Fra la squadra più prestigiosa e ricca del mondo, rinforzata in ogni reparto, e i campioni d’Italia, rimasti in pratica quelli dell'anno scorso, c’è così tanta differenza? Domanda iper-retorica visto che il Real Madrid-Inter di ieri è soltanto una partita fra le tante di una Champions League in cui si inizierà a fare sul serio soltanto a febbraio. Gli errori di Bisseck e Martinez, che per loro sfortuna non sono attaccanti (diversamente dopo avrebbero preso 7 in pagella) hanno lasciato aperta la striscia di 59 anni senza vittorie al Bernabeu in partite ufficiali, non contando l’amichevole di Adriano del 2001, e spiegato il presunto calcio ‘europeo’ di cui spesso si parla. In pratica attendere gli avversari sulla tre quarti, senza spingere (Dumfries e Cucurella hanno superato pochissime volte la metà campo), e poi punire ogni errore grazie a campioni-velocisti come Mbappé e Vinicius, ma potremmo dire Kvaratskhelia e Dembelé, o Yamal-Raphinha, eccetera, vedremo stasera il Liverpool con Barcola e Isak. Insomma, Mourinho come Ancelotti come Luis Enrique come Iraola come Flick come l’ultimo Guardiola e così via, un monogioco che unito alla tutela degli attaccanti (in realtà tutela dei club più ricchi e portatori di pubblico) rende difficile trovare contromisure a chi ha giocatori che presi uno per uno sono quasi tutti più deboli. E quindi? Con il tabellone giusto Inter da quarti di finale, Roma e Como da ottavi, Napoli da spareggi.
Un escamotage legale per giustificare tutto si trova sempre, ma questa volta i legali di Malagò dovranno impegnarsi perché il procuratore generale del CONI, Ugo Taucer, ha respinto la richiesta di archiviazione della procura della FIGC riguardante il tesseramento di Malagò nel momento delle elezioni. In parole povere: essere tesserati FIGC era un requisito necessario per candidarsi? In parole poverissime: Malagò rischia la poltrona, con annullamento a cascata di ogni suo atto, dalla nomina di Mancini c.t. in giù? Risposta alla prima domanda: no secondo la FIGC, ni secondo il CONI che di solito ha interpretato la norma come regolarità del tesseramento di uno già tesserato ‘prima’, non di un candidato per così dire esterno (fu così anche con Gravina, per dire). Giurisprudenza ridicola, ma pur sempre giurisprudenza. Risposta alla seconda domanda: no, visti i precedenti, anche se Buonfiglio dopo il caso Bianchedi, tuttora vivo, è in rapporti freddi con il suo grande elettore. Poi al di là dei cavilli legali ogni persona sana di mente pensa che il presidente della FIGC debba essere un tesserato FIGC. In definitiva vinceranno le parcelle degli avvocati.
Il Pallone d’Oro non è il giudizio di Dio, ma un giudizio sullo status dei singoli calciatori e dei loro club sì. Con qualche omaggio al Mondiale, anche se con Vozinha si è decisamente esagerato. Nella lista dei 30 candidati nessun italiano e un solo giocatore della Serie A, Lautaro Martinez, in un 2026 in cui vale davvero tutto, da Kvaratskhelia (senza Mondiale, però) a Dembelé, da Yamal a Mbappé oltre ovviamente a Messi. Da sottolinerare che il Pallone d’Oro rimane un premio giornalistico (vota un rappresentante di ognuno dei primi 100 paesi del ranking FIFA) e che per la prima volta è in collaborazione con la UEFA, ennesimo schiaffo alla FIFA ricordando gli anni della difficile coesistenza tra France Football e la federazione allora presieduta da Blatter. Interessante è che gli spagnoli candidati al titolo di miglior allenatore del mondo siano 4 su 5: Luis Enrique, De la Fuente, Emery e Arteta, con l’intruso (secondo noi in tutti i sensi) che è Kompany. Poi facciamo fatica a pensare che la Serie A sia peggio del massimo campionato arabo, che ha ben due giocatori candidati (Mané e Quinones), ma lo status te lo devono dare gli altri e non si può autodichiarare.
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