L’Arabia Saudita ha scoperto che il talento non si compra

Dopo il flop al Mondiale 2026 e le dimissioni del presidente federale, il progetto costruito con i miliardi del PIF mostra il suo limite più grande: puoi importare Cristiano Ronaldo, ma non una generazione di calciatori

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L’Arabia Saudita ha scoperto che il talento non si compra
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Alberto Dandolo/EdipressAlberto Dandolo/Edipress

Pubblicato il 1 luglio 2026, 17:16

 

Era partito tutto nel 2023, quando il Fondo Pif decise di investire nel calcio e di progettare uno sbarco clamoroso in un mondo dove l’Arabia Saudita non esisteva. L’ingaggio di Cristiano Ronaldo era stato il primo passo, la richiesta di organizzare il Mondiale del 2034, subito accolta dal cacciatore di voti Gianni Infantino, il secondo. E così era nato dal nulla un movimento che ora rischia di crollare perché le impalcature sono ancora deboli. Il flop americano, infatti, ha già provocato le inevitabili dimissioni del presidente federale, Yasser Al-Misehal, proprio l’uomo che aveva portato avanti il piano studiato a tavolino, in parallelo a quelli che riguardavano il tennis e il golf, altri sport su cui erano stati investiti milioni di dollari, senza un limite. Lo 0-0 contro Capo Verde, che al Mondiale si era presentato senza spendere oltre il necessario, ha fatto crollare le certezze di chi pensava che si potesse comprare tutto, anche il talento.

 

Il Mondiale 2026 ha fatto esplodere i limiti del progetto saudita

«Il mancato passaggio del turno nel nostro girone è un risultato che non è all’altezza delle nostre ambizioni e mi assumo la piena responsabilità di questo fallimento» ha detto il numero uno del calcio arabo, in carica da sette anni e adesso già un ex. Era questa anche la settima partecipazione della Nazionale araba ai Mondiali dal 1994, quando aveva conquistato gli ottavi, miglior risultato della storia. Un miraggio che nel 2022 in Qatar era stato oscurato dalla vittoria per 2-1 contro l’Argentina che avrebbe poi vinto il titolo ai rigori contro la Francia. In panchina, a quell’epoca, c’era Renard, richiamato nell’ottobre del 2024 al posto di Roberto Mancini, che era entrato in conflitto con la Federcalcio del Paese. Ma una volta raggiunta la qualificazione a Usa, Messico, Canada, anche il ct francese era stato esonerato da Al-Misehal, che oggi si sente il principale colpevole di un tracollo che a otto anni dal Mondiale e 11 stadi da costruire fa paura. Il greco Georgios Donis, infatti, non è riuscito a battere Capo Verde (0-0) e così l’Arabia è uscita dal torneo con soli due punti (pareggio con l’Uruguay, sconfitta contro la Spagna) aprendo un interrogativo inquietante: ma come si fa costruire una Nazionale da competizione?

Il vero problema, infatti, sarà il Mondiale del 2034, ottenuto grazie ai grandi investimenti del Fondo Pif. L’operazione promozionale, come detto, era iniziata nel 2023, prima dell’assegnazione del torneo che si svolgerà tra otto anni, ma oggi l’Arabia non sembra più essere la grande attrazione del calcio neanche di fronte a guadagni fuori da ogni logica. Sono già scappati in tanti: il primo è stato Neymar, pagato 90 milioni e rientrato a casa per rappresentare il Santos e di nuovo il Brasile in America. E poi, ancora, Cancelo, Henderson, Gabri Veiga e Duran: è di questi giorni anche il no di Soulé ad un campionato che sembra destinato a fare la fine della Super League cinese di qualche anno fa. Pagano bene, ma ci si diverte poco perché di competitivo e di attraente non c’è ben molto.

 

Il paradosso della Saudi Pro League: più stranieri, meno Arabia Saudita

Ma il problema della Nazionale araba sembra molto più grave della fuga dei calciatori stranieri come aveva denunciato subito Mancini, al suo arrivo. E la Federazione non sembra intenzionata a cambiare le regole. «I giocatori locali non trovano posto, sono schiacciati dagli stranieri, nessuno può crescere se non giocano» denunciò l’ex ct azzurro. Come si mette in piedi una selezione di giocatori arabi se in campionato otto posti su undici riservati agli stranieri, addirittura undici su undici nella Champions asiatica? E nessuno va all’estero, anche per motivi religiosi. Pensate – per esempio – che non c’è un solo portiere titolare in Saudi Pro League e che gli attaccanti si contano sulle dita di una mano. La crisi, ormai, è di lunga data: l’Arabia non vince la Coppa d’Asia dal 1996 e la Coppa del Golfo dal 2003. Portare a Ryad i migliori giocatori del mondo e gli allenatori più vincenti d’Europa al momento non serve: per il 2034 servono arabi di talento, non altri Ronaldo.

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