Era un gol in maglia nerazzurra che profumava già di bianconero; una segnatura in Coppa Italia che ebbe il potere di rattristare i tifosi dell'Inter, più che farli esultare. Se un episodio del genere capitasse oggi, i sostenitori della Beneamata arriverebbero a somatizzare l'episodio; non si limiterebbero a soffrirlo. Era il secondo personale di quel pomeriggio, siglato con un secco rasoterra di sinistro, dopo quello siglato con un'incornata superba su cross di Mazzola.
13 giugno 1976, girone finale di Coppa Italia, Inter-Verona a San Siro. L'ultima volta di Roberto Boninsegna prima di vestire la maglia della Juventus.
Mantovano, classe 1943, dall'Inter era stato allevato nelle giovanili Gino alla soglia dei vent'anni; poi, dopo essere stato giudicato troppo acerbo da Helenio Herrera, un lungo e ampio giro d'Italia: Prato, Potenza, Varese, Cagliari. "Quel" Cagliari, che nel 1970 avrebbe coronato il suo sogno tricolore. L'Inter però se lo riprese prima, "Bonimba" secondo la creatività onomastica di Gianni Brera, ovvero nell'estate del 1969, per dar vita a una storia di gol, vittorie ed episodi memorabili.
I numeri di Boninsegna
Sette stagioni scandite da 288 presenze complessive e connotata da 174 reti, le ultime due in quel congegno malinconico contro il Verona, preludio dello scambio con "Petruzzu" Anastasi. Un metro e settantaquattro per settantadue chilogrammi di peso forma: non certo un corazziere, nemmeno per l'epoca, ma alle proporzioni sopperiva con scelta di tempo e forza esplosiva, soprattutto quando c'era da staccare da terra grazie alla propulsione dei quadricipiti. Lo scudetto del 1970-71 accompagnato da 24 reti e dal titolo di capocannoniere, che avrebbe conquistato anche nella stagione successiva segnandone due in meno e aggiungendovi per sovrappiù anche anche lo scettro di miglior realizzatore della Coppa Italia 1971-72; il controverso episodio delle lattina di Mönchengladbach nel corso della Coppa dei Campioni 1971-72; il secondo posto al Mondiale messicano del '70 con la maglia azzurra.
Quanta Inter era passata sotto i ponti in una tranche di carriera che era stata la più importante e fervida per quanto riguarda la prolificità sotto porta...quel giorno contro la squadra veneta si chiudeva uno dei romanzi popolari più ricchi e appassionanti del nostro calcio, interpretato da un goleador che con l'Inter tanti anni prima avrà conquistato un Torneo di Viareggio e che per l'uscita di scena definitiva scelse come forma di saluto ciò che gli era sempre venuto più naturale al mondo: il gol, la prima cosa che veniva in mente quando qualcuno pronunciava il suo nome, o il suo soprannome.