Calcio

Guerin Ranking: le Top 11 mensili dei maggiori campionati europei

Al netto di gironi oggettivamente non proibitivi, in pochi avrebbero scommesso su Zenit San Pietroburgo e Napoli come uniche compagini a punteggio pieno nella propria avventura in ambito continentale, soprattutto se riavvolgessimo idealmente il nastro dell’ultimo trimestre calcistico per rievocare la foschia di scetticismo che ammantava il cielo di queste splendide città allorquando l’urna di Montecarlo sancì le avversarie da affrontare. Nell’ambiente partenopeo serpeggiavano prematuri dubbi amletici su un allenatore ritenuto non all’altezza di una piazza così ambiziosa, alimentati vieppiù dalle letali ripartenze del Sassuolo nel vernissage serale della Serie A e soprattutto da icone immortali la cui lucidità d’analisi non è mai stata direttamente proporzionale al baluginante scintillio delle pennellate di genio irripetibile dipinte in passato sul manto erboso, mentre i campioni di Russia in carica erano reduci da due clamorosi rovesci casalinghi consecutivi contro il Krasnodar (0-2) ed il Krylya Sovetov (1-3), avvisaglie di un periodo nero in cui tre ulteriori pareggi deludenti ed una fase difensiva tutta da registrare (a cominciare da un Yuri Lodygin insicuro oltremodo tra i pali) avevano scavato un solco che appariva incolmabile nell’ottica di impensierire la capolista Cska Mosca, invero ridimensionatasi nel recente giro di boa in Prem'er-Liga e sempre a causa delle ostiche formazioni ammazza-grandi guidate da Oleg Kononov e Franky Vercauteren. Come se non bastassero già i malumori di un Villas-Boas sempre più confuso, ed infastidito da un campionato pesantemente ridimensionato (il più “vecchio” d’Europa, con un’età-media dei giocatori partecipanti che tocca i 26.7 anni, davanti ai 26.5 della Süper Lig turca) tanto dalla crisi economica quanto dall’anacronistica limitazione degli stranieri in campo voluta dalla Federazione, emersi fragorosamente in occasione di una censurabile sceneggiata messa in atto al cospetto del quarto uomo Ivan Saraev, costatagli un’espulsione sacrosanta e ben sei turni di squalifica. Il parziale riscatto era arrivato per ironia della sorte nel “derby” di Champions League con il connazionale Nuno Espírito Santo, sbancando il Mestalla grazie alle geometrie di Witsel e la consueta prepotenza atletica di Hulk. D’altronde, è una stagione altalenante per gli strateghi lusitani impegnati all’estero: in quel di Valencia solo recentemente si stanno intravedendo gli automatismi che l’anno scorso erano valsi un’ottima quarta piazza in Primera División, non a caso in concomitanza con la forma fisica ritrovata da Dani Parejo (classe sopraffina e carisma da autentico leader tecnico ed emotivo: da applausi la prestazione individuale con cui ha trascinato i suoi compagni al 5-1 corsaro di Vigo nel penultimo turno), mentre perdura in Francia l’involuzione del Monaco di Leonardo Jardim, aggrappatosi al perfetto tempismo negli inserimenti manifestato da Mario Pašalić, e la tragicomica crisi del Chelsea di José Mourinho: alla luce di un parco giocatori indiscutibile eppure incapace di schiodarsi da una media-punti pari all’ 1.08 per match, in sostanza la medesima di ricche corazzate nomate Heerenveen, Eintracht Francoforte, Darmstadt, Swansea e Roda, inferiore a Palermo o Udinese (1.15) ed innalzatasi solo grazie agli stiracchiati successi interni sul Norwich ed il derelitto Aston Villa in un autunno da incubo, forse sarebbe il caso di assumersi tanto per cambiare qualche responsabilità personale piuttosto che accampare ulteriori patetici alibi o fantasticare su complotti visionari... Nel gruppo dei ‘cinco magnificos’ che nel 2014/2015 hanno nobilitato l’immagine del Portogallo, aggiudicandosi altrettanti titoli nazionali in giro per il Vecchio Continente, solo le nuove esperienze dell’ancora imbattuto Jorge Jesus (spietato nell’acuire i polemici rimpianti del Benfica impartendo una pesante lezione al suo erede Rui Vitória davanti agli ammutoliti sessantamila spettatori dell’Estádio da Luz tre settimane orsono) allo Sporting Lisbona e dell’altrettanto discusso alla vigilia Paulo Sousa (Fiorentina) si stanno rivelando foriere di soddisfazioni, mentre Vitor Pereira (sostituito come meglio non si sarebbe potuto da Marco Silva all’Olympiakos: in caso di dubbi, chiedere delucidazioni all’Arsenal…) sta ancora collaudando l’alchimia giusta per far coesistere il roster ‘grandi firme’ (ma piccola predisposizione al sacrificio) del Fenerbahçe. NUMERI & MODULI Se per i Bomzhi russi il primo turno delle coppe europee ha rappresentato a suo tempo l’occasione per mitigare il deludente andamento all’interno dei propri confini, esso è stato l’autentico spartiacque per la stagione del succitato Napoli di Maurizio Sarri. Sarebbe stupido pensare che un semplice spostamento di una singola pedina nello scacchiere tattico per adeguare il prediletto 4-3-1-2 al 4-3-3 possa essere l’unico motivo di un’inversione di tendenza tanto netta nei risultati, ma al contempo è innegabile che gli azzurri a partire dal roboante 5-0 inflitto al Bruges finalmente indossino la veste più adatta alle caratteristiche della rosa a disposizione; rimettere in discussione le proprie idee è sinonimo d’intelligenza, specie in rapporto all’integralismo di predecessori dal curriculum altisonante. Dopo aver restituito un ruolo adatto ai centrocampisti tecnicamente più dotati (Jorginho regista davanti al pacchetto arretrato, non costretto a fare la metà debole nella coppia di mediani cocciutamente proposta da Rafa Benitez ma scortato da due mezzali, un Hamsik rigenerato nel cuore del rettangolo verde con l’inesauribile jolly Allan) ed incoraggiato la crescita degli elementi difensivamente meno equilibrati (Koulibaly e Ghoulam) con reparti compattati in linee strette che riducono i margini di errore rispetto all’ultimo biennio, accorciando le distanze da coprire, il sagace tecnico ha avuto la lungimiranza di intuire che sarebbe stato delittuoso non sfruttare il punto di forza costituito da una batteria di esterni di prim’ordine, rinunciando alla figura del trequartista centrale per non costringere uno di essi a snaturarsi da seconda punta, finendo spesso e volentieri spalle alla porta. L’abiura del rombo è uno dei temi più stuzzicanti di questa annata; nel panorama europeo è un modulo in disuso da tempo e che sovente ha mostrato la corda, almeno per quanto concerne un’interpretazione troppo cristallizzata ed improntata allo circolazione della palla per vie centrali, giacché l’impiego sistematico di schemi che prevedono doppie catene sulle fasce (l’ormai dominante 4-2-3-1, ma non solo) e la costante ricerca dell’ampiezza per dare respiro alla manovra sconsigliano di “abbandonare”  i terzini all’inferiorità numerica sul proprio binario di competenza, a meno che non si disponga di un vertice avanzato in grado di scalare in fase passiva verso una posizione defilata ed un interno dinamico nell’allargarsi all’unisono sul fronte opposto. In Italia resta un’opzione ancora piuttosto praticata, tutto sommato sostenibile per i ritmi generalmente più lenti di gioco, sebbene per problematiche diverse convinti sostenitori come Allegri o Mancini (si pensi all’adeguamento in corsa nella ripresa sul campo della Sampdoria alla settima giornata), per tacer di quanto successo a Milan, Bologna o agli stessi blucerchiati, abbiano dovuto riequilibrare i propri assetti di partenza. Similmente, in Inghilterra il croato Slaven Bilić è stato costretto a tornare sui suoi passi in tal senso e rinunciare all’uomo in appoggio alle due punte, sfruttando una riconquista molto alta della sfera per innescare le ripartenze veloci dei trequartisti, esaltando le qualità di Payet e Lanzini per trasformare il suo West Ham in compagine scomoda da ospitare per tutti (tredici i punti ottenuti in sette trasferte sostenute: solo i Gunners di Arsène Wenger e la sorpresa-Leicester firmata da Ranieri, addirittura invitto lontano da Filbert Way, possono esibire un miglior ruolino di marcia esterno in Premier League), ed anche gli sporadici esperimenti di John van den Brom con il suo sottovalutato tuttofare Markus Henriksen nell’AZ Alkmaar e delle tedesche Werder Brema, Stoccarda ed Eintracht Francoforte (laddove il recuperato Alexander Meier è stato inserito alle spalle della coppia Castaignos-Seferović, prima che Armin Veh accantonasse l’olandese poiché la terza linea non era in grado di sostenere una soluzione tanto spregiudicata) hanno pagato scarsi dividendi.  Registrati i riscontri contraddittori dall’Eredivisie di Roda (il belga Tom Van Hyfte definitivamente riconvertito da Darije Kalezić in guastatore/incursore per sopperire alla sterilità degli attaccanti: da applausi la semi-rovesciata che ha riacciuffato il punteggio contro il Cambuur al Parkstad Limburg Stadion) e De Graafschap (i neopromossi Superboeren di Jan Vreman sono insieme a Verona, Troyes, Metalurg Zaporizhya e gli stessi gialloblu di Leeuwarden le uniche cinque squadre ancora a secco di vittorie nei dieci maggiori campionati d’Europa), e l’apprezzabile coerenza delle nostrane Chievo ed Empoli, il 4-3-1-2 è la mappatura “occulta” nel motore scoppiettante del Nizza di Claude Puel, il quale sembra aver finalmente trovato il segreto per incanalare sui binari della continuità il bizzoso talento di Hatem Ben Arfa; ad ogni modo, la vera chiave di volta strutturale nell’impianto rossonero è il mix di dinamismo, interdizione e rilancio immediato dell’azione assicurato dal terzetto in mediana Mendy-Seri- Koziello, fondamentali in entrambe le fasi di gioco. Nel match dominato sul piano del ritmo contro un tramortito Lione (3-0 l’inequivocabile verdetto dell’Allianz Riviera) venerdì sera, il due volte “Meilleur entraîneur de Ligue 1” (2000 e 2006) ha fronteggiato la contemporanea assenza degli squalificati Bodmer, Pereira e Mallmann varando un funzionale trio centrale in retroguardia, altra strategia lievemente in ribasso nello scenario continentale; analizzando i frutti sin qui raccolti dalle centottanta squadre partecipanti ai dieci tornei meglio piazzati nel Ranking Uefa, solo la suddetta Fiorentina ed il camaleontico Gent di Hein Vanhaezebrouck (di cui ci siamo occupati nella puntata precedente del nostro appuntamento mensile) sono in grado di coniugare i consolidati meccanismi della loro peculiari difese a tre con un rendimento altamente competitivo, che oscilla dai 2.15 punti di media a partita dei viola (senza mezze misure: domenica è alfine arrivato l’unico pareggio in diciassette impegni ufficiali) ai 2.06 toccati dagli attuali padroni della Pro League belga, se si eccettuano le variazioni sul tema 4-2-3-1 elaborate da Kurban Berdyev a Rostov (già viste nell’indimenticabile avventura ultradecennaledi Kazan) ed il frenetico tourbillon che caratterizza il Bayern Monaco in Germania. In questa ideale graduatoria onnicomprensiva, i bavaresi sono ad oggi sovrani incontrastati dall’alto dei loro 2.85 punti conquistati per match, davanti al Paris Saint-Germain (2.71) ed al duo che detta legge a braccetto nella Prem'er-Liha ucraina, Dinamo Kiev e Shakhtar Donetsk (2.64), appaiate in vetta dallo scontro diretto del 16 ottobre all’Olimpiysky, deciso dalla solita doppietta di Alex Teixeira (0-3). Il brasiliano tallona l’ormai sempre più credibile centravanti atipico Pierre-Emerick Aubameyang anche in ottica Scarpa D’Oro 2016, sopravanzando Lewandowski e Tomas Radzinevičius, attempato mestierante che ha archiviato sterili sortite tra Repubblica Ceca e Polonia per ritrovare a trentacinque anni suonati una vena realizzativa che sembra emergere solo nella natia Marijampolė. Del resto, la Lituania è divenuta una sorta di paradiso per bomber insospettabili: tra un Jamie Vardy che timbrando il tabellino dei marcatori nella sfida con il Newcastle (3-0) ha eguagliato il record di dieci partite consecutive a segno realizzato da Ruud Van Nistelrooy nel 2003 con i Red Devils (curiosamente, anche l’olandese completò la sua impresa statistica – realizzata però a cavallo di due stagioni diverse e non nello stesso torneo, come successo al goleador del Leicester – al St James' Park) ed un Neymar che si è caricato da par suo sulle spalle un Barcellona orfano dell’accentratore Lionel Messi, “spiccano” nella lista ben tre calciatori protagonisti nell’A Lyga, compreso il discreto prospetto scuola-Dinamo Mosca Andrey Panyukov, classe 1994, recentemente accasatosi all’Ajaccio (seconda divisione transalpina). OCCHIO A…   Mitchell Weiser (1994, Hertha Berlino) –  Bundesliga (Germania) Ammirando le sgroppate del neo-arrivato virgulto con la casacca numero venti sulle spalle, che sta contribuendo ad alimentare le rinnovate ambizioni nutrite nella capitale teutonica, suona davvero strano che il Bayern Monaco abbia deciso di non rinnovargli il contratto, permettendogli di svincolarsi a parametro zero nell’indifferenza generale. Buon per l’ungherese Pál Dárdai, certo, ma è singolare che in due anni di convivenza all’interno dello spogliatoio non sia scattata la scintilla con Pep Guardiola, in teoria sempre favorevolmente impressionato da terzini di spinta in grado di recepire i propri concetti di calcio arioso e propositivo. A questo punto, infatti, è bene fugare ogni dubbio sulla sua collocazione ideale in campo; nonostante il grande pubblico abbia imparato a conoscerlo per la prima volta da fluidificante destro con la selezione Under 17 della Nazionale, Weiser (foto sopra) è in realtà un esterno dalla spiccata attitudine offensiva, dotato di progressione in allungo poderosa ma al contempo abile nello stretto, in virtù di un dribbling secco ed una naturale agilità di gambe. Può disimpegnarsi tanto da ala sinistra, laddove predilige partire per poi accentrarsi e concludere in prima persona con un tiro forte e preciso (con entrambi i piedi), quanto sulla fascia opposta, che percorre senza soluzione di continuità alla ricerca del cross giusto per smarcare i compagni in area di rigore. Vi sono palesi debolezze da correggere per quanto concerne la struttura fisica (il gioco aereo è un aspetto alquanto sconosciuto al momento, e malgrado tenga botta nei contrasti dovrebbe potenziare la muscolatura superiore) e l’intelligenza tattica (talvolta fuori posizione, nei tentativi di recupero non è pulito negli interventi, rischiando qualche cartellino di troppo); nel complesso, gli automatismi nelle diagonali difensive sono ancora tutti da rivedere. Il merito dell’intuizione di arretrarne il raggio d’azione, nell’ottica di offrirgli maggiori spazi da attaccare in velocità e completarne il bagaglio tattico, è ascrivibile all’allora commissario tecnico Steffen Freund, che lo impostava molto spesso come laterale basso di una retroguardia a quattro, concedendogli però ampia libertà sulla propria banda di competenza. L’esperimento dovette fronteggiare alcune prevedibili crisi di rigetto, una su tutte nel corso degli Europei di Serbia 2011, allorquando un’inopinata leggerezza commessa dallo stesso Mitchell a ridosso della linea mediana permise a Petr Nerad di lanciare Lukáš Juliš e sancire il momentaneo vantaggio della Repubblica Ceca nella seconda sfida del Gruppo B, complicando notevolmente il cammino della Germania, poi finalista. Riscontri positivi del certosino lavoro intrapreso negli allenamenti si intravidero pochi mesi dopo ai Mondiali (México 2011), laddove l’incontenibile numero due in maglia bianca bruciò l’erba sulla fascia destra da cavallone imbizzarrito, segnalandosi come miglior interprete del ruolo nella rassegna e contribuendo all’ottimo bronzo conquistato dalla Jugend Mannschaft. Rampollo di una famiglia dai discreti trascorsi calcistici (papà Patrick ha un nome che senz’altro genererà ricordi recenti per gli appassionati di Bundesliga e Ligue 1, alla luce delle sue esperienze da centrocampista difensivo con le maglie degli stessi ‘Caproni’, oltre che di Rennes e Wolfsburg), il ragazzo inaugurò molto presto la propria avventura sportiva nel TV Eintracht Veltenhof (2000-2005), piccola realtà dilettantistica con sede a Braunschweig, nella Bassa Sassonia. Trascorso un lustro con il sodalizio biancoverde, il percorso di Weiser seguì le sorti del genitore, il quale nel luglio 2005 decise di tornare all’ovile per chiudere la carriera agonistica al Colonia, con la possibilità di entrare nello staff tecnico delle giovanili una volta appese le scarpette al chiodo, oltre che ricevere l’ovvia disponibilità societaria ad aggregare il talentino undicenne nello Jugendteam biancorosso.  Il ritorno nella natia Renania Settentrionale-Vestfalia rappresentò una tappa fondamentale per l’equilibro mentale di Mitchell da un punto di vista affettivo, ma soprattutto coincise con una crescita impressionante sul rettangolo verde, che lo portò ad esordire precocemente con i Die Geißböcke U-17 da titolare, per uno scherzo del destino proprio contro i pari-età del SF Troisdorf (luogo di nascita), nella giornata di apertura della B-Junioren Bundesliga West (19 agosto 2009: 3-0 il punteggio). La fragorosa esplosione del biondo ‘Mitch’ avverrà però nell’annata susseguente, in cui trascinò il Colonia giovanile da scatenato trequartista laterale (undici gol e ben venti assist distribuiti in ventisei apparizioni) al primo titolo nazionale nella categoria (2010/2011). Affrontato senza alcun patema il salto nell’A-Junioren Bundesliga U-19 agli ordini del trainer Manfred Schadt, Weiser nel 2012 riscosse una serie di meritate soddisfazioni in ambito personale, il tutto nel giro di un mese: esordio da subentrante nel semi-professionismo in Regionalliga West il 28 gennaio (con tanto di suggerimento dalla destra per liberare innanzi alla porta sguarnita l’attaccante Musculus, e permettere alla squadra di completare una rocambolesca rimonta al Georg-Melches-Stadion di Essen) e soprattutto in Bundesliga il 25 febbraio (Colonia-Bayer Leverkusen 0-2: Ståle Solbakken lo gettò nella mischia al 75’ per sostituire il croato Mato Jajalo nel suggestivo scenario del RheinEnergieStadion, facendone a 17 anni e 310 giorni il più giovane esordiente di sempre nel club, record che apparteneva a Stephan Engels dal 9 settembre 1978), a novantasei ore dalla prima volta nell’Under 18 della Die Nationalelf allenata da Christian Ziege (Osnatel-Arena di Osnabrück: Germania-Olanda 1-0). La delusione per la drammatica retrocessione in Zweite Liga fu mitigata dall’interesse nei suoi confronti mostrato dai dirigenti bavaresi, che investirono su di lui la modica cifra di ottocentomila euro. Il resto è storia recente: il prestito al Kaiserslautern mentre la corazzata di Jupp Heynckes fa incetta di trofei, il biennio agli ordini del catalano a fare tappezzeria, l’illusorio inserimento nelle rotazioni nel girone di ritorno durante la scorsa stagione, sino all’amaro epilogo maturato in estate. LE TOP 11 Primera División (SPAGNA) – Coefficiente Uefa: 90.427 (4-2-3-1): Keylor Navas (Real Madrid); Mario Gaspar (Villarreal), Sidnei (Deportivo La Coruña), Diego Godín (Atlético Madrid), Yuri Berchiche (Real Sociedad); Dani García (Eibar), Dani Parejo (Valencia); Iñaki Williams (Athletic Bilbao), Marco Asensio (Espanyol), Neymar (Barcellona); Javi Guerra (Rayo Vallecano). Bundesliga (GERMANIA) – Coefficiente Uefa: 71.320 (4-2-3-1): Ron-Robert Zieler (Hannover 96); Paul Verhaegh (Augsburg), Stefan Bell (Mainz), Niklas Süle (Hoffenheim), Jonas Hector (Amburgo); Josuha Guilavogui (Wolfsburg), Mahmoud Dahoud (Borussia Mönchengladbach); Leroy Sané (Schalke 04), Marc Stendera (Eintracht Francoforte), Douglas Costa (Bayern Monaco); Pierre-Emerick Aubameyang (Borussia Dortmund). Premier League (INGHILTERRA) – Coefficiente Uefa: 68.534 (4-2-3-1): Jack Butland (Stoke City); Simon Francis (Bournemouth), Laurent Koscielny (Arsenal), Virgil Van Dijk (Southampton), Alberto Moreno (Liverpool); Yann M'Vila (Sunderland), Dele Alli (Tottenham); Kevin De Bruyne (Manchester City), Georginio Wijnaldum  (Newcastle), Manuel Lanzini (West Ham); Jamie Vardy (Leicester City). Serie A (ITALIA) – Coefficiente Uefa: 65.439 (4-2-3-1): Mattia Perin (Genoa); Bruno Peres (Torino), Miranda (Inter), Leonardo Blanchard (Frosinone), Adam Masina (Bologna); Lucas Biglia (Lazio), Miralem Pjanić (Roma); Piotr Zieliński (Empoli), Josip Iličič (Fiorentina), Alejandro Gómez (Atalanta); Gonzalo Higuaín (Napoli). Primeira Liga (PORTOGALLO) – Coefficiente Uefa: 48.748 (4-4-2): Romain Salin (Marítimo); Lionn (Rio Ave), Zainadine Júnior (Nacional), Paulo Monteiro (União Madeira), Afonso Figueiredo (Boavista); André André (Porto), Nuno Valente (Arouca), João Mário (Sporting Lisbona), Rafa Silva (Braga); Jonas (Benfica), André Claro (Vitória Setúbal). Ligue 1 (FRANCIA) – Coefficiente Uefa: 48.249 (4-3-3): Jonas Lössl (Guingamp); Dennis Appiah (Caen), Thiago Silva (PSG), Samuel Umtiti (Lione), Youssouf Sabaly (Nantes); Cheikh Ndoye (Angers), Mario Pašalić (Monaco), Vincent Koziello (Nizza); Henri Saivet (Bordeaux), Benjamin Moukandjo (Lorient), Sofiane Boufal (Lille). Prem'er-Liga (RUSSIA) – Coefficiente Uefa: 47.682 (4-2-3-1): Aleksandr Selikhov (Amkar Perm); Mário Fernandes (CSKA Mosca), Solomon Kvirkvelia (Rubin Kazan), Aleksandr Martynovich (Ural), Dmitri Kombarov (Spartak Mosca); Adilson (Terek Grozny), Damien Le Tallec (Mordovia Saransk); Vladislav Ignatyev (Kuban Krasnodar), Oleg Shatov (Zenit San Pietroburgo), Dmitri Poloz (Rostov); Baye Oumar Niasse (Lokomotiv Mosca). Prem'er-Liha (UCRAINA) – Coefficiente Uefa: 39.683 (4-2-3-1): Artur Rudko (Goverla Uzhgorod); Volodymyr Adamyuk (Stal), Igor Plastun (Karpaty Lviv), Aleksandar Dragović (Dinamo Kiev), Eduard Sobol (Metalist Kharkiv); Igor Zhurakhovsky (Metalurg Zaporizhya), Pavlo Myagkov (Oleksandria); Oleksandr Karavaev (Zorya Lugansk), Alex Teixeira (Shakhtar Donetsk), Florentin Matei (Volyn Lutsk); Evgen Seleznyov (Dnipro). Pro League (BELGIO) – Coefficiente Uefa: 36.400 (4-2-3-1): Darren Keet (Kortrijk); Nikola Aksentijević (Mouscron), Dino Arslanagić (Standard Liegi), Abdou Diallo (Zulte Waregem), Erdin Demir (Waasland-Beveren); Renato Neto (KAA Gent), Rob Schoofs (Sint-Truiden); Fernando Canesin (Oostende), Sofiane Hanni (Mechelen), Dennis Praet (Anderlecht); Jelle Vossen (Bruges). Eredivisie (OLANDA) – Coefficiente Uefa: 33.063 (4-3-3): Robbin Ruiter (Utrecht); Kevin Diks (Vitesse), Mike Te Wierik (Heracles Almelo), Sander Fischer (Excelsior), Rajko Brežančić (AZ Alkmaar); Stijn Wuytens (Willem II), Davy Klaassen (Ajax), Albert Rusnák (Groningen); Dirk Kuyt (Feyenoord), Christian Santos (NEC Nijmegen), Gastón Pereiro (PSV Eindhoven). Marco Oliva