«Un règlement, un jury, un trophée. C’est dans ce simple appareil que le Ballon d’or “France Football” voyage depuis le 18 décembre 1956, quand fut rendu public le nom de son premier lauréat, Stanley Matthews». Podio canta. Sono passati 70 anni dall’incoronazione inaugurale.
Le origini del Pallone d'oro
Se i campioni hanno bisogno di una squadra, ai fuoriclasse basta un pallone. I francesi - uffa, sempre loro - stabilirono che sarebbe stato d’oro. L’Europa dello sport gli deve l’onore e il privilegio di aver anticipato la rissosa Europa della politica e delle banche. Se il barone Pierre de Coubertin, vissuto a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, fondò le Olimpiadi della modernità, il commendator Jules Rimet scalò la presidenza della Fifa e battezzò i Mondiali, «operativi» dal 1930 in Uruguay. Si devono in compenso a un redattore de «L’Equipe» e «France Football», Gabriel Hanot, l’idea della Coppa dei Campioni, nel 1955, e, appunto, la scintilla del Pallone d’oro. Allons enfants. Ex arbitro, membro attivo di Fifa e Uefa, Henri Delaunay si batté per trasformare la Coppa Internazionale in qualcosa di più vasto, di più ecumenico. E così, nel 1960, nacque il campionato d’Europa per nazioni. Ai fini della ricostruzione storica va detto che fu il figlio Pierre, morto il padre, a celebrarne il varo. Pallone d’oro. È un ossimoro che ha fatto carriera, dal momento che gratifica il singolo di uno svago collettivo, dettaglio che fotografa una realtà deviata, uno sgorbio filosofico. Da gingillo a cesura, da cesura a simbolo e da simbolo a marchio. Divisivo, tribale, partigiano. Indicato dai giornalisti: e allora, apriti cielo. Apriti urna. Il rapporto «con» noi italiani stimolerebbe un trattato di psicanalisi. Quando lo vincono gli altri, gridiamo al complotto e invitiamo a boicottarlo, a ignorarlo. Ma quando se lo pappa uno dei nostri, nativo o migrato che sia, casualmente è tutto un ribollir di titoli, di pagine, di speciali.
Da Pozzo a Condò, i giurati italiani
Il primo giurato fu Mario Zappa, della «Gazzetta dello Sport». L’attuale è Paolo Condò, «Sky» e «Corriere della Sera». Chi scrive, prima alla «Gazzetta» e poi a «La Stampa», lo è stato dal 1984 al 2009, sino al 2001 con Sergio Di Cesare, ma non nel 1989, sostituiti entrambi, alla «Rosea», da Candido Cannavò (ubi maior). Nella lista, e scusate se vi parrà un accostamento irriverente, figurano Vittorio Pozzo (!), Aldo Bardelli, Ferruccio Berbenni e Adalberto Bortolotti. Nel ‘56, per la Spagna, votò un «certo» Helenio Herrera. È sempre rimasto sotto la cappella di Parigi, tranne nel periodo che va dal 2010 al 2015, affittato alla Fifa di Joseph Blatter pre-scomunica e aperto ai commissari tecnici e ai capitani delle Nazionali. La bacheca è un acuto perenne, con rare stonature (l’Igor Belanov del 1986, per esempio), anche perché fino al 1994 si potevano votare esclusivamente candidati europei. O, al massimo, oriundi come Omar Sivori. Emulato, in chiave patriottica e statistica, da Gianni Rivera, Paolo Rossi, Roberto Baggio e Fabio Cannavaro.
Con Weah una svolta, Jaschin il solo portiere
Con George Weah, liberiano, il trofeo svoltò. Diventò ancora più autorevole, più democratico: dover escludere il Diego Armando Maradona etichetta 1986, la stagione del Mondiale vinto da solo (o giù di lì), ci costò un senso di spaesamento, quasi di complicità ladresca, come se avessimo borseggiato una vecchietta in chiesa. Lui, la mano e il sinistro de Diòs. I requisiti includevano l’anno solare - oggi, la stagione intera - e naturalmente puntano al cuore del singolo, tra successi, curriculum, carisma e una goccia, ma proprio una goccia, di fair play. Un solo portiere, Lev Jaschin. E ai giullari che censureranno l’iniquità di fatto, e di ruolo, giro la tesi, estrema, di un altro portiere, e che portiere, secondo nel 1973. Dino Zoff: «Giusto che lo vinca chi accende la fantasia e non chi, come noi, quella luce deve spegnerla». A Bologna chioserebbero: «Mo’ sochmel».
Il triplete di Platini e i ringraziamenti di Shevchenko
Le schede dei pennivendoli. Somma goduria, libidinosa rivincita. Per Michel Platini - «triplete» nel 1983, 1984 e 1985 - il fatto che a scremare gli eletti fossero e rimangano i cronisti, come da scelta tranciante e inamovibile dei padri fondatori, ha sempre costituito un’arma suggestiva di distrazione: se non, addirittura, di provocazione. Di solito l’edicola viene affiancata al campanile, e il campanile alla pancia del tifo. La competenza appartiene a un concetto vago che i social, scarmigliati e arrembanti, impugnano quotidianamente per pesarla sulla bilancia delle proprie conoscenze e dei propri rutti dottrinali. Sotto scrutinio, un pallonetto di Francesco Totti valeva decine di telefonate delle radio romane e romaniste, fin lì agnostiche e, da lì, improvvisamente coinvolte e coinvolgenti: «A Robè, daje». Uno solo mi telefonò, da Parigi, per ringraziarmi. Era il 2004, fu Andrij Shevchenko. Me lo passò Vittorio Mentana, guru della comunicazione milanista. Andrij mi «ripagò» la preferenza con un’intervista dal titolo: «Il mio calcio libero». Gli sponsor non rompevano le scatole: se mai, in redazione, lo striscione dell’ultimo chilometro scatenava dibattiti, promuoveva «partiti» che si sarebbero sciolti un attimo dopo. Alberto Cavallari, il direttore che traghettò il «Corrierone» negli anni bui della P2, soleva dire che era pronto a garantire «sincerità, non obiettività». Sincerità: pane al pane, arte all’arte. E, per le minoranze che possono permetterselo, cultura alla cultura. I superlativi assoluti, che in questi casi crepitano come botti di san Silvestro, non tediano. È la legge dei più bravi, oltre che dei più forti: di fronte alla quale inchinarsi non rappresenta un atto di servilismo, ma di rispetto. E di stima. Non mi fu facile, nel 2003, preferire Pavel Nedved a Paolo Maldini. E l’invasione batava di Ruud Gullit, Frank Rijkaard e Marco Van Basten, all’epoca del grande Milan di Arrigo Sacchi, tenne prigioniero Franco Baresi nonostante l’endorsement di Cannavò.
Podio tutto milanista del 1989, i duelli tra Messi e CR7
Al prezzo di tagli dolorosi, la ricchezza societaria del talento sa produrre classifiche «mostruose», come l’ordine d’arrivo del 1989, inno al Diavolo: 1) Van Basten; 2) Baresi; 3) Rijkaard. Tre su tre. Quante critiche per la scelta di Matthias Sammer, nel 1996, bardo della Germania regina d’Europa, davanti a Ronaldo il Fenomeno. Nessuno è depositario del verbo, l’importante è argomentare e recintare le proprie posizioni senza aver paura di misurarsi con i non allineati, il confronto batte sempre il consenso. Gli otto scalpi di Leo Messi e i cinque di Cristiano Ronaldo hanno decorato, per un ventennio, le mostre del Terzo Millennio. Un pittore e uno scultore. La Gioconda di Leonardo da Vinci e il David di Michelangelo. Dribbling pennellati e rovesciate scolpite. Memorabile la guerra scoppiata tra Blatter e Cierre. Tema della disputa, lo scettro del 2013. Il boss si schiera ufficialmente pro Messi e scimmiotta la postura del Marziano, che se la lega al dito. Realizza un gol al Bernabeu e fa il saluto del comandante, sull’attenti e a petto in fuori: tiè, Padrino. A Barcellona godono, a Madrid imprecano. La sera del 19 novembre, in coincidenza con gli ultimi spareggi mondiali, gli gnomi di Zurigo comunicano, bruscamente, di aver deciso di riaprire le urne. Non solo: i ct, i capitani e i giornalisti che avevano già inviato la scheda, avrebbero potuto stracciarla e faxarne un’altra. Misteriosi i motivi: dal ritardo di molti giurati al pericolo che un papabile come Franck Ribéry, la cui Francia era stata sconfitta 2-0 in Ucraina, rischiasse di salire sul podio più alto dopo essere sceso dal Mondiale. Morale della favola: firmata una tripletta in Svezia-Portogallo, il 13 gennaio 2014 Cristiano Ronaldo ritira il bottino e piange non distante dalla spalla di Blatter, il suo «molestatore».
Il premio speciale concesso a Maradona
Sandro Mazzola fu secondo nel 1971 e Totti quinto nel 2001, mentre Alessandro Del Piero vanta due «quarti»: nel 1995 e nel 1996. Gli squilli individuali aiutano, certo, e spesso incidono. A volte, però, non bastano. Dipende dalla squadra che trascini e ti trascina, dalle gerarchie fissate dal calendario. Di norma, Mondiale o tornei continentali, poi Champions League e coppe varie, quindi i campionati domestici. A sfogliare l’albo, sono pochi gli intrusi che giustificherebbero la ghigliottina. E se molti sono gli esclusi che mi hanno rovinato il sonno, brillano il tuttocampismo di Alfredo Di Stefano e il totalitarismo di Johan Cruijff, la velocità e i sorpassi del Ronaldo brasiliano, il fosforo esplosivo di Zinedine Zidane, il muro di Berlino riassunto nello scudo di Cannavaro. Un difensore, alleluja, per lontano che fosse - e resti - dall’eleganza di Franz Beckenbauer: il Kaiser che, avanzando, fece avanzare il calcio. A Maradona, per risarcirlo dei precetti capestro che lo avevano segregato, ne è stato dedicato uno speciale; e alla «Saeta Rubia» hanno consegnato il Superpallone d’oro, a conferma di un magistero che ha resistito all’oblio dei pigri.
Attesa per conoscere l'erede di Dembélé
L’ultimo ad alzarlo è stato Ousmane Dembélé del Paris Saint-Germain, sesto francese della storia. Secondo Lamine Yamal, terzo Vitinha. Avanti un altro, dunque. Le tracce da seguire, sparse tra la Spagna miss Mondo e il Paris mister Champions, mi suggeriscono questa cinquina: Khvicha Kvaratskhelia, orfano di una Nazionale d’appoggio, Yamal, Rodri, Kylian Mbappé, Erling Haaland. Le magie del trentanovenne Messi non vanno trascurate, anche se macchiate, in terra americana, dalle scorte concesse all’Argentina e dall’obbrobrio post-finale, con la schiena e il sedere rivolti ai premiati. Il bazar italico srotola Lautaro Martinez, capitano dell’Inter: sintesi impietosa di una crisi sistemica. Venne sospeso solo nel 2020, per l’epidemia di Covid. Lo avrebbe strameritato Robert Lewandowski, ma la Senna mormorò e si scansò: c’est la vie. Da Parigi a Londra, lunedì 26 ottobre: dal dribbling etico e poetico di un baronetto ad artisti e ballerini dalle coreografie sgargianti. Belle époque, comunque.
(tratto dal numero del Guerin Sportivo di Novembre 2026)