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Fuga dalla vittoria

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In Germania abbiamo vinto un titolo inatteso, frutto di un’entusiasmante progressione di rendimento, ma tutta l’euforia si è bruciata in fretta, tra tifosi in ansia e aule dei tribunali, campioni in partenza per altri lidi e incertezza sul prossimo futuro. Una bella differenza con l’82, quando lo scandalo era ormai alle spalle, ci preparavamo ad accogliere Boniek e Platini, gli sponsor indicavano una nuova frontiera della ricchezza...

* Mai così breve, ritengo, e imbarazzata, la festa per un titolo mondiale. Eppure quello conquistato in Germania era un titolo inatteso, contro pronostico, frutto di un’ entusiasmante progressione di rendimento, e portava l’Italia direttamente alle spalle del Brasile, eleggendola seconda potenza calcistica del cosmo, con quattro tacche iridate sul blasone. Tutto si è bruciato in un giorno di euforia fra Pratica di mare, il ricevimento da Prodi, il bagno di folla al Circo Massimo. I novelli gladiatori sfilavano nell’autobus scoperto, concedendosi all’effimero delirio popolare, ma fra un bacio e l’altro all’aureo trofeo, alcuni di loro avevano la testa altrove, al prossimo espatrio, alla fuga dalla vittoria. Persino il loro condottiero aveva già messo a punto il disimpegno, da tempo promesso (o minacciato?). Incombevano i tribunali, non era più tempo di eroi. Adesso che luglio, il mese magico, è passato, cosa ci resta di quella splendida avventura? Qualche bandiera sdrucita dimenticata sul balcone, un calcio più povero, preda dell’incertezza e del caos, la fastidiosa sensazione che quel titolo (così poco gradito nelle alte sfere internazionali che per la prima volta nella storia il presidente della Fifa si è rifiutato, con risibili pretesti, di premiare i vincitori) in patria sia servito solo a qualche politico per ineleganti strumentalizzazioni, a invocare la clemenza della corte, onde allargare il consenso tra le tifoserie in ansia di sanzioni. Cosa non si fa per un voto in più.

Dal Mondiale di Spagna 1982 al calcio italiano degli anni d'oro

Quale profonda differenza con quanto era accaduto ventiquattro anni prima, nella trionfale spedizione di Spagna 82. Anche allora l’ombra dello scandalo (il più grande scandalo nella storia del nostro calcio, come si dice sempre, prima che ne arrivi uno ancora più grande) aleggiava minacciosa. Non per niente fummo campioni del mondo grazie ai gol di un bomber geniale, che aveva appena finito di scontare la pena. Ma lo scandalo, appunto, era alle spalle e il Mondiale vittorioso servì per seppellirlo definitivamente. Al di là di qualche conato sensazionalistico, su presunti illeciti e problematiche combines, nel cuore dell’ Africa misteriosa, si registrò una conversione di massa alla causa di Bearzot, santo subito, e avvolto nell’aurea dell’infallibilità al punto che i critici feroci di prima tutto gli perdonarono, nel timore di un’altra full immersion nel guano. Rilanciato da quella vittoria, nata dagli stenti dell’avvio, il calcio italiano riaffermò una prepotente leadership non solo tecnica, ma anche, direi soprattutto, organizzativa.

Alle nostre porte si ingrossava la fila dei campioni. Le stelle extra italiane del torneo, Boniek alfiere della Polonia terza classificata, e Platini, trascinatore della Francia champagne, finirono a irrobustire il già poderoso telaio juventino, dando vita a una delle squadre di club più forte di tutti i tempi. Al loro seguito approdarono in Italia, la nuova terra promessa del pallone, i brasiliani Dirceu ed Edinho, gli argentini Passarella e Ramon Diaz, il tedesco Hansi Müller. Insieme con i campioni, piombavano a frotte gli sponsor, la nuova frontiera della ricchezza. Al momento, non si vide o non si capì il pericolo, ci si limitò ad apprezzare le nuove risorse, che consentivano squadre più forti, non solo le grandi, gioco più spettacolare, il ritorno impetuoso del pubblico negli stadi, dopo gli oltraggi del calcio nero e delle relative scommesse (sul sicuro), che avevano fatto paventare un disamore irreversibile. Ma dov’è questa crisi, era il ritornello in voga. L’effetto taumaturgico del terzo titolo mondiale, il primo del dopoguerra, aveva sanato tutte le ferite, anche le più fresche e dolorose.

Il calcio italiano dopo il Mondiale 2006 tra scandali e crisi

Non ci è stato concesso neppure il tempo di illuderci che, nell’anno di grazia calcistico 2006, sarebbe accaduto qualcosa di simile. Sarà che allora lo scandalo era stato preso tempestivamente per le corna da dirigenti di alto spessore, mentre nello scandalo di oggi le massime autorità - secondo quanto è risultato - ci sguazzavano allegramente in prima persona. Sarà che i tempi sono diversi, il progresso (?) ha portato i club quotati in Borsa, i diritti televisivi e quant’ altro. Il risultato è che i due migliori azzurri del Mondiale, Cannavaro e Zambrotta, delizieranno gli spettatori della Liga spagnola, come uno degli stranieri più forti, Emerson, mentre il divino Shevchenko si esibirà in Premiership e qui da noi arrivano le seconde e terze scelte, quando va bene. Siamo qui a sperare in Berlusconi, pensa te, che risollevi le sorti con un folgorante blitz su Ronaldinho, ora come ora un pazzo sogno di mezza estate, più che una prospettiva.

Non tutte le vittorie mondiali sono eguali, evidentemente. Questa è arrivata in tempi grami e ha creato pochi entusiasmi e tanti dispetti. C’è chi vuole riscrivere il calcio, avendolo conosciuto l’altro ieri, e questo mi ricorda chi voleva rifare la Costituzione e c’è voluto un referendum per fermarlo, prima che si avventurasse senza scorta in territorio sconosciuto.

Le riforme del calcio e la speranza negli anticorpi del sistema

Ma a che potranno servire regole nuove di zecca, e magari anche ineccepibili, se a controllarne il rispetto verranno chiamati giudici come quelli dell’ultima sentenza? Intanto si litiga su tutto. Sui diritti televisivi, che si è cercato di riportare in un’ottica di mutualità chiaramente sgradita ai potenti. Sui contratti già firmati e messi in discussione dal tornado che ha portato in Serie B la squadra dal seguito più ampio e dagli ascolti più ghiotti. La Federcalcio ha un commissario, che Della Valle chiama l’argonauta e che viene da più parti contestato. La Lega è acefala, il che può essere considerato già un progresso, vista la situazione precedente, ma non può rimanere a lungo la regola. A ripulire il settore arbitrale è stato chiamato il prode Agnolin, ma nel frattempo quasi tutti i fischietti coinvolti sono stati prosciolti e riabilitati, sicché non si vede perché si debba riformare una classe candida come un giglio.

Ecco, da un Mondiale vinto a questo pateracchio, a strettissimo giro di posta, e adesso ci vorrebbero acconce istruzioni per l’uso, una sorta di manuale di sopravvivenza per l’appassionato che non intenda dimettersi e voglia ancora concedersi l’insostituibile adrenalina del pallone senza farsi il sangue troppo cattivo. Io ho sempre sostenuto che il calcio è tanto forte da possedere gli anticorpi giusti per tutti i mali, per rintuzzare tutti gli attacchi, dall’esterno e dall’interno. Così, spero negli anticorpi. E magari nello stellone, sempre che non si sia esaurito in Germania, quando, contro ogni logica, ci ha dato il quarto titolo mondiale, proprio mentre nella nostra cittadella le mura crollavano come a Gerico.

* tratto dal Guerin Sportivo 8/21 agosto 2006