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Andrea Kimi Antonelli, analisi di un titolo mondiale

Rüdiger Franz Gaetano Herberhold
Pubblicato il 5 novembre 2026, 15:34
Un’emozione speciale. Dopo aver festeggiato la vittoria della Red Bull di Max Verstappen (con la RB22 elevata fino a raggiungere il podio), il Gp di Città del Messico ha vissuto il suo momento topico con l’incoronazione di Andrea Kimi Antonelli come nuovo campione del mondo della Formula 1. Una volta rimasto solo sul podio, il giovane pilota bolognese ha visto elevarsi sul podio la sua Mercedes W17, con Nico Rosberg pronto a raccogliere le prime dichiarazioni a caldo di Kimi, visibilmente emozionato per quel sogno diventato finalmente realtà.
Aldilà della festa e del risultato finalmente raggiunto, cosa ha portato Andrea Kimi Antonelli alla sua seconda stagione a diventare campione del mondo in una stagione che per i principali addetti ai lavori vedeva favorito il compagno di squadra George Russell? Quali doti rispetto allo scorso anno hanno permesso al giovane pilota bolognese di capire e comprendere meglio la sua macchina rispetto al precedente ciclo regolamentare? Domande alle quali proveremo (per quanto possibile) a dare una risposta.
Prima di concentrarci sul titolo mondiale vinto quest’anno, occorre però fare una considerazione relativa alla scorsa stagione, che aveva visto Antonelli debuttare in Formula 1 in quello che era l’ultimo anno delle monoposto ad effetto suolo. Monoposto che mal si adattavano allo stile di Kimi, che richiede alla macchina un posteriore ben stabile, solido al fine di avere un efficace ingresso in curva. Doti, queste, che le monoposto ad effetto suolo non potevano avere, in quanto per via del maggior carico aerodinamico di cui disponevano se da un lato assicuravano alla guida un’ottima aderenza, dall’altro però sapevano essere anche molto nervose, in alcuni casi difficili anche da interpretare, rendendo in quei frangenti il pilota quasi un passeggero a bordo.
In queste condizioni era necessario avere uno stile di guida piuttosto morbido, per evitare improvvisamente di trovarti a muro o in barriera quando meno te lo aspetti, anche per via del porpoising che caratterizzava la precedente generazione di monoposto, con il fondo (e in particolare il diffusore) che sotto questo aspetto assumeva un’importanza a dir poco basilare.

© Formula 1
Doti, queste, difficilmente compatibili con lo stile di guida di Antonelli, un po' più aggressivo sotto questo aspetto, con il giovane pilota bolognese della Mercedes che (dopo una prima fase di campionato tutto sommato positiva, che lo aveva visto cogliere il miglior tempo nella Sprint Qualifying del Gp di Miami, e in seguito il primo podio in Formula 1 grazie al terzo posto ottenuto al termine del Gp del Canada) sopratutto nella fase centrale del Mondiale 2025 era sembrato fare maggiormente più fatica in coincidenza con le gare europee, mancando per ben sette volte nelle nove gare disputate nel Vecchio Continente la top ten, collezionando ben quattro ritiri tra guasti tecnici e incidenti, e ottenendo come miglior risultato il nono posto a Monza. Un momento difficile, quello attraversato da Antonelli lo scorso anno, che aveva visto il suo punto più basso in Belgio, quando Kimi ottenne il diciassettesimo posto nella Sprint e il sedicesimo posto nella gara domenicale, e che lo portò anche a chiedersi se fosse davvero all’altezza di correre in Formula 1.

Alla fine, fortunatamente, il giovane e talentuoso pilota bolognese (anche grazie al prezioso aiuto della squadra) seppe puntualmente rialzarsi con grandissima umiltà, facendo tesoro dei propri errori e ripartendo più puntualmente di prima, ottenendo nell’ultima parte della scorsa stagione come migliori risultati un secondo posto in Brasile e un terzo posto a Las Vegas.
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