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Il Milan e un'Europa indigesta

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Con la Coppa Uefa/Europa League i rossoneri hanno sempre avuto una relazione difficile

La Garonna scorre placida, pronta a gettarsi nell'Oceano a qualche decina di chilometri di distanza. Una nebbiolina percorre le vie medievali della città, attraversa l'enorme Esplanade des Quinconces, provando senza fortuna a infiltrarsi nello stadio. I possenti lampioni Parc Lescure – i francesi ricordano ancora con un risolino malizioso ciò che è accaduto a Marsiglia meno di cinque anni prima – la allontanano sdegnati: la rimonta del Bordeaux la devono vedere tutti.

Madre di ogni disfatta rossonera in Coppa Uefa/Europa League, la sfida di ritorno dei quarti tra i girondini e il Milan, giocata il 19 marzo 1996, è la serata più esaltante del primo Zidane – che giocava con il numero 7 – e una costante nella storia del Milan in questa competizione. Negli anni Novanta, Juventus, Inter e Parma fanno collezione di “portaombrelli”, com'era chiamata con sdegno la Coppa Uefa dai milanisti, mentre Baresi e compagni danno il meglio solo in Champions. Unico palcoscenico ritenuto degno del berlusconismo calcistico.

Sconfitta e Dugarry

Quella sera di metà marzo, il Milan si sente al sicuro dopo il 2-0 dell'andata. I francesi sono quindicesimi in campionato, a rischio retrocessione, ma dopo meno di un quarto d'ora sono già avanti. E il meglio (o il peggio, a seconda del lato da cui lo si guardi) deve ancora venire. Christophe Dugarry, poi preferito dal Milan a Zidane, forse la conseguenza peggiore della serata, firma una doppietta ed elimina i rossoneri. Nel confuso tentativo di rimonta, Weah si frattura un braccio, ma i tifosi non perdonano nemmeno lui e al ritorno in patria contestano con durezza la squadra. Anche se in campionato era prima a +8 sulle inseguitrici.

L'impresa del Bordeaux è tale che, a fine gara, il presidente del comitato organizzatore dei Mondiali 1998 Michel Platini ha gli occhi lucidi mentre parla ai microfoni Rai. “Ho visto la vecchia guardia annichilita e incredula”, racconta Di Canio al Corriere. Il grande Milan è stordito, ma nella gloriosa storia del Diavolo la Uefa è un capitolo rosso imbarazzo.

Anni Ottanta, disastro Waregem ed Espanyol

Silvio è solo un'evocazione l'11 dicembre 1985, quando la sconfitta 1-2 in casa contro i belgi del Waregem, nel ritorno degli ottavi, dà l'ultima picconata alla travagliata epopea del presidente Giussy Farina. Due giorni dopo si recherà in sede per dare le dimissioni. All'andata è finita 1-1 e il vantaggio di Bortolazzi sembra il prodromo di una serata tranquilla, una delle poche in quel periodo, ma un rigore inesistente rovina tutto. Il Milan perde la testa, subisce il vantaggio avversario e la rabbia dello stadio surriscalda una serata altrimenti gelida: un gruppo di tifosi abbandona i popolari cercando di aggredire il presidente in tribuna, il popolo rossonero pretende il passaggio di consegne a favore di Berlusconi (o almeno a Buticchi) e a fine gara un guardalinee è ferito alla testa da un oggetto lanciato dagli spalti. Lo stadio viene squalificato, il Milan eliminato e il caos regna sovrano sino al più clamoroso dei passaggi di proprietà, celebrato in estate dagli elicotteri in volo sull'Arena.

Tuttavia, in Uefa non va meglio il 21 ottobre 1987, quando una sconfitta 0-2 contro l'Espanyol nei sedicesimi di andata giocati sul neutro di Lecce mette a rischio la panchina del futuro demiurgo Arrigo Sacchi. Uno che all'epoca è ritenuto poco più che un presuntuoso venditore di fumo: “Non ci resta che la vergogna”, chiosa Gullit avvilito. Baresi è mogio mogio davanti ai microfoni, con i giornalisti che provano a strappargli qualche critica verso il tecnico. L'allenatore avversario, Javier Clemente, prende invece per i fondelli: “Credetemi, un Milan sensazionale”. Al ritorno al Sarrià, la partita si chiude sullo 0-0, ma pur di non ammettere un errore di valutazione, Berlusconi conferma con il tecnico che ha scelto in prima persona contro il volere popolare. I posteri racconteranno che non si è sbagliato.

Ancelotti, mai andare in Germania

Forse ancora più sorprendente, anche se contro una squadra più quotata, lo 0-4 subito dal Borussia Dortmund nella semifinale d'andata del 4 aprile 2002. Dopo un inizio di stagione difficile con Terim, infatti, il Milan si è risollevato alla grande con l'arrivo di Carlo Ancelotti e dopo tre vittorie consecutive in campionato affronta la trasferta del Westfalenstadion con sensazioni positive. In un'annata piena di momenti da dimenticare, la Coppa Uefa sarebbe un buon balsamo per lenire le sofferenze di una piazza che si sente messa in secondo piano dagli impegni politici del Premier, ma la squadra incappa in un'altra serataccia. Ancelotti ha appena incassato la conferma in panchina, ma di fronte all'ex Udinese Marcio Amoroso, autore di una tripletta, i rossoneri collassano come un soufflé tirato fuori dal forno troppo presto. “Non so cosa ci stia succedendo, siamo in confusione”, confessa capitan Maldini a fine partita. Così, l'inutile vittoria 3-1 nella gara di ritorno è buona solo ad alimentare l'amara consapevolezza che si potesse fare molto di più.

La lezione di Wenger

L'8 marzo 2018, il Milan dei cinesi affronta gli ottavi di finale di Europa League con il vento in poppa, ma l'Arsenal di Wenger lo manda a lezione d'inglese. “Gattuso (che all'epoca allenava il Milan, n.d.a.) non ha certo bisogno dei miei consigli”, scherza il manager francese prima della gara, “anzi, visto che io non sto andando molto bene magari è lui che può darli a me”. I Gunners sono in crisi, vengono da quattro sconfitte di fila, sei nelle ultime otto, e in Premier sono sesti a -23 dal City. I giovani rossoneri, guidati in attacco da Cutrone, non subiscono due gol nella stessa gara da dicembre e la porta di Donnarumma è inviolata da 594 minuti: a Mkhitaryan ne bastano cinque per mettere in chiaro chi passerà il turno. Dopo anni di magra, San Siro è pieno come nelle notti belle – quelle di Champions, ça va sans dire – ma l'esaltazione generale ci mette poco a spegnersi di fronte alla pochezza dei rossoneri. Lo 0-2 finale è striminzito, se si guarda ai valori espressi in campo.

Al ritorno, all'Emirates, la settimana successiva, il gol del vantaggio segnato da Calhanoglu dopo mezz'ora illude i ragazzi di Gattuso, ma un tuffo di Welbeck, che si procura e segna un rigore contestatissimo, mette fine ai sogni di rimonta dopo quattro minuti. E l'avventura si conclude con un amaro 1-3.

Derby perso contro De Rossi

Le ultime partite giocate dal Milan in Europa League nell'aprile 2024 sono altrettanto dolorose. Contro la Roma di De Rossi, è Mancini a condannare due volte la squadra di Pioli, segnando sia all'andata a San Siro che al ritorno all'Olimpico. Dopo lo 0-1 di Milano, con l'ex El Shaarawy a strappare applausi, a Roma i giallorossi segnano due gol in ventidue minuti e nemmeno in dieci per un'ora soffrono più di tanto le iniziative rossonere. Inutile il gol di Gabbia a cinque dalla fine.

Nella bacheca di Casa Milan, che si tratti di Coppa Uefa o Europa League, al cospetto delle sette Champions non c'è nemmeno un'ombrelliera. Che sia arrivato, per l'ambivalente squadra di Amorim, il momento di provare a cambiare la storia?