Calcio

La Champions di Spalletti

© Inter via Getty Images

L'impresa contro la Lazio ha riportato l'Inter nell'Europa che conta, dopo sei anni di assenza e delusioni. Un risultato coerente con il valore della rosa, ma con l'allenatore che è stato decisivo come mai era accaduto nelle stagioni post Triplete...

Il gol di Matias Vecino alla Lazio è stato senza dubbio il più importante nella storia dell’Inter post Triplete, ormai arrivata a 8 stagioni, con le ultime 6 senza partecipare alla Champions League e di queste 6 ben 3 senza nemmeno la coppa minore che tanto minore non è, vista l’importanza che inglesi e spagnole danno all’Europa League. Tutti se la tirano da fini analisti, che sanno guardare il calcio al di là del risultato, ma la vittoria dell’Olimpico è stata per Spalletti e l'Inter la differenza fra una pacca sulle spalle, con annesse critiche per i tanti punti buttati durante il letargo invernale, e un miniscudetto da celebrare.

Ottenuto con una squadra che ha qualche giocatore di qualità ma anche lacune, una squadra in cui nella sostanza segnano soltanto in due, Icardi e Perisic, con il terzo giocatore offensivo, Candreva, a zero gol, e le alternative in avanti (Eder, Karamoh, Pinamonti) ben lontane da uno standard minimo da Champions League. Tanto è vero che il terzo marcatore stagionale, con 4 gol, è un difensore come Skriniar, che nella porta avversaria ha messo tanti palloni quanto Eder, Pinamonti, Karamoh e Candreva messi insieme. La Champions è una competizione che nel breve periodo ha un’importanza finanziaria relativa, visto che 35-40 milioni di fatturato in più saranno bruciati da rinforzi e adeguamento di certi ingaggi, ma che in prospettiva significa risalire sul treno giusto, quello che che conferisce status e aumenta il livello dell’indotto. A maggior ragione da quest’anno, con quattro italiane tutte direttamente nei gironi.

È significativo che Spalletti sia il decimo allenatore neroazzurro post-Triplete, dopo Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri, Stramaccioni, Mazzarri, Mancini, De Boer e Pioli, considerando Vecchi solo un traghettatore. Tecnici di primissimo piano, con un paio di eccezioni, che non giustificano la media di oltre un allenatore all’anno. Con la discontinuità tecnica che si è saldata ad un calo costante della qualità dei giocatori e ad assurde situazioni societarie, tuttora in essere (Thohir presidente su tutte), che hanno per buona parte di questo decennio inchiodato l’Inter a una mediocrità poco aurea. Certo è che Spalletti ha fatto meglio dei suoi predecessori pur trovandosi in mano di fatto la stessa squadra che l’anno scorso era arrivata settima e rinforzata sì da Skriniar ma anche da prestiti arrivati infortunati (Cancelo e Rafinha), dal centrocampo della Fiorentina ottava (Vecino e Borja Valero), da scommesse futuribili (Karamoh) e dall’oggetto misterioso, ma con poco da scoprire, Dalbert. Insomma, Spalletti è arrivato quarto con una squadra da quarto-quinto posto: non abbastanza per gridare al miracolo, ma di sicuro per fargli i complimenti dopo avere superato le dirette concorrenti Lazio e Milan.

Interessante è notare che delle prime sei squadre della serie A l’Inter sia stata l’unica a giocarsi quasi tutte le partite della stagione con lo stesso assetto tattico di base, poi magari cambiato a partita in corso (anche con la Lazio) ma comunque con una sua coerenza obbligata. Un 4-2-3-1 che fra l’altro non è nemmeno l’unico modulo nella testa di Spalletti: senza andare alla preistoria, l’anno scorso alla Roma aveva giocato in tanti modi diversi, grazie anche ad una rosa più ampia. Non ci vogliono Happel e Michels per capire che Icardi con a fianco una punta di buon livello, in un normalissimo 4-4-2, darebbe il massimo, ed è questo anche il pensiero di Spalletti. Che però questa seconda punta non l’ha avuta, con tutto il rispetto per Eder e Pinamonti, e quindi nemmeno ha potuto utilizzarla.

Significativo il confronto con l'ultimo Spalletti romanista, che disponeva di una rosa più ampia, al di là di Salah che però viene valutato anche con il senno di poi. Nello scorso campionato quella Roma arrivò seconda con 87 punti, una media di 2,29 a partita, davanti al Napoli di Sarri. In questo la Roma di Di Francesco è arrivata terza con 77 (media 2,03), a distanza abissale da Juve e Napoli e 5 punti davanti a Inter e Lazio. 61 gol fatti e 28 subiti per Di Francesco, contro il 90 e 38 di Spalletti. Differenze forse dovute a Salah (che comunque fece 15 gol), forse a Spalletti, chi lo sa. Di sicuro l’Inter ha dopo tanti anni trovato un allenatore che non le ha fatto chiudere le stagioni in calando e che l’ha fatta marciare in una direzione precisa.