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Lima: «Io alla Roma chiamato da Capello»

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Francisco rivela come arrivò in giallorosso. «Fui cercato dal tecnico e accettai subito, era il top»

Non lo chiamavano Jeeg Robot. Ma stiamo lì. Il suo soprannome era Duracell. Il motivo? Perché l’intensità che metteva in campo era identica dal primo all’ultimo minuto. Insomma, non si scaricava mai, era sempre pronto a lottare a centrocampo, a spaccare in due la linea mediana, a recuperare palloni. Non era un giocatore appariscente, Francisco Lima, ma picchiava duro e correva per quattro. Già, era un brasiliano atipico, nato e cresciuto nel cuore dell’Amazzonia. I gol? Non pervenuti. I dribbling? Neanche. Ma sapeva rompere le azioni e dare una mano alla difesa. Per inquadrare il suo stile si possono citare sia Cesar Sampaio che Fabinho. Francisco Lima ha giocato per tre stagioni con la maglia della Roma dopo aver militato nei due anni precedenti a Bologna e Lecce, tra l’altro con la maglia numero 10 dei salentini. In Italia ha vissuto una sorta di escalation, arrivando a Trigoria l’estate successiva all’ultimo scudetto vinto dai giallorossi. Appesi gli scarpini al chiodo e archiviata una parentesi da allenatore tra i dilettanti, sta sviluppando il suo lavoro all’estero, per la precisione negli Stati Uniti d’America. «Insegno calcio ai ragazzi e poi faccio scouting. Tornerò a breve a Boston, poi andrò a Dallas. È un progetto importante, che mi piace tantissimo. Stare a contatto con i giovani è fantastico», ammette l’ex centrocampista.

Lima, com’è stata la stagione vissuta a Bologna?
«Di alto livello. La nostra squadra ha fatto un campionato importante, chiudendo a metà classifica. C’era una rosa con Cruz, Oliveira, Locatelli e Signori. Gente che segnava e faceva la differenza sotto porta. E poi ricordo Pagliuca, un estremo difensore super».

Arrivò subito la chiamata della Roma...
«Sì, dopo Lecce e Bologna si è aperta questa possibilità. Dopo aver sfidato la Roma in campionato nell’anno dello scudetto mi chiamò Capello al telefono: mi voleva fortemente, mi vedeva nei suoi schemi. Io ho dato la mia parola e dopo pochi mesi indossavo la maglia della Roma».

La svolta della sua carriera?
«Senza dubbio, è stato un momento chiave a livello personale. La Roma aveva appena vinto il campionato, era un club forte in Italia e in Europa, ma non era facile allenarsi con quella pressione addosso. Non l’avevo mai provata così forte. Sono stati anni importantissimi».

Tante battaglie all’Olimpico, ma pochi trofei.
«Siamo riusciti a portare a casa la Supercoppa, ma si poteva fare di più. Abbiamo sfiorato il quarto scudetto per un punto. Una partita è stata fatale e me la ricordo bene».

Quale?
«Contro il Venezia già retrocesso. Siamo andati sotto 2-0 e poi abbiamo pareggiato 2-2 nel finale. Quei punti persi potevano riscrivere la nostra storia. Comunque penso che la mia Roma meritava di più in generale perché era stata costruita per stare in alto».

A chi era più legato?
«Aldair, Cafu ed Emerson. Parlavamo la stessa lingua. Stavamo insieme tutti i giorni».

Il più forte di quella squadra?
«Totti sapeva fare tutto. Francesco faceva la differenza. Non posso dire un nome solo: Batistuta era devastante sotto porta, Cafu è uno dei più forti con cui ho giocato. Samuel e Chivu erano due difensori di livello assoluto, senza dimenticare Candela, un altro terzino che andava a mille all’ora».

Il Bologna l’ha sfidato quasi subito: doppio 3-1 tra andata e ritorno. E c’era anche la sua firma...
«Sì, ricordo bene quella partita. Feci un assist di piatto che scavalcò Pagliuca, permettendo a Emerson di segnare a porta vuota. Forse è stata una delle giocate offensive più belle che ho realizzato nel periodo passato nella capitale».

Capello che allenatore era?
«Uno davvero tosto. Pretendeva il massimo e io non mi sono mai tirato indietro, giocando anche fuori ruolo».

Cioè?
«Quando si infortunò Candela, Capello mi chiese la cortesia di giocare sulla corsia sinistra. Io gli ho risposto: “Posso darti una mano se ne hai bisogno”. Tutto sommato è andata bene, ma giocare lì è difficile: bisogna andare e tornare, crossare, difendere, attaccare. Preferivo fare il mio lavoro tranquillo a centrocampo».

Perché è finita la sua avventura a Roma?
«Se ne sono dette tante. La verità però è solo una: la Roma voleva tenermi, mi avevano proposto un rinnovo di tre anni, ma la Lokomotiv Mosca mi ha offerto il doppio dello stipendio. E quindi sono andato in Russia».

E il legame con la città si è spezzato?
«No. Tornavo in Italia appena ne avevo la possibilità. Per altri dieci anni ho mantenuto una casa in zona Casal Palocco».

Passiamo a Bologna-Roma di Europa League. Chi è favorito a palla ferma?
«Dipende molto da questo primo round al Dall’Ara. Chi sbaglia meno ha più probabilità di andare avanti. Il Bologna è una buona squadra, ha fatto campionati spettacolari, ha giocatori importanti come Castro e poi Italiano mi sembra un ottimo allenatore. La Roma però ha il vantaggio di giocare il ritorno in casa. All’Olimpico i tifosi creano un’atmosfera spettacolare e questo può incidere, ma anche a Bologna il clima può diventare incandescente sugli spalti».

Chi può essere decisivo in questa sfida d’andata?
«Dico Wesley. Anche Malen, un attaccante tecnicamente forte e veloce». Wesley è una sorpresa? «Lui era così già ai tempi del Flamengo, sapevo che il suo impatto sarebbe stato immediato in Italia: va veloce e poi è importantissimo nelle due fasi. Non si ferma mai e questa caratteristica piace a Gasperini. Si vede che l’allenatore stravede per lui. Penso che possa crescere ancora. Wesley può fare la differenza contro il Bologna. La difesa, poi, è una delle armi in più della Roma: N’Dicka è ormai un leader assoluto».

Roma o Bologna possono arrivare in fondo all’Europa League?
«Una delle due sicuramente sì (sorride, ndi). Perché poi dai quarti di finale inizia il bello, restano in corsa poche squadre. Se la Roma passa, ha buone chance di arrivare in finale vedendo il ruolino di marcia delle edizioni precedenti. È una squadra abituata a fare bene in certi palcoscenici. Questo conta».

La squadra di Gasperini è pronta per tornare in Champions?
«Io penso che la Roma debba lottare in campionato per un posto nell’Europa che conta. Se lo contenderà probabilmente con la Juventus fino alla fine. Contro il Genoa ha perso terreno e mi dispiace. Bisogna ragionare in grande, bisogna vincere tutte le partite da qui in poi, iniziando dalla trasferta contro il Como, anche se non è facile. E poi bisogna sperare in qualche passo falso delle altre concorrenti. La Roma deve puntare alla Champions e lo sta facendo. Poi in estate si potrà alzare il livello prendendo giocatori importanti per crescere ancora».

E la questione scudetto?
«Può diventare un obiettivo per la Roma in prospettiva. In questo campionato vedo l’Inter in pole per il titolo. Ha steccato il derby ma difficilmente sbaglierà due volte di seguito. Il Milan ha fatto la sua partita, aspettando l’Inter e ripartendo in contropiede. I punti di vantaggio sono tanti. Insomma, vedo la squadra di Chivu favorita sia per lo scudetto che in Coppa Italia».