L’addio di Piero Ausilio all’Inter non può essere spiegato soltanto con il rifiuto, pur concreto, da parte di Oaktree e di Marotta di prolungargli oltre il 2028 un contratto che sarebbe scaduto nel 2027. Quasi nessun direttore sportivo della Serie A ha un orizzonte contrattuale che vada al di là del 2028 e di fatto nessuno guadagna più di Ausilio, cioè sul milione e mezzo netto all’anno, stessi livelli di D’Amico e Giuntoli. Insomma, solo un pazzo potrebbe abbandonare una situazione di questo tipo, oltretutto in un contesto vincente e che promette di rimanerlo. Senza contare il significato di 28 anni nello stesso club, di cui 12 da uomo mercato principale, dal post Branca ai giorni nostri. Sì, perché anche da quando all’Inter è arrivato Marotta, quindi dal 2018, il mercato è stato quasi totalmente delegato ad Ausilio, con l’amministratore delegato, ora presidente, ad avere ovviamente l’ultima parola ma senza entrare nel merito delle singole trattative. Del resto Marotta non fa mercato in senso stretto dai tempi della Sampdoria, quelli di Cassano e Pazzini. Quindi chi ricorda i flop di Ausilio dovrebbe ricordare anche le tante buone intuizioni, ma soprattutto il fatto che per molti anni lo hanno mandato a fare la guerra con il fucile di plastica quando altri avevano il bazooka. Dal 2014-15, prima stagione di Ausilio come primo responsabile dell’area tecnica, a oggi l’Inter con un meno 375 milioni di saldo negativo è stata la diciassettesima squadra in Europa (primo il Manchester United con meno 1.658) e la terza in Italia dietro a Juventus (meno 781) e Milan (meno 758) e restringendo il discorso all’era Marotta l’Inter costruita (anche) da Ausilio è stata per spese nette sul mercato trentesima in Europa e sesta in Italia. Con i tre scudetti, le due finali di Champions, eccetera. Se non è un miracolo poco ci manca. E quindi? La rottura deve essere stata pesante e al di là degli aspetti umani ha anche ragioni calcistiche, con radici nelle mal gestite ultime settimane di Simone Inzaghi, con le preferenze di Ausilio (Fabregas, poi bloccato dal Como, e De Zerbi) ben diverse da quelle di Marotta. Che anche questa volta, fedele alla sua storia, ha scelto ciò che conosce bene, cioè Baccin.
L’impresa in Coppa Italia non ha salvato Giampaolo da un esonero già scritto dopo il cattivo inizio di campionato della Cremonese, ma soprattutto dopo la retrocessione nonostante una rosa di livello superiore a quella del Lecce. Questo il punto: quasi nessun allenatore ha mai fatto bene rimanendo sulla panchina di una squadra retrocessa, anche se retrocessa senza sue colpe specifiche (e non è il caso di Giampaolo), e infatti la situazione è molto rara. In tempi recenti viene in mente il Blessin di tre anni fa al Genoa, con esonero a dicembre. Detto questo, per l’organico che ha la Cremonese era fra le favorite per la promozione con Giampaolo e maggior ragione lo sarà con il ritornante Pecchia.
Difficile spiegare il ridimensionamento del Bologna, se non con una precisa filosofia societaria che prescinde dall'essere o meno in Europa. Dopo le cessioni di Lucumi, Rowe e Castro, ci ha provato Fenucci. L’amministratore delegato del Bologna ha parlato di 280 milioni investiti da questa gestione, che in qualche modo andavano ripianati, ma la realtà dice che nell’era Saputo, iniziata nel 2014, o se vogliamo l’anno dopo con il divorzio da Tacopina, il Bologna ha avuto un saldo netivo di mercato di una trentina di milioni, quindicesimo club italiano per investimenti, meno della Cremonese e del Pisa, cifra paragonabile a quelle della Primavera dei grandi club. Certo non stiamo parlando di una macchina da soldi come Atalanta, Empoli, Genoa e Udinese, ma di una realtà che sta nel mezzo: non è un delitto, l’importante è spiegarlo ai tifosi nel modo giusto perché nessuno chiede a Sartori di contattare Bellingham o Haaland. Tanti sognano di essere l'Atalanta, soldi più vittorie più entusiasmo della gente, ma per riuscirci bisogna incrociare e trattenere il miglior Gasperini. O almeno Thiago Motta e Italiano.
stefano@indiscreto.net