Padre beninese, ex calciatore e capo scout al Metz, e madre francese che di calcio se ne intende altrettanto: «Dopo le partite parlo con lei e analizziamo le mie prestazioni». Un passaggio sottotraccia nelle giovanili dello Stade Rennais, le stesse di Ousmane Dembélé, Désiré Doué ed Eduardo Camavinga: «Dopo l’Under 15 mi proposero solo la possibilità di entrare nel programma sportivo di Bréquigny. Non si trattava di un’accademia giovanile, ma di una normale scuola superiore che permetteva di frequentare gli allenamenti dopo le lezioni. Accettai di rimanere per un anno in quel modo, pensando ‘Durante la stagione, il club cambierà idea e mi offrirà un posto nell’accademia giovanile’. Non successe, quindi andai al Metz», ha raccontato a Onze Mondial.
Un anno e mezzo di transizione tra Ligue 2 e Ligue 1 in Lorena, tra il dolore della retrocessione e la gioia della promozione, poi ecco arrivare il solito osservatore dell’Udinese attirato dal suo metro e ottantanove: «Mi sono trasferito l’ultimo giorno di mercato. È arrivata l’offerta e ho dovuto decidere abbastanza in fretta. Mi hanno spiegato che mi seguivano da un po’ di tempo, ma io non lo sapevo».
La fiducia di Kosta Runjaic rinnovata a ogni conferenza stampa: «Ha un grande potenziale, non so dove possa arrivare e voglio scoprirlo. Con lui facciamo anche sedute video, deve migliorare sulle decisioni, sono molto contento della sua crescita, sta migliorando anche in fase difensiva».
L’allergia ai colpi di testa, in campo: «Dato che da ragazzo non ero il più alto, ho giocato con altre qualità, ho usato il cervello e la tecnica, perché fisicamente non riuscivo a tenere il passo. Oggi ho dei compagni alle mie spalle che sono alti, forti e che cercano il colpo di testa. Quindi, naturalmente, non mi butto più in quel tipo di situazioni». E fuori: «Lavoro molto. Quando torno a casa mi rilasso e, quando ho del tempo libero, chiamo amici e parenti, gioco ai videogiochi e guardo serie in italiano perché voglio imparare la lingua. Ecco le mie giornate».
Il desiderio irrealizzato di segnare al Friuli: «Sogno di fare gol nel mio stadio, a Udine, davanti ai nostri tifosi». Mitigato dalla soddisfazione di due reti decisive a San Siro, contro Inter e Milan: «Mentre esultavo ho pensato, finalmente!».
L’ammirazione incondizionata di Adam Buksa: «Mi ricorda Bellingham. È intelligente e di grandi qualità. Riesce a liberarsi di due-tre avversari con facilità. Deve migliorare l’ultimo passaggio, ma se lo farà potrà diventare tra i migliori al mondo». E del ds bianconero Gianluca Nani: «È una via di mezzo tra Bellingham e Zidane».
Nell’ultima stagione di Serie A, Arthur Atta ha quintuplicato il suo valore, passando dagli otto milioni con cui l’Udinese l’ha riscattato dal Metz, ai quasi quaranta, bonus inclusi, investiti dalla Fiorentina per strapparlo alle big italiane, Inter, Napoli e Milan, ai danarosi club turchi e alla Premier. Questa, almeno, è la narrazione che lo ha accompagnato in questi mesi. Nell’estate del Mondiale in cui l’attenzione dei ds è rivolta alle partite nelle Americhe e le squadre di A sono alle prese con portafogli sgonfi da riempire di plusvalenze e rose extralarge da alleggerire, la sensazione è che il suo nome sia finito in secondo piano. Tranne che per la Viola.
Il suo nuovo allenatore, Fabio Grosso, quando ha saputo del suo arrivo ha scritto sorpreso ed entusiasta al suo direttore, Paratici, per domandargli: «Ma siamo sicuri?». Non credeva nemmeno lui in un colpo tanto ambizioso, ma nell’anno del centenario sembra che a Firenze vogliano tutti fare le cose in grande: e i tifosi, tradizionalmente inclini allo scetticismo, si sono spinti a elogiare sui social il solitamente criticatissimo Commisso Jr. «Atta è un giocatore forte, molto - ha detto Grosso - Ha grandi qualità ma soprattutto potenzialità».
In base ai dati Opta, il 2003 nativo di Rennes lo scorso campionato è stato tra i primi dieci in Europa per dribbling riusciti e a lungo tra i migliori per duelli vinti. Nella prima categoria, con il 51% di efficacia (al pari di Yildiz), ha fatto meglio di Yamal, Mbappé, Vinicius e Olise. Nella seconda, nel suo momento d’oro tra settembre e gennaio, era davanti al brasiliano Bruno Guimaraes e allo svizzero Manzambi (appena pagato dall’Aston Villa cinquanta milioni di sterline): per capirci, in A solo McTominay era al suo livello.
«Con Arthur avevo fatto una chiacchierata, anche con suo papà: oltre alle qualità che vediamo, è un ragazzo molto in gamba», ha aggiunto Grosso a Sky Sport. Chi conosce bene il ragazzo ne sottolinea l’umiltà e la voglia di ascoltare i consigli, come ha fatto il suo primo allenatore pro, il rumeno Laszlo Boloni, a Ilnapolista.it. Per dire, è lo stesso che ha fatto esordire Cristiano Ronaldo.
Lo sguardo un po’ distante, il fare rilassato, la camminata dinoccolata, trascinandosi dietro quel metro e ottantanove che sembra quasi un peso più che un vantaggio, Atta è un profilo molto particolare per il nostro campionato. Anche se ha rifiutato categoricamente il paragone con Bellingham, il suo stile di gioco è ricco di sfumature, proprio come quello dell’inglese. Se il fenomeno del Real Madrid eccelle in quantità e doti di inserimento, Atta ha una rara capacità di sfruttare il suo fisico flessibile e muscoloso, che gli permette di uscire in conduzione, dopo un dribbling, anche dalle situazioni più complesse. In questo, sì, forse alla lontana ricorda Zidane. Dotato di un Q.I. calcistico di alto livello, Arthur deve gran parte della sua sensibilità tecnica alla crescita tardiva, al fatto che da bambino il suo fisico non fosse come oggi quello di un granatiere, solitamente associato a un altro tipo di giocatore. La sua abilità negli spazi stretti è peculiare per uno con leve lunghissime come le sue, ma è figlia di una consapevolezza molto precisa del proprio corpo e degli spazi occupati in campo. E a volte, quando dribbla, sembra che gli avversari nemmeno esistano.
Runjaic, nella sua stagione d’esordio in Friuli, lo ha provato in vari ruoli, anche in mediana per sfruttarne le buone doti d’interdizione. Poi, lo scorso anno, Atta ha cominciato a giocare nella coppia di trequartisti alle spalle dell’unica punta e lì le sue capacità di creare spazio dove apparentemente non esiste hanno saputo esaltarsi. E, una volta saltato il diretto avversario, ha potuto distendere la sua falcata da levriero verso la porta.
Nelle conclusioni e nei passaggi, come hanno sottolineato Runjaic e Buksa, Atta deve migliorare le proprie scelte. Solo così potrà superare i cinque gol e tre assist dello scorso anno. I mezzi tecnici non gli mancano: toccherà a Grosso farlo crescere e nei piani c’è un utilizzo da interno di sinistra nel 4-3- 3, qualche metro più indietro rispetto ai tempi di Udine. In Friuli, Arthur ha fatto bene anche giocando largo, accentrandosi da sinistra per concludere sul primo o secondo palo con il destro, come accaduto nei suoi due gol milanesi, ma se riuscirà a stare più dentro al campo, forse la sua pulizia tecnica potrà esaltarsi al massimo. Più lontano dalla porta, ma più centrale e coinvolto nel gioco della squadra.
Una delle sue giocate migliori nella scorsa stagione è arrivata al Via del Mare contro il Lecce, il 25 ottobre 2025: un assist in profondità di esterno destro per mettere Karlström davanti alla porta che ha inevitabilmente richiamato Modric. Un tocco di rara sensibilità e visione.
«Sono un centrocampista tecnico, box to box, a cui piace giocare con la palla. Voglio aiutare la squadra a fare gol e la squadra può aiutare me a segnare. Ho sempre voluto giocare da mezzala ma in generale faccio ciò che mi chiede Grosso», ha commentato a TMW. La sua crescita passerà dalla capacità di coprire porzioni di campo sempre più vaste senza perdere lucidità nei momenti decisivi. Nel vivaio del Rennes ha imparato a «fare la differenza con la sfrontatezza » - come ha raccontato in un’intervista alla Gazzetta - usando le proprie risorse per superare le situazioni più difficili. Ma Atta è anche un giocatore molto associativo, che ama giocare l’uno-due e si è trovato molto bene a dialogare con la punta centrale Davis, un centravanti capace di liberare gli spazi per l’inserimento dei compagni con il suo fisico.
«Cerco sempre giocate intelligenti», ha sussurrato Atta negli scorsi mesi, quasi sonnecchiando, in un’intervista alla Lega Serie A. «Ho sempre ammirato i giocatori belli da guardare. Quelli come Kroos, Gourcouff e Neymar», ma in Italia l’estetica non basta, serve essere dannatamente concreti.
Dalle parti di Rennes si dice che bisogna “mettere il burro negli spinaci” quando qualcosa migliora in modo evidente. A Firenze sperano che Arthur Atta sia l’ingrediente giusto per rendere la squadra più ricca, brillante e pericolosa. Insomma: in riva all’Arno tutti si aspettano una Viola all’ATTAcco.