«Adesso siete tutti disposti, voi giornalisti, a vedere grandi cose appena Brady tocca la palla in modo decente. Anche noi italiani abbiamo certi numeri in repertorio: solo che voi tendete a vedere sempre più verde l'erba del vicino» parola del “Barone” Franco Causio. È l'8 aprile 1980, vigilia di Arsenal-Juventus, semifinale di andata di Coppa delle Coppe e alcuni giocatori bianconeri sono chiamati dalla stampa a giudicare i prossimi avversari, che con una formazione rimaneggiata hanno irretito i rivali cittadini del Tottenham. Il regista irlandese William “Liam” Brady, stella dubliner della squadra e ai Gunners sin dal 1970, quando aveva quattordici anni, è stato meno brillante del solito. Pretattica, si dice. Per la Juve di Trapattoni la doppia sfida in semifinale contro i londinesi è un rimpianto enorme. Contro i quotatissimi rivali, all'andata a Highbury i bianconeri vengono raggiunti sull'1-1 solo a cinque minuti dal novantesimo, per un'autorete di Bettega, mentre al ritorno a Torino la qualificazione per la finale sfuma a due minuti dalla fine. È una beffa terribile. A lungo, l'Arsenal è sembrato un rivale alla portata, e pure Brady non ha impensierito troppo i suoi marcatori, prima Prandelli e poi Furino, ma alla fine l'hanno avuta vinta gli inglesi. Poi sconfitti nella finale di Bruxelles contro il Valencia.
Il corso di Juventus
Il nome di Brady, tuttavia, è impresso nella mente del più grande scout del calcio inglese in Italia, Gigi Peronace, che con la riapertura delle frontiere per la stagione 1980-81 lo veste zebrato. Di diverso avviso era l'ex cannoniere juventino John Charles, che a maggio, in un'intervista al Corriere, ne sconsiglia l'acquisto: «A costo di apparire pessimista, dico che anche Brady, pur tecnicamente ineccepibile, finirebbe col ritrovarsi frastornato qui da voi in Italia. Il campionato è troppo duro» chiosa. Sulle tracce dell'irlandese c'è pure il Manchester United, ma il campionato italiano, in quegli anni, ha argomenti che nessun altro torneo internazionale può mettere in campo: soldi, molti soldi. Basta pensare agli “scandalosi” tre o quattro miliardi investiti dalla Roma per portare nella capitale il brasiliano Falcao.
Si dice che la Juventus, in quota straniero, puntasse a Maradona, Boniek, Zico, Dalglish o a un centravanti tipo i tedeschi Hrubesch o Rummenigge, ma Trapattoni è comunque contento: «Tranquilli, garantirà sicuramente un potenziamento offensivo della squadra» rassicura. All'arrivo a Caselle, in una serata bollente di fine luglio, Brady è accolto come un idolo dal popolo bianconero e si felicita ai microfoni della bella accoglienza: «Conoscevo il calore dei tifosi italiani, ma queste accoglienze sono una cosa fantastica» dichiara quasi commosso ai giornalisti dopo che alcuni l'hanno addirittura sollevato sulle spalle per portarlo in trionfo. Messo in stanza con Furino a Villar Perosa, per un corso accelerato di juventinità, il ventiquattrenne irlandese sembra da subito ben integrato nella nuova realtà. I commentatori lo paragonano a un Beccalossi più disciplinato e nella prima amichevole importante dopo la consueta galoppata in famiglia di Villar Perosa, davanti agli occhi dell'Avvocato, Brady segna due reti all'Atalanta in quel di Bergamo.
“Lento ma estremamente preciso” è il giudizio a caldo sul suo stile di gioco: un'opinione che con il trascorrere dei mesi non cambia poi di molto. Liam sbalordisce con quattro assist in una gara contro il Panathinaikos, illumina la manovra juventina per tutto settembre, ma già a ottobre il rapporto mostra qualche crepa. Alcuni giudicano il suo gioco “freddo” e “pigro” e c'è chi si chiede: “Ne valeva la pena?”. Poi nel 2-1 contro i campioni in carica dell'Inter del 23 novembre 1980, il giorno del terremoto dell'Irpinia, segna un gol e assiste Scirea per il raddoppio, dimostrando che sì, la scelta di Boniperti è stata azzeccata. Il nuovo numero dieci juventino si integra alla grande. Dopo Zoff, Scirea e Fanna è il più impiegato della squadra campione d'Italia, segna otto reti in A, ma sulla sua testa comincia ad aleggiare uno spettro, un giocatore che potrebbe davvero cambiare le sorti di una squadra che ha bisogno di un rinnovamento: Michel Platini. Forse nessuno a Torino ancora lo sa, ma da lì a un anno qualsiasi cosa farà Liam Brady il suo destino è segnato, la sua carriera italiana dovrà continuare da qualche altra parte. Al suo posto sta per arrivare uno dei campioni più importanti della storia del calcio italiano e internazionale: le Roi Michel.
Responsabilità di rigore
Nel 1981-82 Brady arrangia un'altra buona stagione e il 16 maggio a Catanzaro, a un quarto d'ora dalla fine di una gara ferma sullo 0-0 si prende la responsabilità di segnare il rigore dell'1-0 finale che sancisce il suo secondo Scudetto consecutivo, strappato alla Fiorentina. Nonostante il 30 aprile gli abbiano comunicato in sede che a fine stagione non verrà confermato per fare spazio a Platini e Boniek. La notizia lo aveva sconvolto: «Avevo due scelte, fare il professionista e calciare bene il rigore, oppure fare il bambino stupido e rifiutarmi di calciare» ha spiegato in seguito. Ma nonostante l'amarezza, si presenta sul dischetto e realizza glaciale.
Passa così all'ambiziosa Samp, mostrandosi di nuovo brillante per due annate, poi all'Inter, dal 1984 al 1986, dove dopo l'iniziale intesa con il presidente Pellegrini, viene lasciato senza contratto perché “rallenta la manovra”. Nel 1986-87 chiude la sua esperienza italiana con diciassette partite nell'Ascoli e molte liti con il presidente Rozzi per questioni economiche. Riprendendo la via dell'Inghilterra in estate per chiudere la carriera con tre buone stagioni al West Ham. Il suo aplomb in Italia non è stato sempre capito, ma Liam Brady, che oggi compie settant'anni, resterà sempre e comunque il primo non italiano a vincere lo Scudetto dopo la riapertura del calciomercato. Un vero e proprio gentleman della metà campo.