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Spalletti e la sindrome di Sorloth

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Il tecnico che restò abbagliato nel ko dell'Italia a Oslo chiama nella sua Juve il "sicario" del Cholo

In piazza Norrmalm a Stoccolma sorge il rigoroso edificio neoclassico in cui ha sede la Sveriges Kreditbanken. È il 23 agosto 1973 e macchine e furgoncini bianconeri della Polis svedese circondano il perimetro, mentre goffi agenti in cravatta e maniche lunghe rimangono accovacciati contro il muro, nel timore che dall’interno qualcuno possa esplodere dei colpi d’arma da fuoco. Nella banca, tre donne e un uomo sono tenuti in ostaggio da Clark Olofsson, feroce criminale che si comporta con gentilezza con i prigionieri. Presta la giacca per ripararli dal freddo, consente passeggiate per sgranchirsi - opportunamente legati a una corda - e minaccia l’eventualità di usare la pistola “solo” per sparare alle gambe... nulla di fatale. In quella situazione estrema, sembra un santo. Mentre la polizia escogita piani per salvarli, gli ostaggi si innamorano a livello inconscio dell’aguzzino, arrivando ad avvertire un senso di profonda gratitudine nei suoi confronti. Al punto che, a liberazione avvenuta, lo abbracciano con calore, quasi salutassero un amico.

Questo comportamento, noto da lì in poi come “Sindrome di Stoccolma”, consiste nel provare un sentimento di tenerezza verso qualcuno che, nella pratica, ci ha fatto del male. Un po’ come deve essersi sentito Luciano Spalletti a un anno esatto da Norvegia- Italia 3-0 del 6 giugno 2025, quando si è trovato al telefono con Alexander Sørloth, poderoso centravanti dell’Atletico Madrid che ha aperto le danze in quella sera nera per il nostro calcio. Prima dell’ultima di campionato, in conferenza stampa il tecnico della Juventus ha raccontato di aver passato “notti senza vita” quando la sua squadra non si è espressa al meglio e quella di Oslo è senza dubbio una delle serate più mortifere della sua lunga carriera. Con la figura aitante del numero sette norvegese che si stagliava come l’Incubus di Johann Füssli sul suo largo petto.

Su un campo mezzo allagato da un acquazzone torrenziale, prigioniero di una gabbia tattica impenetrabile per i suoi undici azzurri, umiliato e offeso gol, dopo gol, dopo gol, il povero Luciano deve aver guardato con un misto di ammirazione e rispetto i due marcantoni che guidavano l’attacco scandinavo. E ben consapevole che di Haaland meglio non innamorarsi, perché uno come lui, per chi vive di serie A, resta e resterà sempre un miraggio lontano, s’è invaghito di SØrloth. Forse meno glamour, ma decisamente più abbordabile.

In un attacco orfano di Vlahovic, vessato dalle mancanze del duo Openda-David e salvato solo dall’estro di Yildiz, Spalletti ha pensato fosse una buona idea fare gli occhi dolci al vichingo, approfittando della sua scontentezza per il trattamento ricevuto dal Cholo Simeone.

L’allenatore argentino ha soprannominato Sørloth il “Sicario” e gli ha chiesto di segnare più gol possibile senza curarsi dei minuti giocati, ma alla lunga la staffetta con Julian Alvarez ha tolto il sorriso al norvegese. Se nella stagione 2024-25, l’attaccante dell’Atletico è riuscito a segnare la bellezza di undici gol sui venti totali in Liga subentrando dalla panchina, compresa una straordinaria tripletta all’ultima giornata contro il Girona, in quella appena trascorsa ha sofferto quest’impiego con il contagocce, realizzando appena una rete quando non è partito dall’inizio.

Nella nazionale norvegese è sempre titolare, nonostante la presenza al centro dell’attacco di Erling Haaland, perché Sørloth oltre a fare gol sa anche farsi in quattro come punta esterna, mentre nell’Atletico la convivenza con Alvarez è meno frequente. Alexander ha così maturato la convinzione che il suo tempo in Spagna sia prossimo alla conclusione e dopo aver giocato in otto Paesi diversi - Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi, Inghilterra, Belgio, Turchia, Germania e Spagna - ora sembra disposto ad affrontare anche il campionato italiano. Un torneo che per uno come lui, un quasi trentunenne alto 1,95 m per almeno 90 kg di muscoli, sembra cucito su misura come un abito sartoriale.

Le sue tante vite calcistiche sono iniziate al Rosenborg - per restare in tema di disfatte italiche, squadra che ai milanisti ricorda un clamoroso inciampo casalingo in Champions nel 1996 - ed è proseguita nell’inferno di ogni squadra tricolore: il sintetico dell’Aspmyra Stadion di Bodo.

Nel 2016 passa in Eredivisie, a Groningen, ma qualcosa non funziona e in un anno e mezzo segna appena sei gol. Nel 2017 è in Danimarca, al Midtjylland, e l’aria scandinava gli giova visto che in soli cinque mesi segna la bellezza di quattordici reti. A gennaio lo compra il Crystal Palace, ma pure la Premier non fa per lui e dopo appena undici mesi si trasferisce in Belgio, al KAA Gent.

Nel 2019 eccolo in Turchia, al Trabzonspor, e a Trebisonda, strano per uno abituato ai freddi nordici, si trova a meraviglia: «Nulla è comparabile all’atmosfera delle partite in Turchia. È stata l’esperienza più incredibile della mia carriera. In ogni partita il clima era pazzesco, e le sfide contro Fenerbahçe e Besiktas sono tra i ricordi migliori che ho su un campo da calcio», dichiara. Segno che è uno che si carica quando l’adrenalina è a mille. E con trentatré gol e undici assist in quarantanove partite, si laurea capocannoniere della Süper Lig, facendosi amare a tal punto dai tifosi turchi da dover chiedere loro in un post su Twitter di smetterla di inviargli messaggi, dopo che una sua foto è stata sommersa da oltre tre milioni di commenti.

Un po’ tutti, al di là del Bosforo, vorrebbero restasse, ma lui ha già detto sì al Lipsia e come la famosa bevanda che sponsorizza la squadra è pronto a mettere le ali anche in Germania. I miglioramenti, tuttavia, non si vedono e in trentasette gare complessive raccoglie la miseria di sei centri. Forse il gegenpressing gli è andato indigesto. I tifosi tedeschi, che avevano ancora negli occhi il primo Haaland, ripudiano presto la sua brutta copia e così Sørloth si trasferisce in Spagna. Di nuovo al caldo. Coi baschi della Real Sociedad in due stagioni segna diciotto e sedici gol e il campionato spagnolo sembra il compromesso ideale tra il fuoco turco e il gelo artico: i due estremi che hanno saputo esaltarlo. E dall’estate 2023, passando al Villarreal, sale ancora di livello.

Con il sottomarino giallo segna ventitré gol in campionato, sfiorando il titolo di Pichichi e finendo secondo dietro al romanista Dovbyk (speriamo la cosa non sia di cattivo auspicio!). A fine stagione si guadagna un altro scatto di carriera con il trasferimento all’Atletico Madrid, il top-club cercato per tutta una vita. Peccato la difficile coabitazione con quel fenomeno di Julian: «Con il Ragno avremo una grande intesa - racconta eccitato il giorno della presentazione - se avessero preso Haaland non sarei stato molto contento, perché siamo simili, ma non vedo Alvarez come un concorrente». Peccato Simeone abbia altri piani per il suo “sicario”, mentre in nazionale l’intesa con il centravanti del City si affina con il tempo.

Spesso decisivo nei momenti topici delle partite, Alexander ha un conto aperto con il Barcellona, a cui ha segnato sette gol in quindici incontri, ed è disposto a farsi carico del lavoro sporco di fianco a un’altra punta, basta che sia chiaramente più forte di lui. Ha solo un difetto: il costo del cartellino. Comprato due anni fa per una cifra che, bonus inclusi, si aggira intorno ai quaranta milioni di euro, con lui l’Atletico punta innanzitutto a non perderci. E alle prime proposte della Juventus, tutte più o meno intorno alla metà di quella cifra, dalla Spagna hanno risposto con un sorrisino di biasimo.

A Spalletti serve un bomber capace di ripulire i palloni, di far respirare la squadra e “risalire la palla”, parole sue, tutti lavori che il vice-cannoniere nordico sa svolgere alla perfezione. Unendo allo spirito di sacrificio anche numeri importanti in zona gol. Sulla carta sarebbe l’ideale per la Juve.

Quindi, perché non chiudere subito? I costi sono il primo problema, ovviamente, ma anche la situazione dirigenziale juventina ha contribuito a raffreddare gli animi. E non è detto che come tattica per arrivare a un vichingo sia un bene.

Si dice che Ottolini sia partito per la Norvegia nelle scorse settimane per convincere l’entourage di Sørloth di quanto sia bella l’Italia, ma nonostante il centravanti si fosse dichiarato possibilista, la sua mente era presa solo dai Mondiali. Suo padre Goran, come quello del solito Haaland e del sassuolese Thorstvedt, era un “figlio di Striker”, come sono chiamati, in onore della mascotte, i giocatori che hanno disputato USA ‘94: «È stato fondamentale per me - ha raccontato Alexander qualche anno fa in un’intervista - mi ha trasmesso l’amortratto dal numero di Agosto 2026 del Guerin Sportivoe per il gioco e il modo in cui vedo e concepisco il calcio».

Thorstvedt gli dirà se valga o meno la pena aggiungere la serie A alla sua lista, ma una cosa è certa: Spalletti è stato rapito da questo Haaland minore e i dolori che gli ha arrecato non hanno fatto altro che accrescere il suo desiderio. Chiamiamola, a questo punto, Sindrome di Oslo. O di Sørloth.

Tratto dal numero di Agosto 2026 del Guerin Sportivo