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Sul treno dell'Athletico Paranaense

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Il club di Celso Petraglia dalla B ai vertici del Brasileirão: i 17 gol del colombiano Viveros, soprannominato “El Tren”, la rinascita di Luiz Gustavo (classe 1987), i 33.000 abbonati e il ricordo del titolo firmato nel 2001 da Geninho

È un mago del business e delle campagne elettorali. Con il suo solito slogan è arrivato al quinto mandato da presidente dell’Athletico Paranaense: «O tempo é o senhor da razão», il tempo è il signore della ragione. Mário Celso Petraglia ha una laurea in giurisprudenza, ma la sua vita si è consumata lontano dai codici e dai tribunali. Ha ottantadue anni, è un imprenditore brasiliano e ha creato il suo impero scalando la “Inepar S.A. Industria e Construções”, un colosso dell’energia e delle infrastrutture. In questa holding ha costruito il suo background da squalo della finanza: Petraglia è il “governador“ più anziano e longevo del calcio sudamericano. Poco romantico e molto moderno, in eterno conflitto con i potenti del sistema. Amministra l’Athletico dal 1995 con la visione di un Ceo della Silicon Valley. Non gestisce un club: lo ha ridefinito. I giornali sportivi, in Brasile, ricordano spesso una curiosità legata alla sua gioventù: suo padre era un immigrato uruguaiano esperto nella produzione di caramelle, dolci e cioccolatini. Ottavo di dieci fratelli, è nato a Cruzeiro do Sul. Ha frequentato la Facoltà di Diritto di Curitiba, in attesa di diventare un principe degli affari. Ha ridisegnato la geografia del Brasileirão, vinto nel 2001 con l’allenatore Geninho, che prese in corsa il posto di Mario Sergio: i 34 gol di Alex Mineiro e Kléber Pereira, i dribbling di Ilan, la personalità di Nem, la regia di Kleberson, gli assist di Adriano Gabiru. Tutto qui? No, ha centrato anche dodici titoli statali e due Coppe Sudamericane. Difficile comprare un biglietto allo stadio Joaquim Américo Guimarães: gli abbonati sono quasi 33.000.

L’erba sintetica

A Curitiba non c’è il mare, non c’è la samba da spiaggia, non c’è quella perenne illusione tropicale. Qui, sull’altopiano del Paraná, l’inverno morde sul serio. Spesso cala una nebbia fitta. In questa città che i brasiliani considerano “troppo fredda per essere vera”, l’Athletico rappresenta un piccolo fenomeno da studiare. Il terzo posto in classifica nel Brasileirão, i 45 punti in 25 partite, i 17 gol del centravanti colombiano Kevin Viveros, l’ambizione di complicare la fuga del Palmeiras di Abel Ferreira. Mário Celso Petraglia, un fuoriclasse dei bilanci, ha firmato il rilancio in grande stile della società rossonera, che nel 2024 era retrocessa in Serie B rovinando la festa per il Centenario. L’Athletico, per la sua gente, è il Furacão, l’Uragano. Per capire come si sia sviluppata questa crescita, bisogna spingersi fino al distretto di Bairro Alto. Lì sorge il CAT do Caju (Centro de Treinamento Alfredo Gottardi), dove la squadra si allena. Campi riscaldati, alberghi a cinque stelle per il ritiro, foresterie, un polo di medicina, palestre, un enorme capannone indoor che riproduce al millimetro le condizioni della casa madre, l’Arena da Baixada: erba sintetica di ultima generazione, un fattore che ha permesso all’Athletico di azzerare il gap storico con le superpotenze di Rio e San Paolo. Chi viene a giocare a Curitiba sa che il pallone viaggia più veloce, rimbalza in un altro modo e il tempo di pensiero è dimezzato.

Il talento e il petrolio

Tutto comincia con una lettera. Una sola lettera, muta, infilata come un chiodo nel mezzo di una parola per spaccare in due la storia. Nel 2018, Mário Celso Petraglia ha guardato i suoi consiglieri e ha detto: “Da oggi non siamo più l’Atletico. Siamo l’Athletico”. All’inizio ha acceso dibattiti e polemiche. Gli hanno dato del sovversivo, l’hanno definito un vecchio capo che perdeva tempo con l’ortografia invece di pensare al Brasileirão e al mercato. Ma Petraglia aveva un’idea precisa: quella “H” serviva a non essere confusi con la massa, con la famiglia extralarge di squadre che si chiamano Atlético Mineiro. Esistere da soli, sul motore di ricerca di google come nella geopolitica del Sudamerica. Chi entra negli uffici del CAT do Caju, comprende che tutto viene pesato, misurato e digitalizzato. Petraglia sostiene che il talento sia una materia prima che si estrae come il petrolio: per fare profitto non devi solo trovarlo, ma raffinarlo in fretta. L’eccellenza non è negoziabile. A coordinare le strategie di questa macchina aziendale è il potente direttore sportivo Marcio Lara, mentre il responsabile dello scouting è Everson Rocha. Come allenatore, Petraglia ha scelto Odair Hellmann, classe 1977, ex assistente del ct verdeoro Rogerio Micale alle Olimpiadi del 2016, un cultore dell’equilibrio che i giocatori hanno soprannominato “Papito” e che parla anche inglese e un po’ di italiano. È stato assunto il 21 maggio del 2025, dopo le esperienze negli Emirati e in Arabia Saudita, per sostituire Mauricio Barbieri. La squadra offre un calcio verticale, aggressivo, basato sul pressing e sui raddoppi. Un 3-4- 2-1 elastico che in fase di non possesso si trasforma in un 5-4–1. Blocco difensivo posizionale e raddoppi laterali. Hellmann chiede ampiezza e profondità. In porta gioca Mycael. La linea difensiva è guidata da Benavídez, Aguirre. Arthur Dias. Sulle fasce si muovono Gilberto e Lucas Esquivel. Il centrocampo si appoggia sulle geometrie di Luiz Gustavo (39 anni, ex Bayern, Werder Brema e Marsiglia) e sul dinamismo di Jádson o di Juan Portilla. La luce è accesa da Stiven Mendoza e Leozinho, che si alternano con l’italo-argentino Bruno Zapelli e João Cruz. In attacco il comandante è Kevin Viveros, ventisei anni, maglia numero 9, un metro e 80, destro naturale, scoperto a Medellin, nell’Atletico Nacional, e acquistato nella scorsa estate per cinque milioni di dollari.

La clausola

Kevin Viveros ha riportato subito il club rossonero in serie A, realizzando nove gol. Ora è il capocannoniere del Brasileirão con diciassette reti: quattro al Botafogo, tre al Santos, due al Vitoria di Bahia e al Remo di Belém, una al Cruzeiro, alla Chapecoense, al Mirassol, al Coritiba, all’Internacional e al Fluminense. Segna ogni 126 minuti. Viveros ha trascorso l’infanzia a Buenaventura, il porto più grande della Colombia, ma anche uno dei luoghi più complessi, dove l’Oceano Pacifico scarica piogge torrenziali e le banchine sono il confine sottile tra la legalità, il commercio e le bande dei narcos. Kevin è cresciuto nell’América di Cali e nell’Itagüí Leones. Ha giocato in Venezuela con il Carabobo, è stato scoperto dal Sarajevo, si è fatto ammirare nel Deportivo Equidad e nell’Atletico Nacional. A Curitiba abita nel quartiere residenziale di Batel, vicino al Parque Gomm, la zona dei grattacieli, dello shopping e degli hotel di lusso. È sposato con Nayarid Restrepo, hanno due figli: Jhosua e Antonella. I tifosi l’hanno soprannominato “El Tren”. Ha un contratto fino al 2028. Lo corteggiano il Brighton, il Celtic e il Flamengo. Ha una clausola da diciotto milioni di dollari. Non ha un procuratore, ma può contare su un consigliere di nome Kike: è lui che si occupa di trattative e sponsor.