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Harry Kane: come Shilton, più di Shilton

Pietro Santercole/Edipress
Pubblicato il 8 ottobre 2026, 20:00
Hanno poco in comune, quanto basta per entrare nella storia del calcio inglese. Uno portiere, per molti tra i migliori estremi difensori della storia del football, l’unico avvicinabile al campione del mondo Gordon Banks, superato comunque per lo storico numero di presenze: 125. L’altro attaccante, il miglior attaccante della Nazionale dei Tre Leoni, un dato di fatto oggettivo considerando i gol messi a segno in 125 “caps” con l’Inghilterra. Peter Shilton e Harry Kane, due destini che si uniscono nella notte in cui l’Uragano si abbatte contro la Cechia, nella sua Londra, a Wembley, in Nations League, realizzando una doppietta che gli permette di toccare quota 91 centri con la nazionale di Sua Maestà, proiettandolo al sesto posto assoluto nella classifica dei migliori marcatori di tutti i tempi a livello internazionale. Meglio di Kane sono rimasti - peraltro ormai a tiro - Romelu Lukaku (93 gol col Belgio) e l’indiano Sunil Chhetri (95); l’iraniano Ali Daei (108), Messi (125) e Cristiano Ronaldo (146). Poi più nessuno.
Shilton e Kane: quali sono i punti in comune
Difficile trovare dei punti in comune se non il casuale numero (storico) di presenze in nazionale: uno non ha mai segnato (era tutto Peter, fuorché un portiere-goleador), l’altro non smette di fare gol, il primo attaccante inglese a raggiungere la doppia cifra di gol in nazionale in tre anni diversi: 2019, 2021 e in questo 2026, dove Harry è stato l’incubo di qualsiasi difesa: sommando gol e assist nessuno ha saputo far di meglio dell'attaccante del Bayern in questo anno che deve ancora terminare. Come Shilton, Kane ha vestito (ovviamente in stagioni differenti) le maglie di Leicester e Leyton Orient, anche se a legare il super centravanti di oggi al portierone di ieri non c’è soltanto un freddo conteggio di gettoni con la maglia dell'Inghilterra, né uno sguardo comparativo alle carriere di entrambi. C'è un sottile e affascinante filo rosso che attraversa i decenni e unisce due vite parallele: entrambi hanno indossato la fascia di capitano con una naturalezza disarmante, trasformando la leadership in una missione quotidiana. Shilton lo faceva guidando la difesa con la voce e con riflessi felini, punto di riferimento dell'Inghilterra tra gli anni '70 e '90 e pilastro di quel Forest capace di salire sul tetto d'Europa; Kane lo fa caricandosi l'intero peso dell'attacco inglese sulle spalle, trasformandosi da terminale offensivo a regista d'attacco. Harry aveva dimostrato il suo sconfinato talento già al Tottenham pur non alzando alcun trofeo, lo sta confermando al Bayern Monaco, dove ha quasi vinto tutto. Shilton era la certezza tra i pali, l'uomo dei record di longevità dotato di un senso della posizione impeccabile e di una tenacia d'altri tempi. Kane è sicurezza realizzativa: il prototipo del centravanti moderno, spietato sotto porta, tecnicamente sublime nel ripulire i palloni e letale sui calci piazzati. Due ruoli opposti, due epoche distanti, ma un'unica, identica capacità: incarnare lo spirito più nobile del calcio d'Oltremanica.
Il peso specifico di Harry Kane
Ma è nello scavo di questo parallelismo che si comprende perché Kane non sia solo un erede, possa essere considerato sì come Shilton, ma al tempo stesso più di Shilton. Il peso specifico del ruolo è certamente un fattore: essere un attaccante significa convivere con una pressione differente, dove ogni secondo può decidere il destino di una nazione, dove si deve pur segnare per vincere. E questo 2026 ha semplicemente elevato all’inverosimile la facilità realizzativa di Harry Kane, sia in Germania con il Bayern Monaco, sia con la nazionale: tutto compreso si parla di 72 gol per l’ultima Scarpa d’Oro. La sua seconda Scarpa d’Oro in carriera. Quantità, comunque, direttamente proporzionale alla sua qualità. Kane è implacabile, cinico e infallibile sotto porta, capace di trasformare in oro ogni pallone toccato nei sedici metri, ma è anche il suo carattere a farne un top player quasi sottovalutato: Harry non è il classico nove egocentrico che vive solo per il gol, alla Cristiano Ronaldo tanto per intenderci, è un leader silenzioso e generoso, al completo servizio del collettivo. Si abbassa a cucire il gioco, ripiega in fase difensiva, apre spazi per i compagni e li serve con una visione da regista consumato. Il primus inter pares di uno spogliatoio ricco di talenti ma bisognoso di una guida. Baratterebbe, per sua stessa ammissione, tutti i suoi riconoscimenti per far tornare a vincere l’Inghilterra, compreso quel Pallone d’Oro che tanto meriterebbe.
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