Messico 1986, il giorno in cui Maradona governò il caos

L'Argentina si fece rimontare due gol dalla Germania Ovest, sfiorò il tracollo e poi trovò la salvezza nell'unico uomo capace di vedere ciò che nessun altro vedeva. La finale che consacrò Diego oltre ogni statistica

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Messico 1986, il giorno in cui Maradona governò il caos

Paolo Marcacci/EdipressPaolo Marcacci/Edipress

Pubblicato il 29 giugno 2026, 16:00

Quello non fu il giorno di una Finale Mondiale caratterizzata da uno straordinario fuoriclasse: quella fu la volta in cui un Re dai lineamenti plebei prese per mano una squadra bambina. L’Azteca ribolliva come una fornace antica. Centodiecimila anime e più, impastate dal sole di Città del Messico, aspettavano l’ultima pagina di un romanzo che sembrava già scritto. 

Da una parte l’Argentina di Diego Armando Maradona, il numero Dieci che aveva trasformato quel Mondiale in una personale opera d’arte. Con una rosa il cui livello medio fino a qualche settimana prima aveva costretto  stampa e tifosi a tenere gli occhi bene aperto contro il rischio di qualsiasi ingiustificato sogno di gloria. Dall’altra la Germania Ovest, la Nazionale alla quale soltanto una cosa non riusciva: non sapeva morire, anche quando la si dava per spacciata. Per questo te la ritrovavi quasi sempre di fronte quando riuscivi a completare il cammino.

 

 

 

 

Finale Mondiali 1986, Argentina-Germania Ovest: come si arrivò al 3-2 dell’Azteca

Come spesso accade nelle grandi storie raccontate dalla realtà, quella del 29 giugno 1986 non fu la celebrazione di un solitario eroe. Fu una partita lorda di tackle e sudore, nervi e paura. Una di quelle in cui il destino sembra sceneggiato da Pirandello: si diverte a cambiare maschera ogni dieci minuti.

L’Argentina va in vantaggio al minuto 22 con José Luis Brown, il sostituto di Passarella, un difensore che pare capitato lì per caso e che invece trovò il gol più importante della sua vita. Per una volta, i guanti di "Toni" Schumacher hanno schiaffeggiato l 'aria. Poi arriva Jorge Valdano, che una volta ricevuto il pallone da Enrique fugge sulla sinistra e di destro indirizza il rasoterra verso il palo più lontano: minuto 55, il 2-0 sembra il sigillo definitivo. Maradona continua a essere controllato a vista da Lothar Matthäus, come un prezioso detenuto sotto sorveglianza speciale. I tedeschi si compattano  dietro alla sua ombra più che attorno al pallone. 

 

 

 

 

La rimonta della Germania Ovest e l’incubo dei supplementari

A quel punto, molti chiuderebbero  chiuso il libro. Ma la Germania non è mai stata una squadra che legge il finale prima dell’ultima riga. Minuto 73: Karl - Heinz Rummenigge accorcia le distanze, avventandosi nell'area piccola con ogni fibra muscolare su un pallone corretto di testa da Voeller. Quest'ultimo, otto minuti dopo, quasi nello stesso punto d'impatto scelto da Rummenigge, di testa spinge in rete il 2 - . In pochi minuti, lo stadio ha stravolto i propri umori. 

Il 2-0 argentino pare evaporato come acqua sull’asfalto messicano. L’Argentina guarda negli occhi lo spettro dei supplementari. La Germania sente già l’odore della rimonta perfetta.  

 

 

 

 L’assist di Maradona per Burruchaga: il gesto che decise la finale dei Mondiali 1986

Tre giri di lancetta dopo, entra in scena il dettaglio che separa i campioni dagli immortali. Maradona, fino a quel momento contenuto, quasi ingabbiato, attende un solo istante. Quello che solo lui ha saputo riconoscere. Minuto 84. Riceve il pallone nella propria metà campo. Alza la testa. Individua uno spazio che nessun altro ha notato, nel batti e ribatti di centrocampo. O forse vede il futuro. 

Quando tutto il pianeta guarda ai supplementari, Diego nota la maglia di Burruchaga, ultima speranza argentina contro una Germania quel giorno vestita di verde: con un tocco lo serve, di prima intenzione lo innesca e in un battito di palpebra, memorabile come l'istante che precede il bacio, lo manda in porta. 3- 2.

I re e i grandi numeri dieci hanno una strana capacità: possono sparire dalle vicende narrate o dal racconto delle partite per ottanta minuti e poi decidere la storia con un gesto. Quando l’arbitro Romualdo Arppi Filho fischia la fine, l’Argentina conquista la sua seconda Coppa del Mondo. Poco dopo Maradona alza il trofeo verso il cielo, nell'ellisse umida e rombante dell’Azteca e sembra che tutto il Mondiale sia stato scritto e recitato secondo l'ordine naturale delle cose. Soprattutto, a otto anni di distanza sbiadisce la memoria fosca della prima Coppa del Mondo della "Selecciòn", quella del 1978 chiazzata dal sangue dei Desaparecidos e obbligata alla pose tronfie di Videla e dei suoi tirapiedi. 

 

 

 

 

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