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Magia, arte e fantasia: così 100 anni fa è nata la Fiorentina
Il Marchese Ridolfi ebbe l’idea vincente, per la città iniziò un sogno infinito

Alberto Polverosi
Pubblicato il 28 agosto 2026, 14:34
È l’alba di un fine agosto del 1926, il Marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano torna nella sua villa dopo una lunga notte. È un uomo stanco ma felice, vive in una città che il mondo ama e a questa città ha appena regalato il simbolo del proprio orgoglio. Ha fatto nascere la Fiorentina. Apre il portone e incontra Beppe, il suo domestico e confidente.

Caro Beppe, vedessi che seggiolate son volate ieri sera. -Seggiolate? E perché mai Marchese? «Perché non si volevano mettere d’accordo e io lì nel mezzo che cercavo di ripararmi e di riportare tutti alla calma». -Mi scusi Marchese, non capisco di cosa sta parlando. «Beppe, parlo della Fiorentina». -La Fiorentina Marchese? La bistecca? Ma l’hanno già inventata i Medici nel 1565, quando invitarono i cavalieri inglesi a Firenze. «Ma che bistecca e bistecca e cosa c’entrano i Medici e i cavalieri, io parlo della squadra di pallone». -E allora Marchese, se vuole che capisca qualcosa, la mi racconti tutto perbenino dall’inizio, sennò‘un intendo nulla. «Lo sai che sono un appassionato di sport, no? Mi piace l’atletica leggera e mi piace il gioco del calcio. Siccome a Firenze ci sono due società che giocano a pallone, la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas e il Club Sportivo, io ho fatto una proposta: uniamoci e formiamo insieme la Fiorentina».

-Marchese, mi scusi, ma un uomo come lei, un nobile, perché si mischia con quella gentaglia che in mutande corre dietro a un pallone? «Caro Beppe, il calcio è magia, è arte, fantasia e questa città è proprio come il calcio, è magia, arte e fantasia. Ci voleva qualcuno che prendesse l’iniziativa. Eccomi qua, io ci sono. L’ho detto ieri sera ai dirigenti della Libertas e del Club Sportivo, ma l’inizio è stato una tempesta di seggiole che volavano da una parte all’altra della stanza. Non si volevano mettere d’accordo, erano contro la fusione delle loro società. Ma alla fine li ho convinti». -Marchese, siamo nel 1926, mica nel 2026, come farà a trovare i giocatori e il campo dove farli giocare? E poi, mi tolga una curiosità, lei andrà a vedere tutte le partite di questa squadra? «Certo che ci andrò. Sono il presidente della Fiorentina, anzi dell’Associazione Fiorentina del Calcio. E ora mi metto a cercare i giocatori, ma ne abbiamo già tanti fra quelli del Club Sportivo e della Palestra Libertas». -Ha scelto anche i colori delle maglie? «Sì, sono quelli di Firenze, bianco e rosso. E poi le maglie del Club Sportivo sono rosse e quelle della Libertas bianche, così son tutti contenti». -Mi scusi Marchese, io sono il domestico, e le dico che quando si lavano nella stessa tinozza il bianco e il rosso possono diventare viola. «Va bene anche il viola. È un bel colore. C’è una squadra a Torino che ha le maglie bianche e nere. Ma che son colori quelli?».

-No davvero. E dove si giocherà la prima partita? «Al Velodromo della Libertas in via Bellini. Ho già pensato anche all’allenatore». -Allenatore? O che lavoro fa l’allenatore? «È quello che mette in campo i giocatori, che li fa correre durante la settimana e che, si spera, li fa vincere». -E chi è il fortunato, Marchese? «Ho pensato a un ungherese». -Uno che dall’Ungheria viene a Firenze per fare questo mestiere? Per me lei la corre troppo. «Ma che corro Beppe, questo signore si chiama Karoly Csapkay». -Come come Marchese? Sakay? «Lasciamo stare Beppe. Vedrai che ci divertiremo». -E la prima partita quando si gioca? «Il 3 ottobre, contro il Pisa. Ti posso fare anche un pronostico».

-La mi dica. «Tre a uno per noi». -Son contento che lei stia sognando. «Non sogno, vedrai che andrà così. E poi mio caro Beppe posso dirti anche un’altra cosa». -Sono qui apposta per ascoltarla. «Fra cent’anni ci sarà gente, e spero sia tanta, che si ricorderà di me come il babbo della Fiorentina. Sarà gente bella, saranno i giocatori che hanno indossato e onorato la maglia viola, quella col bel giglio di Firenze in mezzo al petto. Io e te non ci saremo più, ma vedrai che se ne ricorderanno. Perché Firenze, e questo ricordatelo anche te, è unica al mondo e la Fiorentina è la sua figlia prediletta». -E allora, alé alé viola.

La favola continua con Mastantuono e gli altri talenti presi per sognare
Come è facile capire, questo è un colloquio immaginario fra il Marchese Ridolfi e il suo domestico che ho scritto qualche settimana fa per una rappresentazione al teatro Niccolini di Firenze. La serata si intitolava “Solo per la maglia” e il testo è stato interpretato da un giovane e brillante attore, Gregorio Guerrini. Ma se per caso quella conversazione fosse davvero avvenuta, non sarei andato troppo lontano dalla realtà. Il Marchese era un grande uomo di sport, è stato presidente della Fiorentina, della federazione d’atletica leggera ed è stato lui a creare Coverciano, che ora accoglie il suo ricordo con una statua all’ingresso del centro tecnico. Senza Luigi Ridolfi, senza quella sua passione, la Fiorentina oggi non avrebbe cent’anni. Cento sono un’enormità. Hanno riempito la vita di generazioni intere, talvolta l’hanno trasformata, resa unica, travolta da una sana inquietudine, l’attesa. Firenze aspetta sempre la vittoria che tarda. L’ultima è del 2001, la Coppa Italia conquistata da Fatih Terim e rifinita da Roberto Mancini. Di questi cento anni ne è passato già un quarto senza altri trofei. E anche quell’ultimo è stato un trionfo amaro, prologo glorioso di un fallimento terribile con la discesa in C2.

Montagne russe
Ne ha viste Firenze in questi cento anni, ha amato tanto e vinto poco, ha vissuto momenti entusiasmanti e un attimo dopo turbolenti, si è alimentata di polemiche e sogni. È sempre stata differente dalle altre città. Le tifoserie delle grandi amano le vittorie, qui amano a prescindere. C’è un legame energico e vigoroso fra Firenze e la Fiorentina. I giocatori del primo scudetto erano rimasti quasi tutti qui dopo aver smesso di giocare, Sarti, Magnini, Cervato, Gratton, Virgili, Montuori, poi Hamrin, quelli del secondo scudetto, Chiarugi e Merlo, e Antognoni, ora Prandelli. Non se ne vanno perché sentono la città dentro di loro.

Splendore
In un secolo di vita, gli anni di vero splendore sono stati una ventina, quelli del ‘50 e del ‘60, col primo scudetto (una squadra pazzesca), la finale di Coppa dei Campioni persa (Magnini ha sempre giurato che quel rigore non c’era...) a Madrid contro il Real di Alfredo Di Stefano, la Coppa delle Coppe conquistata contro i Rangers Glasgow, quattro volte seconda di fila con la sensazione di aver perso almeno un altro scudetto non per colpe proprie, infine il secondo tricolore con Picchio capitano. E poi giù, fino all’arrivo dei Pontello, fino all’anno del terzo scudetto dell’‘82, come lo considerano a Firenze, anche se nell’almanacco figura nella pagina della Juventus.

Rimpianti e speranze
Su e giù, grandi fiammate e grandi gelate, troppe finali perse, tante amarezze compreso un fallimento e la rinascita in C2. Ma anche a Fano, a Gubbio, a Savona, come anni prima al “Tupparello” di Acireale, la Fiorentina non è mai stata sola. Mai. Anche il salto dalla storia alla cronaca più recente ci conduce a sogni spezzati sul più bello, alle tre finali perse in due anni con Italiano in panchina. E poi la grande speranza della stagione scorsa con un mercato super e un allenatore super finita tristemente con una salvezza quasi miracolosa. Ora però la Fiorentina ci riprova, Commisso junior e Paratici hanno ribaltato la squadra del campionato scorso, l’hanno consegnata a un tecnico equilibrato come Grosso e a lui hanno affidato giocatori fortissimi, come Atta, Oulai e soprattutto Mastantuono. Senza illudere nessuno (visto come è andata un anno fa...), ma la sensazione è che stia nascendo una Fiorentina pronta a salire di livello e a battersi almeno per un posto in Europa League. Finora Firenze si è scaldata con una serie di campioni che hanno lasciato un segno.

Da Pedro Petrone, siamo all’alba della Fiorentina, alla Scarpa d’Oro di Luca Toni, in mezzo anche i più forti del mondo, come Julinho e Montuori, Hamrin, De Sisti e Antognoni, Baggio e Batistuta. Troppi per aver vinto così poco. Ma qui sta la grandezza di Firenze con la sua diversità. Non ama per le vittorie, ama la Fiorentina perché gli appartiene, perché sa che non l’abbandonerà mai, perché quello che succede a Campo di Marte è vita.

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