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Paolo Rossi era un ragazzo come noi

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Divenne Pablito in Argentina e ci portò al titolo mondiale in Spagna con la semplicità di tante persone che ogni giorno sbarcano il lunario, dando origine a un processo di identificazione con il Paese unico

Paolorossi. Così si pronunciava, nome e cognome tutti attaccati, con un’unica espirazione che, velocemente, come una toccata di fioretto, colpiva l’immaginazione di chi recepiva quel nome. Un nome e cognome che erano un tutt’uno come a pochi eroi del nostro calcio poteva succedere: tipo Gigiriva e Brunoconti, anche loro immediati e brevi, di una grandezza diversa rispetto a quella di Paolo. Potente e sfortunato il primo, artistico e ispirato il secondo. Loro sembravano quasi dei semidei, lontani dalla gente proprio perché dotati di qualità naturali che li allontanavano dalle persone comuni: come si poteva pensare di fare un gol con la potenza di Riva o un dribbling con l’estetica ubriacante di Conti?

Paolo Rossi, un ragazzo come tanti

Paolo Rossi, invece, sembrava un ragazzo come tanti, che non arrivava a un metro e settantacinque. Mingherlino, con i quadricipiti appena più sviluppati di quelli di un impiegato ordinario, spalle strette e torace esile, braccia da appoggiare sulla scrivania più che adatte a sollevare pesi in palestra o a sgomitare nell’area di rigore per tener lontana l’aggressività fuori dalle regole di difensori smaliziati. Paolo Rossi sembrava un ragazzo come tanti quando, braccato dai giornalisti, rilasciava dichiarazioni semplici, analisi obiettive che evitavano le esagerazioni e le inclinazioni di parte, con il nitore di un linguaggio pulito ereditato dalla sua terra d’origine.

Paolo Rossi sembrava un ragazzo con dei problemi come ne hanno tanti, quando nel ritiro azzurro, all’inizio di quell’estate che né lui né i milioni di italiani che ebbero la fortuna di vivere avrebbero mai dimenticato, lottava contro i suoi dubbi, le sue incertezze e una condizione fisica che faceva fatica a riprendere dopo il periodo di inattività dovuto alla squalifica per il calcio scommesse. Viveva tra l’imbarazzo di prestazioni molto deficitarie e la consapevolezza che solo giocando avrebbe potuto tornare ad essere quel calciatore che quattro anni prima, in Argentina, aveva fatto innamorare il Paese, sorprendendo il resto del mondo.

L’Argentina di Pablito

Già, l’Argentina: il luogo dove la sua stella, a livello internazionale, aveva cominciato a brillare insieme al gioco scintillante di quella Nazionale che si stava preparando per vincere in Spagna. Nessuno, in quel momento, lo sapeva. Come molti, in quel momento, non sapevano bene cosa stesse succedendo ai dissidenti di quel regime feroce, che seminava centinaia di morti dall’alto dei cieli di voli militari che raccoglievano gli ultimi attimi di vite condannate senza appello. Paolo Rossi, in quel mondiale, divenne Pablito, anche per quella faccia da ragazzino che portava con semplicità e piaceva tanto alle mamme italiane. Che portava con leggerezza, interiormente sofferta, il clamore della valorizzazione del suo cartellino, portato nel 1978 a cinque miliardi di lire. Se lo contendevano il Vicenza, squadra con la quale aveva sbalordito in serie A arrivando secondo, e la Juventus, club in cui si era formato e che, dopo aver dubitato di lui, lo voleva riportare a casa.
Vicenza, in quegli anni, era il suo regno. Il posto cucito su misura per lui, che non amava il clamore delle grandi città ma, vista la sua bravura, non poteva giocare nelle retrovie di un club di provincia senza ambizioni. Quando il sogno del Lanerossi svanì dirottò la sua carriera su Perugia prima che il calcio scommesse la interrompesse bruscamente.

La notte di Madrid

Quella squalifica fu una discesa agli inferi dalla quale riemerse nella notte di Madrid. 11 luglio 1982, la Germania Ovest è battuta. Il Bernabeu è un luccichio stordente di flash, illuminazione artificiale e lacrime di gioia. L’Italia è campione del mondo e Pablito ce l’ha portata per mano su quell’ultimo gradino impensabile fino a pochi giorni prima. In un momento in cui ci si può lasciare alle spalle tutto per godersi l’ebrezza della vittoria, lui si guarda intorno stupefatto. Nella gioia di quella felicità assoluta, una crepa di malinconia si insinua nella sua anima: è la consapevolezza della transitorietà della gloria, che colpisce la sua sensibilità. Paolo sa che oltre quel traguardo non c’è niente di più elevato. È sulla vetta dell’Everest: nessuna montagna sarà mai più alta da scalare, nessun panorama sarà più sterminato di quello che si sta godendo adesso. Mentre i tabelloni dello stadio riportano il risultato, la soddisfazione si lega alla malinconia che danno i giorni importanti, quelli che sai che nella vita hanno la caratteristica dell’unicità.

Dopo il Mundial

Sì, Pablito non sarà più campione del mondo. Di lì a pochi mesi berrà l’amaro calice della sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo; quella Coppa la vincerà senza poterla apprezzare all’Heysel nel 1985, quando ormai le sue forze sono al lumicino. Bearzot lo porterà in Messico nel 1986 solo per cementare un gruppo che non è riuscito a trovare un ricambio generazionale adeguato ai Campioni dell’82. Uscirà di scena la stagione seguente, a nemmeno trentun anni compiuti, con le ginocchia doloranti che non gli permettevano più di fare ciò che gli riusciva meglio: bruciare i difensori negli ultimi metri dell’area di rigore, arrivare all’improvviso sulle traiettorie dei palloni che si avvicinavano alla porta con la velocità di un piccolo rapace, usando intelligenza e intuito per superare avversari fisicamente più forti. Forse anche per questo gli italiani si sono sentiti rappresentati da lui: per via di quella capacità di superare le difficoltà attraverso l’astuzia che li contraddistingue da sempre, per deficit strutturali ed eredità storica. Ha salutato tutti ancora giovane, com’era giovane quando dovette ritirarsi dal calcio, portato via da una malattia fulminea come le sue incursioni dentro l’area, che gli ha risparmiato gli stenti e l’oblio della vecchiaia. Paolorossi resterà per sempre un ragazzo come tanti. Un ragazzo come noi, quando ci accompagnò alla felicità quella notte dell’11 luglio 1982.