Il Guerin Sportivo Racconta - Il mio calcio sa di tortellini

Mezzala di Bologna e Juventus, con le quali vinse tre scudetti, Helmut Haller era tanto bravo quanto amante del divertimento e della buona cucina: "Ho sempre giocato con il sorriso sulle labbra. Oggi, invece, vedo troppa tensione. Il gioco è cattivo, si fanno falli brutali. E questo penalizza il talento di campioni come Totti e Del Piero"

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Il Guerin Sportivo Racconta - Il mio calcio sa di tortellini

Gianluca GrassiGianluca Grassi

Pubblicato il 26 agosto 2026, 15:24

* Espressione allegra, ironia pungente, risata contagiosa. In perfetta forma, a parte qualche chilo di troppo (ma in fondo è una vita che litiga con la bilancia). Nessun segno dell’infarto che poco più di un anno fa aveva fatto temere per la sua salute. Sarà l’aria di Bologna, della “sua” Bologna. Che Helmut Haller, 69 anni il prossimo 21 luglio, riabbraccia sempre con grande affetto. L’occasione della visita è data dal nuovo incarico affidatogli dalla Macron, sponsor tecnico del Bologna, azienda leader nel mercato dell’abbigliamento per squadre di calcio, basket, volley e baseball, che nell’immediata periferia di Bologna, a Crespellano, ha il suo quartier generale, con magazzino di 7.500 mq e tre milioni di pezzi stoccati. Haller sarà testimonial della Macron in Germania e Austria, dove ancora gode di grande popolarità. Non fosse altro per il progetto che da qualche anno porta avanti con la collaborazione della Federcalcio tedesca e che prevede otto-dieci visite all’anno in alcuni istituti di pena del Paese per incentivare la pratica calcistica nell’ambito dei programmi di riabilitazione dei detenuti: «Con me ci sono altri celebri campioni del passato come Uwe Seeler e Horst Eckel, campione del mondo nel ’54 in Svizzera. Si tratta di una sorta di eredità spirituale che abbiamo ricevuto da Josef Herberger, per 28 anni allenatore della nazionale tedesca. Che, morendo nel 1977, lasciò una parte del proprio patrimonio ad alcuni suoi ex giocatori perché portassero avanti questa iniziativa». L’unica parentesi seria di una chiacchierata in cui Haller dimostra di non aver perso lo spirito goliardico che negli Anni 60-70 contraddistinse la sua fortunata avventura in Italia (undici stagioni, sei con il Bologna e cinque nella Juventus): «Guerin Sportivo? Ahhh, io leggeva spesso... Direttore era Cianni Brera. Eheheh, lui diceva che io era bravo giocatore, ma che correvo poco».

Era la sua fama. Mezzala dalla tecnica “brasiliana”, ma con scarsa propensione al sacrificio e alla fatica. In quanto innamorato della buona cucina e del buon bere.

«Ja, spaghetti e tortellini. A Bologna era quello il nostro doping. Niente altro, lo giuro. Anche se all’epoca dello scudetto del 1964 ci accusarono di aver assunto sostanze proibite. La verità è che quel campionato fu molto combattuto e in fondo avrebbe meritato di vincerlo anche l’Inter».

Che ricordi ha dello spareggio?

«Il più bel regalo della mia carriera. Ho vinto poi altri due scudetti alla Juventus (’72 e ’73, ndr), ma a Torino, in fondo, già allora erano abituati a vincere. Mentre per Bologna quello è rimasto un evento eccezionale. Sono più di 40 anni che aspettano di rivivere un giorno così».

 

 

Una gioia che il presidente Renato Dall’Ara, scomparso pochi giorni prima, non ebbe modo di assaporare.

«Che personaggio straordinario. Un uomo molto simpatico. In vita mia non ho mai più incontrato un simile “fenomeno”. Mi trattò come un figlio. Abitavo in un appartamento posto sopra la sua azienda, in via Amendola 12, nei pressi della stazione. Fu lui che venne direttamente ad Augsburg, la mia città natale, per trattare l’ingaggio».

Impiegò molto per convincerla?

«Tutt’altro. Anche perché, nonostante avessi già esordito in nazionale, guadagnavo non più di 140 marchi al mese. Inoltre conoscevo parecchi dei futuri compagni in quanto li avevo visti al Mondiale del 1962 in Cile. Sapevo che avrei giocato in una squadra competitiva. E poi Dall’Ara fu categorico: “Io rientro a Bologna solo se ho il tuo sì”. Nel viaggio di ritorno ebbe un incidente stradale piuttosto serio, ma i primi soccorritori lo trovarono che sventolava un foglietto dicendo: “Ce l’ho... Haller ha firmato, ecco qui”».

Dall’Ara presidente, Bernardini allenatore.

«È il tecnico cui sono più affezionato. Ti faceva capire bene cosa pretendeva senza tanti giri di parole. “Gioca la tua partita, fai i tuoi passaggi” mi ripeteva. Responsabilizzava il giocatore per quello che sapeva fare. E il Bologna rispecchiava questa sua mentalità: si giocava di prima, in modo essenziale, non più di un tocco a testa, anche in difesa. Non c’era il tatticismo esasperato di oggi».

 

 

Nel 1968 il passaggio alla Juventus.

«Ero il pallino di Boniperti. Quando mi vide per la prima volta a Bologna, disse con i suoi collaboratori: “Ma perché non lo abbiamo preso prima noi degli emiliani?”. Poi mi volle anche Heriberto Herrera e così passai in bianconero. Però mangiavo e bevevo troppo e Boniperti doveva marcarmi stretto per evitare certi eccessi. Gianni Agnelli? Un gran signore. Arrivava a sorpresa agli allenamenti e parlava alla squadra al centro del campo. Capiva molto di calcio. Aveva girato il mondo, conosceva bene l’ambiente».

Dicono che la “marcasse” in modo asfissiante anche frau Waltraud, sua prima moglie.

«Infatti poi l’ho lasciata (ride di gusto, ndr). Ma devo ammettere che era molto brava a curare i miei interessi. Se qualcuno, in tribuna, parlava male di me, lei lo prendeva subito a ombrellate. Meglio degli attuali procuratori».

Nel ’64 lei venne premiato come miglior giocatore straniero del campionato italiano. Oggi, in Germania, spopola il nostro Luca Toni, che potrebbe consacrarsi capocannoniere della Bundesliga. Le piace?

«L’ho visto giocare un paio di volte nel Bayern. Un gran bel centravanti, forte di testa, potente nel tiro, benché non abbia una tecnica limpidissima e soffra un po’ gli spazi stretti per via della sua statura. In Germania ha trovato la collocazione tattica ideale, perché da noi si sfruttano molto le fasce e da lì arrivano palloni preziosi per un giocatore come lui».

Chi le ricorda dei giocatori della sua epoca?

«Mah, forse Altafini per l’abilità sotto rete. Ma anche la stazza robusta di un Boninsegna, più piccolo ma ugualmente solido e potente».

La Juve sogna Diego.

«L’avevo già suggerito ai bianconeri tre anni fa, ma Moggi disse che era troppo giovane e il ragazzo andò al Werder. Un giocatore completo, ricco di estro e fantasia. Segna e fa segnare. Sa far girare la palla come pochi altri. L’approdo in una società prestigiosa come la Juventus sarebbe ideale per il suo talento».

Tre Mondiali, per lei. Dal 1962 al 1970. Con il rammarico di non aver disputato la semifinale in Messico contro l’Italia. Un 4-3 rimasto nella leggenda.

«In Messico giocai solo la prima partita, contro il Marocco. Poi mi infortunai seriamente a una spalla, che mi venne ingessata, e rimasi fuori tutto il torneo. Nel ’66, invece, fui capocannoniere della Germania con 6 reti in cinque partite».

A proposito del Mondiale inglese: è rimasto celebre l’episodio del pallone che riuscì a portar via di nascosto al termine della finale persa contro i padroni di casa.

«Avevo promesso a mio figlio: “Se vinciamo il titolo, ti porto a casa un bel souvenir”. Quando sul 4-2 capii che non c’era più niente da fare, chiesi all’arbitro svizzero Dienst quanti minuti di recupero avrebbe dato. Mi pare un paio... Fatto sta che da quel momento cominciai a gironzolare per il campo con il pallone tra i piedi, in modo da averlo a portata di mano al triplice fischio di chiusura. Mica potevo tornare da mio figlio senza regalo, no? (e giù con un’altra fragorosa risata, ndr)».

Torniamo al 4-3 dell’Azteca.

«E chi se lo dimentica. Uno spettacolo stupendo. Vidi la partita in tribuna accanto a Furino e ad altri azzurri. C’era un bel clima di amicizia fra di noi. Ricordo che andavo spesso a trovarli nel loro albergo e questo aveva un po’ indispettito il nostro allenatore, Helmut Schön: temeva facessi la spia, svelando la nostra formazione e il nostro modo di giocare. Alla fine ci siamo abbracciati tutti quanti. In fondo ero contento che andasse in finale l’Italia».

Gli incroci fra Italia e Germania hanno fatto la storia del calcio. Dopo un’altra semifinale amara per i tedeschi, al Mondiale 2006, si presenta l’occasione della rivincita al prossimo Europeo.

«C’è grande attesa fra i nostri tifosi. In molti pregustano una finale Germania-Italia, magari per cancellare la grande delusione di Dortmund. In effetti siamo in crescita, abbiamo una bella squadra. E anche le giovanili tedesche hanno ripreso a lavorare bene. Vi raccomando Toni Kroos, 18enne centrocampista del Bayern B, che gioca abitualmente nella Regionalliga Sud, la vostra Serie C. Ma che ha già all’attivo qualche apparizione in prima squadra».

Qual è il talento più grande con cui ha giocato?

«Non ho dubbi, Franz Beckenbauer. Nel ’66 io e lui eravamo i padroni del centrocampo tedesco. Al Mondiale segnammo dieci delle quindici reti della Germania. Avremmo potuto giocare anche bendati, tanto era grande la nostra intesa. Franz era giovane, aveva già una notevole personalità e correva molto».

Degli attuali italiani chi ammira?

«Totti. Un vero peccato che non voglia più giocare in Nazionale. E poi Del Piero. Tecnica abbinata alla rapidità di esecuzione. Appartengono a quella categoria di giocatori che vorrei sempre vedere in campo».

Oggi più che mai ci sarebbe bisogno di un Haller. Di un calcio, cioè, vissuto con il sorriso sulle labbra.

«Per me è sempre stato così. Invece nei principali campionati europei vedo troppa tensione. Il gioco si è incattivito, si fanno falli molto duri, quasi brutali, spesso senza che gli arbitri intervengano come sarebbe giusto. Si punta tutto sulla fisicità, mentre la tecnica ha poco spazio».

Un messaggio ai tifosi del Bologna.

«Quello che ho detto l’anno scorso ad alcuni miei vecchi compagni di squadra (Bulgarelli, Perani, Pavinato, Pascutti) incontrati ad Arezzo. C’è il centenario dei rossoblù alle porte, io ci sarò e vorrei tanto festeggiare con la squadra in Serie A».

* Tratto dal numero del 26 febbraio-3 marzo 2008

 

 

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