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Luis Enrique, il Re Sole

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© APS
Doppio back to back Champions League-Supercoppa Europea. Da cimitero degli elefanti a fucina di talenti: c’è un PSG prima Luis Enrique e uno dopo

C’è già stato un Re Sole in terra transalpina. Luigi XIV di Borbone, il sessantaquattresimo re di Francia, regnò per 72 anni e 110 giorni, dal 1643 al 1715, quando morì a 77 anni. Nessuno come lui, neanche la superlongeva Elisabetta II. Il figlio di Luigi XIII e Anna d’Austria fu soprannominato il Re Sole per una serie di motivi: dal suo emblema personale, simbolo di sommo potere, fino a sfociare nella sua natura di monarca assoluto, centro di potere politico e culturale, come il sole lo è del sistema solare. Non a caso, la sua celebre frase “L'État, c'est moi!” (lo Stato sono io) è tuttora un po’ domanda di cultura generale, un po’ spunto di interrogazione o materia d’esame.

Il parallelismo con Luis Enrique

Non potrà eguagliare il record di Luigi XIV di Borbone, ma nella Parigi calcistica c’è un altro Re Sole. L’arrivo di Luis Enrique ha rivoluzionato il Paris Saint-Germain, illuminandolo di una luce accecante, a tal punto da decretare la fine del cimitero degli elefanti, degli acquisti super presi un po’ a caso qua e là, dei super solisti che non potevano far parte tutti insieme di un’orchestra sinfonica. E l’inizio di una nuova era molto simile a una monarchia sì, ma illuminata.

Al PSG c'è un prima e un dopo Luis Enrique

C’era un tempo in cui all’ombra della Tour Eiffel l’oro luccicava, ma non scaldava. C’era un PSG che somigliava a una galleria d’arte rinascimentale con troppi quadri appesi alle pareti e poca luce per illuminarli; un cimitero degli elefanti dorato dove i grandi nomi venivano a svernare, per vincere tutto in Ligue 1 ma niente in Champions League. Poi è arrivato Luis Enrique. E la storia del Paris Saint-Germain si è divisa nettamente in due ere: quella ante Lucho, caratterizzata dall’ostentazione fine a se stessa, e quella post Lucho. Il primo merito dell’ex allenatore del Barcellona, lasciato andare troppo presto dalla Roma dove non ha avuto il tempo di concretizzare il suo credo, è stato quello di fare tabula rasa dell'Ancien Régime. Non c’è spazio per il singolo, neanche per Mbappé se non capisce che deve inserirsi in un contesto di squadra. Viene ribaltato perfino il concetto di squadra stessa, da costruire non attorno ai campioni, perché il gruppo nella sua totalità è come il sole al centro del sistema di Lucho.

Come è cambiata la storia a Parigi 

Se il vecchio PSG cercava certezze nei giganti a fine carriera, con allenatori alla mercé dei campioni, il nuovo PSG di Luis Enrique rovescia la prospettiva: non conta né l’età né il blasone, chi merita corre, e chi corre gioca, a prescindere da come si chiami. Nasser Al-Khelaïfi continua a spendere, per carità, ma è un PSG che compra in base alla visione futuristica di Luis Enrique; sa ora come spenderli, i soldi, senza spanderli. Luis Enrique cambia il reclutamento, affidato sempre a Luis Campos, non più a caccia di giocatori super affermati, ma funzionali al credo dello spagnolo: Joao Neves e Barcola, per esempio, non sono acquisti di grido: lo diventano con Lucho. Inutile trattenere chi non serve: le cessioni estive di Gonçalo Ramos, Kolo Muani e Kang-in Lee fruttano la bellezza di 164 milioni di euro. Meglio prendere Maghnes Akliouche, 24enne del Monaco, subito titolare in finale contro i Villans di Emery.

Bene, bravi, bis... in Champions League

in generale con Luis Enrique, i talenti francesi non sono più comparse da buttare nella mischia a risultato acquisito o nei minuti finali, ma giocatori utilizzati per un calcio dinamico, aggressivo e di possesso verticale. La libertà di sbagliare con Luis Enrique diventa linfa fondamentale per la loro crescita, in campo ovviamente e con un minutaggio all’altezza della situazione. Così s’impenna l’aura di Désiré Doué, titolare anche nell’ultima finale di Supercoppa Europea di Salisburgo contro l’Aston Villa al posto del Pallone d’Oro Dembélé, rientrato una settimana prima a Parigi dalle ferie post Mondiale per rendersi subito disponibile. Ma con Luis Enrique non ci sono titolari a prescindere. Né figli né figliastri. Anche l’iridato spagnolo Fabián Ruiz può accomodarsi serenamente in panchina, tanto il centrocampo del PSG, con Vitinha e João Neves, può essere completato da Warren Zaïre-Emery, il più giovane giocatore della storia del club parigino, il primo 2006 a debuttare in Ligue 1, che ha 20 anni eppure l’esperienza per giocare le finali, in virtù del minutaggio che Luis Enrique gli ha dato in precedenza. Cresce chiunque con Lucho: lo stesso Kvaratskhelia da stella della Serie A s’è trasformato in un papabile Pallone d’Oro, come se non meglio del suo compagno di reparto Dembélé. Se prima di Luis Enrique c’era un PSG che vinceva solo in patria, adesso c’è un Paris Saint-Germain che domina in Europa: con il back to back in Supercoppa, i francesi eguagliano il record condiviso di Milan e Real Madrid, le uniche a trionfare per due edizioni di fila. Con il back to back in Champions League, il PSG è a un passo dal raggiungere i Blancos di Zidane, gli unici a trionfare nell’Europa che conta per tre edizioni di fila. Il Re Sole ha illuminato Parigi, ora il mondo calcistico non può fare altro che ammirare il suo regno.