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Gianfranco Zola era una magia tascabile

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A sessant’anni, il talento di Oliena resta il racconto di un calcio minuto, tecnico e meravigliosamente sproporzionato

Un ventitreenne sardo di Oliena, che il Napoli aveva prelevato nell’estate del 1989 dalla Torres, in C1, dopo che i suoi ghirigori in punta di scarpino (soprattutto il destro) e il suo riempire la trequarti oscillando tra i compiti di rifinitura e quelli più specifici da seconda punta erano finiti sul taccuino di Luciano Moggi in persona, che più di una volta era andato di persona a visionarlo. A goderselo, per meglio dire.

Gianfranco Zola al Napoli: l’investitura di Maradona

Un salto che come minimo avrebbe dato il capogiro alla maggior parte degli altri giovani e promettenti giocatori di talento provenienti dalle categorie inferiori. Un passaggio che per Gianfranco Zola, sessant'anni oggi, si trasforma invece, in breve tempo, in una consacrazione, innanzitutto per come viene accolto in uno spogliatoio che gronda classe, blasone e personalità: i suoi “padrini” saranno in primis Diego Maradona e Antonio Careca, vale a dire una delle coppie d’attacco più fantasmagoriche del dopoguerra in Serie A e la più vincente in assoluto nella storia del Napoli.

Una prima rivincita, per Zola, innanzitutto sulle proporzioni fisiche, che non erano cambiate poi tanto rispetto alla preadolescenza.

Lo scudetto del 1990 e il passaggio di consegne

Zola si mette in luce durante la preparazione estiva, poi esordisce subito nella Serie A 1989-90, quasi scavalcando tutta la trafila degli utilizzi parziali e dei subentri centellinati. Un battesimo del fuoco, che più rovente non si potrebbe, nell’annata che porterà al secondo tricolore dei campani. A quel titolo lui contribuisce mettendo a segno una rete contro l’Atalanta e una contro il Genoa: in quest’ultima partita in particolare lui realizza il 2-1 quando il minutaggio è agli sgoccioli e consente al Napoli di mantenere invariato il margine di due punti di vantaggio sul Milan di Arrigo Sacchi, diretta contendente per il titolo. Oltre a laurearsi, non solo nominalmente, Campione d’Italia in quella stagione, assapora anche il gusto di sollevare la Supercoppa Italiana, altro trofeo stagionale. Tornando al rapporto con Maradona, il Dieci per antonomasia aveva già lasciato in eredità alla dirigenza quella che era al tempo stesso una profezia e un’investitura: «Puntate su Zola, sarà il mio erede». Incroci che non si esauriscono lì: il 17 marzo del 1991, il Napoli batte per 1-0 il Bari al San Paolo proprio con una rete di Zola. Dopo quella partita, i controlli antidoping riveleranno a tutti ciò che a Napoli era già manifesto, a proposito della dipendenza di Maradona dalla cocaina. Traumatico e inesorabile, si compie così il definitivo passaggio di consegne che proprio l’argentino aveva profetizzato. Resterà al Napoli fino all’estate del 1993, lasciando negli almanacchi 105 partite e 32 reti con la maglia azzurra.

Dal Parma al Chelsea: perché Zola diventò Magic Box

Giocherà e vincerà con il Parma di Calisto Tanzi (Supercoppa Europea, Coppa Uefa) fino al 1996, per poi seguire Gianluca Vialli a Londra, con la maglia blu del Chelsea, per i cui supporters diventa “Magic box”, deliziandoli, letteralmente, nel corso di sette stagioni, nelle quali mette insieme 229 presenze e 59 gol, lasciando in dote due Coppe d’Inghilterra, una Coppa di Lega, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea.

I suoi ultimi due anni da professionista, il primo in Serie B e il secondo in A dopo la promozione, dal 2003 al 2005, li disputa in Italia con la maglia di quel Cagliari che lo aveva scartato poco meno di vent’anni prima.