e le edicole pullulavano di gente che sciamava tra tavolini e banconi, nel brusio nemmeno tanto soffuso dei commenti e le dichiarazioni legate a quello che stava per accadere. La Capitale era una città sull’orlo di una celebrazione che i più fortunati avevano già vissuto diciotto anni prima; un popolo che sarebbe caduto nel baratro di un breakdown emotivo se certe situazioni non fossero andate nella direzione che l’inerzia di una stagione calcistica sembrava avere ormai indirizzato. Mancava l’ultimo, decisivo tassello alla definizione di quel mosaico chiamato scudetto che vedeva le sue origini risalire proprio a un anno prima, quando la Lazio di Eriksson, con una rimonta impensabile, aveva strappato il campionato alla Juventus, la rivale di tutti, la rivale di sempre. Anche in quel 2000-01 l’unica a riuscire ad opporre resistenza alla squadra di Capello, per lunga parte del torneo in grado di tenere a debita distanza i bianconeri che però, negli ultimi nove turni di campionato, erano riusciti a recuperare sette punti dei nove di vantaggio che i giallorossi avevano accumulato alla ventiquattresima giornata. La Lazio di Eriksson, si diceva. Nessuno ha la controprova ma probabilmente se i biancocelesti non avessero vinto nella stagione 1999-2000, il presidente Sensi non avrebbe fatto i grandi sforzi economici necessari a garantire alla squadra gli innesti giusti per essere la più forte. A partire da Batistuta, presentato in un caldo pomeriggio di giugno davanti a 15.000 tifosi febbricitanti di speranza e voglia di rivincita, fino ad arrivare a Emerson e Samuel, capaci di costituire un asse centrale tanto solido quanto efficace, ai lati del quale la leggerezza fatta di corsa e talento di Cafù e Candela permetteva di dare respiro a una manovra che trovava nella definitiva maturazione di Totti il perno sul quale si poggiavano le migliori giocate offensive della squadra. Al glamour dei campioni più affermati si univano i respiri affaticati dei cosiddetti gregari: Tommasi passò dall’essere il giocatore più fischiato dell’Olimpico a uno dei migliori centrocampisti d’Italia; Delvecchio, da uomo gol, si trasformò in cursore di fascia, mentre Montella, defraudato della titolarità del ruolo, seppe essere risolutivo quando Batistuta percorse in calando il secondo scorcio della stagione.

L’Olimpico, quel 17 giugno 2001, ribolliva di gente già a mezzogiorno, tre ore prima del fischio d’inizio di Roma-Parma. Le radio locali avevano soffiato sull’entusiasmo e sul sottile timore di sbagliare l’appuntamento con la storia. Tutti erano andati allo stadio coi colori sociali in evidenza: che si trattasse di magliette, cappellini, sciarpe o bandiere, nessuno aveva occupato il suo posto senza contribuire al colpo d’occhio giallorosso che aveva inondato le tribune di un flusso colorato e ondeggiante nel quale sembravano riecheggiare le parole che il vecchio capitano Di Bartolomei aveva utilizzato nel 1983 pochi giorni prima della vittoria del secondo scudetto: vediamo di arrivare in porto col vessillo. Era l’ultimo atto di una traversata iniziata tra mille difficoltà: dalla rottura dei legamenti del ginocchio di Emerson già prima dell’inizio della stagione alla prematura eliminazione in Coppa Italia per mano dell’Atalanta che scatenò contestazioni decisamente aspre. Momenti che, nella loro negatività, seppero trasformarsi in elementi di stimolo per trovare il ritmo giusto di una stagione trionfale, arrampicatasi sulle mitragliate di Batistuta, le potenti delizie di Totti, i guizzi di Montella, le corse di Tommasi, Cafù e Candela, i contrasti di Emerson, Zanetti e Samuel, le mandibole digrignanti di Fabio Capello, tecnico scelto dal presidente Sensi per uscire dalla scomoda zona dei contestatori del palazzo per poterci finalmente entrare.
Nessuno, dei 75.000 spettatori presenti all’Olimpico quel giorno, pensava che a quel momento di gloria non se sarebbero seguiti altri di ugual valore per venti, lunghi anni, consumati nelle velleitarie speranze legate alle stagioni della decadenza dei Sensi prima e a quelle dei progetti futuribili di Pallotta e soci poi. Un digiuno di successi capace di ammainare entusiasmo e debilitare le speranze. Basteranno le buone intenzioni dei Friedkin e il carisma di Mourinho a far risorgere i sogni di una piazza stanca di vivere di ricordi?