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Vozinha, l'eroe di Capo Verde

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I portieri hanno sempre fatto la storia del Mondiale. Tra i 57 del 2026 abbiamo scelto i più pittoreschi

In principio fu Jan Jongbloed, portiere dell’Olanda di Johan Cruyff, Monaco 1974. Maglia gialla numero 8, mani nude e ginocchiere da pallavolista, ma soprattutto una innata capacità di giocare la palla con piedi, anche oltre l’area di rigore. Poi c’è stato il peruviano Ramon Quiroga, che usciva fino a centrocampo, nel chiacchierato mundial argentino del ’78. A Italia ’90 è apparso il vaporoso boccolo di René Higuita, arquero colombiano, padre dello “scorpione”, ma vittima della sua stessa sete del brivido, Roger Milla docet. Portieri sopra le righe, estrosi, folli, ma alquanto abili anche nel calciare.

Oggi non ci si fa più caso. Il portiere moderno è uno e trino: parate, azioni dentro l’area e fuori area. Sono i criteri statistici della FIFA, come da sito ufficiale, quelli che servono per giudicare la bravura e l’efficacia dell’estremo difensore del Terzo millennio. Le mani sono importanti, ma fondamentali sono la capacità di saper toccare il pallone e di leggere la partita. Un vero e proprio uomo in più, una risorsa funzionale e sempre più al centro del progetto tattico del mister, non solo per l’ansiogena (per noi tifosi) “ripartenza dal basso”.

Ai Mondiali ipertrofici di quest’ultima edizione, sono stati ben 57 i portieri che hanno disputato almeno un minuto. Una pletora di guantati a mezze maniche in cui c’è stato un po’ di tutto. Un briciolo della nostra Serie A con Mike Maignan e Zion Suzuki, un onesto torneo per loro. Il figlio d’arte Luca Zidane, con l’Algeria, prestazione grigiognola, per le smorfie di papà Zizou. L’attempato uruguaiano Fernando Muslera, una prece per lui. E il vice-Courtois, tale Senne Lammens, fatale la sua incertezza per l’eliminazione del Belgio. Buone le prestazioni dell’inglese Jordan Pickford, con i suoi tuffi di pancia, sempre funzionali. Si è confermato un ottimo arquero pure il Dibu Martinez, apparso più morigerato, specie in confronto ad altri suoi compagni. E poi ci sono loro, sei storie per sei profili che ci raccontano come il ruolo del portiere, nonostante la continua metamorfosi, continua a mantenere una lucente aurea di romanticismo e di emozionante poesia.

Vozinha (Capo Verde)

Numero uno di Capo Verde. È l’eroe universale del Mondiale con tre teste. Contro l’Argentina è stato miracoloso, uno dei fautori del pareggio contro i campioni del mondo in carica. Prime pagine per lui, ma soprattutto (quello che più conta adesso) è il tetto dei 30 milioni di followers, dai cinquanta mila di partenza. Si chiama Josimar José Évora Dias, 40 anni, ma è conosciuto livello globale con il soprannome di Vozinha che in portoghese significa “nonnina” (la leggenda racconta che da bambino andava a piangere dalla nonna quando gli amici lo prendevano in giro). Un underdog che ha sorpreso tutti, un po’ come il camerunense Thomas N’Kono a Spagna ’82.

Guillermo Ochoa (Messico)

41 anni, una venerazione per il dio della luna, la falsa leggenda delle sei dita. Guillermo Ochoa, portiere per caso, campione per meriti. Ha baciato il palo nell’ultima sua recita mondiale, la sesta per lui, al pari di Leo Messi e Cristiano Ronaldo. Il CT messicano gli ha concesso gli ultimi quindici minuti contro la Corea del Sud all’Atzeca, il suo stadio. Maglia numero 13, la fascia di capitano al braccio e il cerchietto sulla fronte per tenere a bada i riccioli. 153 le gare a difendere la porta messicana. Con in mente le prodezze compiute in altri mondiali, come quando stregò Neymar nel 2014, una parata di puro istinto che lo proiettò nell’Olimpo dei calcio, con tanto di benedizione di Diego Armando Maradona che lo mise tra i primi tre portieri al mondo.

Manuel Neuer (Germania)

I rigori contro il Paraguay hanno eliminato la sua Germania dal Mondiale. E lui, che non avrebbe nemmeno dovuto esserci in America, ha annunciato il suo addio alla Nazionale. Tanta la amarezza per il plurimedagliato numero uno tedesco vestito di giallo. Ai social ha affidato il suo pensiero: “Siamo rimasti chiaramente al di sotto delle aspettative e avremmo dovuto andare molto più avanti nel torneo. Questa conclusione fa molto male. Indossare la maglia della Germania mi ha sempre riempito di profondo orgoglio. Con i miei 40 anni e l’esperienza di quattro Mondiali volevo aiutare i giovani giocatori, in campo e fuori, e dare il mio contributo al calcio tedesco. La mia delusione è indescrivibile, ma resta una grande gratitudine, con un grazie ai tifosi per il sostegno ricevuto in tutti questi anni e durante questo torneo”. Auf Wiedersehen Manuel!

Eloy Room (Curaçao)

Dopo i sette gol subiti all’esordio contro la Germania, il pensiero è andato allo Zaire di Monaco 74 di Kazadi e Tubilando e alla formazione di El Salvador del 1982 e del suo giovane arquero Luis Mora (non bastò il tabellone per i dieci gol presi dall’Ungheria). E invece la Nazionale caraibica nella seconda uscita mondiale ha dato scacco al mondo intero, conquistando il primo punto della sua storia grazie allo 0-0 contro l’Ecuador. Il tutto grazie al proprio portiere, Eloy Room, eletto migliore in campo a fine gara. 37 anni, nato a Nimega, un’isola al largo del Venezuela, contro gli ecuadoregni ha messo in fila 15 parate su altrettanti tiri nello specchio della porta, un record. 15 respinte, tante ne hanno contate gli analisti, ma anche il pubblico presente a Kansas City tra i quali il re e la regina d’Olanda, Willem e Maxima, che erano in tribuna a tifare per l’ex colonia caraibica e che negli spogliatoi hanno fatto i complementi al portiere. Curaçao e Room, un cocktail mondiale

Alireza Beiranvand (Iran)

Già, perché a questo ultimo Mondiale ha preso parte anche l’Iran, con il suo portiere che ha fatto il fenomeno contro il Belgio. Alireza Beiranvand, questo il suo nome. Un perfetto sconosciuto, Carneade, chi era costui? Nel match contro i Diavoli Rossi, a un centinaio di metri da lui, c’era il lungagnone di Thibaut Courtois, un mito. Ma alla fine il migliore in campo è stato l’iraniano, eletto MVP della partita. Non che il fuoriclasse belga sia rimasto disoccupato, tutt’altro. Ma il barbuto trentatreenne si è preso la scena.

Tante la parate strappa applausi, ma l’intervento straordinario è stato quello su De Cuyper, evitando un gol che sembrava ormai già fatto. È stata la sua mano sinistra dopo una carambola a due passi dalla porta a ricacciare in gola l’urlo del gol al difensore belga in forza al Brighton. Anche De Bruyne, che aveva messo a la palla in area, non ha nascosto la sua sorpresa.

Unai Simon (Spagna)

Un’ammirazione profonda per il nostro Gigi Buffon, un’avversione per i social e un Mondiale da incorniciare. La sua Spagna è campione del mondo per la seconda volta nella storia, a sedici anni dalla prima impresa in Sudafrica, e lui è il miglior portiere del torneo iridato. Sette partite - su otto - senza prendere gol. E per lui è arrivato il Guanto d’Oro Adidas.

Nel corso di tutto il Campionato ha subito soltanto una rete, dell’atalantino De Ketelaere, nei quarti di finale vinti per 2-1 contro il Belgio. Walter Zenga, gli ha fatto i complimenti per avergli “strappato” il record di imbattibilità da lui stabilito nel 1990, salito con lo spagnolo a 650 minuti. Simon è un arquero che sa parare, maturo, giunto sulla soglia dei trenta anni. Ma è soprattutto un validissimo interprete moderno del ruolo. Non come semplice e didascalico ultimo uomo, ma come undicesimo giocatore di movimento. Un compagno in più, un regista arretrato, una soluzione che trasforma il rischio in superiorità numerica. E poi c’è quell’ultima immagine, al termine della finale del 19 luglio, che la dice lunga sulla caratura del personaggio. Tolti i guanti, va a stringere le mani agli avversari argentini battuti e avviliti. Una lezione di sport mondiale.