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© Getty Images
La discussione su De Bruyne, il tacco di Esposito, i partiti di Allegri, i segnali di Cissé e la mancanza di Vlahovic

La Serie A è iniziata senza sorprese e al di là dei risultati la cosa più scontata di tutte erano le proteste contro il nuovo corso arbitrale, fortemente voluto dalla UEFA di Rosetti e comunque in linea con i gusti di Orsato da arbitro e da dirigente. No all’abuso del VAR, noi ai rigorini (ma il fallo di mano di Vlasic era rigore) e soprattutto no ai falletti al di là del fatto che quello di De Bruyne su Vazquez fosse un fallo. Vedremo quando il gioco si farà duro. Di sicuro, come è stato chiaro fin dalla nomina di Orsato come designatore, l’arbitro torna protagonista e smette di essere un notaio delle decisioni prese da una commissione, con responsabilità palleggiate. Una bella cosa, se il livello medio dei 42 fosse alto, ma con Di Bello in Genoa-Napoli, Zufferli in Torino-Milan e Arena in Udinese-Como, non è sembrato. 

L’Inter è ripartita da sé stessa, in attesa di capire se ha regalato 70 milioni alla Premier League: contro il Monza nessuno dei nuovi fra i titolari, con la sensazione che sulla destra la trasformazione di Diouf renderà inutile l’operazione Spence. In ogni caso i campioni d’Italia sono una squadra che gioca a memoria e contro una delle più autorevoli candidate alla retrocessione la differenza tecnica è stata enorme. Pio Esposito con il suo gol di tacco alla Bettega si sta smarcando dalla fama di ‘generoso Graziani’, che di solito non porta bene, e questa per Mancini è una buona notizia. Probabile che il primo dei tre inglesi a inserirsi sia Stones, come centrale difensivo di mezzo con spostamento di Akanji sul centro-destra, con la guardiolata di metterlo a centrocampo considerata da Chivu una soluzione di emergenza. 

Contro un Genoa poco più che onesto il Napoli di Allegri ha mostrato poco calcio, con McTominay inesistente e il terzetto d’attacco davvero fuori fase tranne a tratti Alisson, ma una superiorità complessiva evidente, generatrice di episodi come quello che ha fatto la gioia dei moviolisti e che stabilisce uno standard. Forse. La cilindrata rimane notevole e un pilota come Allegri è in questa fase è quello giusto, come filosofia: in ogni caso è l'allenatore esperto che De Laurentiis ha sempre amato, avendo spesso ragione. Che poi dal suo grande passato, ultima stagione esclusa, si trascini dietro i partiti pro e contro fa parte del gioco, è così anche per Conte e tutti quelli veri. 

Nel Milan ha fatto notizia, più dei tre punti contro un Torino per forza di cose umilissimo, tranne nel finale in cui aveva nulla da perdere, l’esclusione di Modric dai titolari. Jashari, una delle delusioni della scorsa stagione, ha risposto molto bene e in questo tipo di partite la formula Amorim funziona probabilmente funzionerà. L’allenatore portoghese vede molto bene anche Cissé, che gli ha dato subito ragione con il gol che ha sbloccato la partita e molto altro. Tutto è percezione, perché il ragazzo cresciuto nel Verona è da anni nel giro delle nazionali giovanili, ma da quando Mancini è tornato in azzurro qualche speranza qua e là sta nascendo. Insomma, in attesa dei risultati contano i segnali di vita.

Alla Juventus manca un Vlahovic, banale ma giusto dirlo dopo la quantità di gol sbagliati, peraltro non solo da Kolo Muani, contro il Frosinone che nel finale quasi ha pareggiato. La squadra di Spalletti, come al solito discutibile come motivatore (la frase su Kolo Muani che non gioca da due anni non era una battuta) è piaciuta soprattutto nel primo tempo, con la buona notizia di un Douglas Luiz tornato almeno parente di quello strapagato da Giuntoli due estati, che sembrano due secoli, fa. Ancora una settimana di mercato prima di mettere nel mirino gli allenatori, con il solito paradosso: quelli che più capiscono di calcio, cioè i tecnici, anche quelli scarsi, sono i primi colpevoli. E il 2026-27 non farà eccezione, tanto più con un Conte bello riposato e carico.

stefano@indiscreto.net