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Il Guerin Sportivo Racconta - La favola di pollicino Messi
Era il più piccolo e sta diventando il più grande. Tanto che qualcuno vede in lui la reincarnazione di Maradona. Del quale sta ripercorrendo le tappe: Mondiale Under 20, Barcellona…

Andrea De Benedetti
Pubblicato il 15 luglio 2026, 11:46
Alcune domande irrisolte sulla teoria della reincarnazione: potremo scegliere il corpo in cui reincarnarci? Potremo portarci dietro, nel viaggio da una pelle all’altra, memoria, esperienza e riflessi? Potremo decidere, già che ci siamo, di reincarnarci in una persona migliore di quella che siamo stati la prima volta?
Né la scienza - per scelta - né le religioni - per mancanza di accordo programmatico - hanno mai dato una risposta convincente a tali quesiti, lasciandoci in balia del dubbio se la nostra seconda vita si svolgerà dentro il corpo di una mucca, come credono gli induisti, o dentro quello di George Clooney, come speriamo quasi tutti.
Simili dilemmi si affacciano prepotentemente sul davanzale della nostra coscienza religiosa ogniqualvolta le cronache calcistiche appongono l’etichetta di nuovo Maradona sul candidato di turno. Sarà davvero lui? È possibile reincarnarsi prima di essere morti? Come avrà fatto a entrare in un corpo così snello?
Per la verità, nelle prime venticinque versioni, il Diego reincarnato non è parso molto convincente. Forse, prima di scegliere un corpo definitivo, ne ha voluti provare un po’ per vedere quello che gli calzava meglio. Ma Aimar era troppo magro, D’Alessandro troppo pelato e Ortega troppo scarso.

Perché Lionel Messi veniva già considerato il nuovo Maradona
Stavolta, dicono in tanti, ci siamo davvero. Stando alle indiscrezioni, “El Diego” avrebbe scelto di assumere le fattezze di Lionel Messi, diciotto anni da Rosario, il quale presenta in effetti diversi requisiti propizi per il passaggio di consegne tra un corpo e l’altro: è alto come un paracarro, è mancino, è argentino, vive a Barcellona. E naturalmente tocca la palla come un dio.
Messi è lambito dalla grazia soprannaturale in età precoce. I suoi biografi raccontano che a quattro anni usa i fratelli, di cinque e sette anni più grandi, come sparring partner domestici per crudeli serpentine. Il padre è l’allenatore di una squadra di pulcini, il Club Grandoli, da cui Leo viene reclutato quando ha cinque anni. A sette il suo talento è già stato intercettato dal Newell’s Old Boys e in città se ne comincia a parlare.
È a quell’epoca che risalgono le prime iperboli: «Con la pelota il pibe faceva cose contro la fisica», ricorda il talent scout Enrique Domínguez. E aggiunge: «L’unico a cui ho visto fare giocate del genere a quell’età è stato Maradona».

La malattia della crescita e la svolta che cambiò la vita di Messi
Serpentina dopo serpentina, il pibe continua a crescere. Anzi, a dire il vero, no. A undici anni la sua statura è quella di un bambino di prima elementare e i genitori si allarmano. Un ortopedico gli diagnostica una carenza di ormone della crescita che rallenta lo sviluppo osseo. Le cure costano novecento dollari al mese.
La famiglia affronta enormi sacrifici. Leo impara persino a farsi le punture da solo, perfettamente consapevole che, se vuole diventare alto, deve prima diventare grande. Ma i soldi non bastano più. Il padre lascia il lavoro e cerca un’occupazione meglio retribuita. Nel frattempo l’Argentina precipita nella crisi economica e nel “corralito”. Così nasce l’idea della Spagna.
A Lleida vivono alcuni parenti. Forse lì il padre troverà lavoro, forse lì Leo troverà anche una squadra. Magari proprio il Barcellona, che aveva già mandato osservatori in Argentina dopo aver sentito parlare di quel ragazzino.
Dal provino alla Masia all’esplosione con il Barcellona
È il settembre del 2000 quando Lionel Messi entra per la prima volta alla Masia. Ha tredici anni e non arriva ancora al metro e quaranta. Seduto su una panchina in attesa del provino, i piedi non toccano terra. Li fa penzolare come un bambino. Qualcuno sorride. Poco dopo smetterà.
Il provino dura appena quindici giorni. Carlos Rexach vuole fargli firmare subito un contratto. Non ci sono fogli disponibili e l’accordo viene scritto su un tovagliolo di carta, per evitare che qualcuno possa soffiargli il ragazzo.
Da quel momento la carriera di Leo decolla. Cresce anche fisicamente grazie alle cure pagate dal Barcellona, fino a sfiorare il metro e settanta. Abbastanza per il calcio.
La sua storia smette di essere un bollettino medico e diventa una favola sportiva. Dopo gli anni nelle giovanili arrivano la chiamata di Rijkaard, il debutto con la prima squadra, l’esordio nella Liga, le prime apparizioni in Champions League.
Il 2005 è l’anno dell’esplosione: primo gol ufficiale, Mondiale Under 20 vinto da protagonista con i titoli di capocannoniere e miglior giocatore del torneo, convocazione nell’Argentina maggiore. Il suo nome, fino a quel momento conosciuto solo dagli appassionati più attenti, diventa improvvisamente un marchio.
In un calcio che attraversa una fase di crisi tecnica ed etica, giovani come Messi e Robinho sembrano rappresentare la speranza di una rinascita.
In attesa di capire se sarà il timido e taciturno Leo a redimere il calcio o il calcio a corrompere lui, non resta che godersi il suo talento. Cercando di capire se dentro quei piedi si sia reincarnato uno spirito superiore o se sia semplicemente nato un campione.
Forse è il Messia.
O forse è semplicemente Messi.
Tratto dal Guerin Sportivo 4-10 ottobre 2005
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