Cinque giornate di campionato, cinquanta partite giocate, sei errori ammessi e ceralaccati dalla CAN. A questi, se ne potrebbe aggiungere sicuramente un altro (Cagliari-Lecce) mentre almeno altri due episodi (Genoa-Napoli all’esordio e Bologna-Torino prima della sosta) hanno sollevato i primi lamenti. Senza considerare la Coppa Italia, anche lì, un paio d’errori. Direte, ogni rivoluzione ha bisogno di tempo per consolidare i propri principi. Ma il calcio - e questo Daniele Orsato lo sa - brucia tempi e protagonisti alla velocità della luce. Va bene il ritmo, d’accordo l’intensità “all’inglese”, santifichiamo anche il tempo effettivo che finalmente si avvicina agli standard della Champions League. Ma se spazziamo via la patina di entusiasmo sollevata dal “manifesto ideologico-arbitrale” dell’ex arbitro di Schio, non tutti i conti tornano. Sia chiaro, non al bar la domenica mattina con l’immancabile analisi dei tuttologi del pallone, ma facendo una fredda, analisi numerica. Cinque giornate di campionato. Cinque (o sei) errori ammessi ufficialmente dalla stessa Commissione Arbitri Nazionale (CAN) durante i recenti simposi di Lissone, con le società prima, con i media poi. Non c’è bisogno di lauree in matematica, la serie A viaggia alla media di un errore (grave) a giornata, spesso poi mascherato dal risultato, che tutto copre e tutto placa. Ecco, fino ad oggi Orsato è stato aiutato anche da un pizzico (abbondante) di buonasorte (che bisogna anche meritarsela, come accade agli audaci). Ma quando le sviste arbitrali inizieranno a pesare sui risultati (e sulla classifica), come la metteremo?
Il nuovo corso arbitrale, che ha traumaticamente dato un taglio al passato (quasi un’operazione chirurgica studiata a tavolino per cancellare ogni traccia di chi ha preceduto) e che doveva salvificare il calcio italiano dai dubbi, potrebbe avere un problema di progettazione. L’ingegnere capo, però, non ha intenzione di abbassare la guardia, anzi: «Non vi voglio convincere, se per noi è un contatto e per voi è un rigore. La nostra filosofia è che certi contatti non sono punibili. Se devo fare un passo indietro per farmi condizionare, mi dispiace, terrò la mia linea fino in fondo al campionato, quel che sarà, sarà», ha detto Orsato a chi aspettava la verità.
Eorum culpa
E così, anche l’ammissione di colpa (loro) degli errori compiuti, è stata letta da molti come un computo parziale, bonificato da qualche sforbiciata qua e là, al grido di «sono scelte di campo» che hanno lasciato scontento più di qualcuno. E se l’episodio di Bologna-Torino, il contatto di Heggem su Oristanio in area rossoblù, può avere appigli di non punibilità (il contatto fra i due piedi c’è, ma con quale intensità? con quale nocumento?) tanto che Orsato ha derubricato la vicenda con «ne possiamo discutere, ma preferisco non vengano fischiati, è una scelta dell’arbitro», il caso di Cagliari-Lecce è più netto. Nell’infuocato recupero, l’attaccante giallorosso N’Dri salta Gagliardini con un tunnel secco in piena area. Il centrocampista rossoblù, saltato, prova dapprima ad intercettare il pallone, poi fa un second movimento (extramovimento) con la gamba sinistra, frapponendola e tirando giù l’avversario. Rigore, please. Anzi, tutti in attesa del VAR (chi lo dice che la suspance sia noiosa?) per quello che è sembrato un rigore chiaro. Eppure, l’arbitro Sacchi ha lasciato correre e il VAR Piccinini se n’è ben guardato (intimorito?). Rigore per (quasi) tutti, per il protocollo di Orsato l’episodio si nebulizza con la “valutazione dinamica”, tanto che il direttore di gara di Treia è stato regolarmente designato per il turno successivo. E anche la frase «è una scelta di campo», finisce per essere l’opinione di uno che rischia di scontrarsi con il regolamento, che dovrebbe invece essere uguale per tutti. O no?
Che soglia
Il problema (poi dipende dai punti di vista) è proprio la rigidità del nuovo dogma. Alzare la soglia d’intervento, sia in campo che al VAR, serve non solo per proteggere l’autorità dell’arbitro, ma anche per mascherare le pochezze della qualità dei nostri fischietti di vertice. Meno fischi, meno possibilità di intervento, meno errori, il tutto nascosto appunto dietro una soglia alta di punibilità. Il problema, però, è sempre la deresponsabilizzazione degli arbitri in campo (e di conseguenza di chi opera nel VOR di Lissone): ieri lo erano perché «tanto c’è chi mi corregge al VAR», oggi invece si rischia di legittimarli a non fischiare per dimostrare una personalità che probabilmente in molti non c’è o deve ancora formarsi. E così, anche l’episodio di Genoa-Napoli (la spinta di De Bruyne su Vasquez prima del gol) diventa materia opinabile (ma a differenza di Cagliari-Lecce lo è), resta da capire se con cognizione di causa o per incapacità.
Ammissione
Restano, sul campo, i primi cinque/sei errori certificati in serie A, con Zufferli, il fresco internazionale amato da Orsato, protagonista di questa rassegna. Perché l’errore più grande lo ha compiuto lui, allo Stadium di Torino, sorvolando una trattenuta tanto netta quanto plateale di Kalulu su Rowe in Juve-Atalanta, un classico «rigore e intervento VAR» che ha fatto arrabbiare il designatore, visto che durante l’ultimo raduno di Coverciano precedente al caso incriminato aveva insistito sull’errore in Coppa Italia di Fiorentina-Pisa (trattenuta Caracciolo su Pellegrino, arbitro Marinelli) che era, appunto, rigore e OFR. Ed invece non è successo nulla ed ecco il nocciolo del problema: a furia di dire, non si fischia, non si fischia, si è portati a soprassedere anche sulle cose evidenti. Prendete il mancato rigore per calcio di Dragusin su Monterisi (e la mancata espulsione di Jimenez per la reazione su Bracaglia), da rigore e da rosso in Fiorentina-Frosinone (arbitro Collu): due episodi nella stessa partita, due errori (che si possono riassumere anche in un unico abbaglio per comodità) che pesano. E poi il rosso non fatto a Caqueret su Britschgi in Como-Parma (la catena di errori è sesquipedale: arbitro, guardalinee, quarto uomo e VAR), il rigore (da VAR) non dato sempre da Zufferli (capito perché?) per il mano di Vlasic su cross di Cisse non fatto in Torino-Milan (il contrappasso: sbagliata invece la chiamata VAR in Torino-Monza di Coppa Italia). In tutti questi casi la tecnologia avrebbe potuto e dovuto rimediare al danno in pochi secondi. Invece, la paura di contravvenire all’ordine di scuderia - ovvero solo il “chiaro ed evidente” nella visione oltranzista di Orsato - ha paralizzato i varisti. Il risultato è una giustizia sportiva monca, dove si sacrifica l’equità sull’altare della velocità del gioco. Pensate, nelle primi 5 giornate c’è stata una sola OFR contro le 14 dello scorso anno, mentre gli overrule (le decisioni cambiate dal Var senza bisogno di rivederle al monitor), sono stati soltanto 3 contro le 11 del 2025-26.
Più gioco
Perché poi arrivano i dati: tempo effettivo medio salito a 59 minuti e 24 secondi (+5’53” rispetto all’ultima stagione, +5’05” sulla penultima); siamo anche il campionato che ha pause più brevi (per gol, sostituzioni, punizioni), 23,80 secondi noi, la Premier (che passa per essere il campionato con maggiore intensità) arriva 26,04 secondi; i falli sono scesi a 22,74 di media a partita, contro i 26 della scorsa stagione. Tutto merito di Orsato? Non proprio, la paternità originale è dell’Ifab e delle variazioni di regolamento volute pre-Mondiali (per riprese di gioco, sostituzioni, pallone fra le mani del portiere). Il designatore italiano ci ha aggiunto del suo, che si riflette - ad esempio - nel numero di rigori dati: 5 (lo scorso anno erano 12, quello prima 20 e nel 2023/24 18), con un decremento anche di espulsioni (2) e ammonizioni (da 3,59 a 3,22 per gara): anche perché ci sono il 14% di falli fischiati in meno rispetto alla scorsa stagione, in controtendenza con gli altri grandi campionati europei: la Premier è a +2,1%, la Ligue1 -0,9%, la Bundes -3,1 e la Liga -1,6%. Il “repulisti” però rischia di lasciare sul terreno di gioco più d’un errore, far giocare non significa non vedere un fallo evidente. Va bene la soglia alta, ma la giustizia (como i falli), lo abbiamo detto, è uguale per tutti. Almeno dovrebbe...
Rivoluzione
Cambiare e tagliare i ponti col passato riguarderà anche altro, in attesa che sbarchi in Italia il costosissimo pallone con il microchip usato ai Mondiali (fu decisivo in Portogallo-Croazia per il tocco di Matanovic che mise in offside Gvardiol; poteva essere determinante per il caso Lobotka in Inter-Napoli). Ad esempio, gli arbitri con la sezione della stessa città della società, non potranno fare quella (o quelle) squadra (squadre). Per capirci: Doveri, La Penna e Fourneau non potranno fare Roma e Lazio, mentre invece le faranno Marinelli (Tivoli), Marchetti (Ostia) e Mariani (che è di Aprilia e che aveva rifiutato di dirigere le due squadre della Capitale quando c’era Rocchi, sarà ancora così? Figli e figliastri?). O ancora: Maresca che è della sezione di Napoli) non potrà fare il Napoli, mentre Guida (Torre Annunziata, distanza 25 chilometri) sì ed è una notizia. Ricordate la polemica del suo rifiuto per paura di girare con moglie e figli? Attenzione...
Tratto dal Guerin Sportivo di Novembre 2026