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Il mito dei ragazzi che giocano per strada

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© LAPRESSE
Dal dibattito Maldini-Galli al metodo di selezione dei giovani calciatori: come rigenerare il movimento calcistico italiano

Tutto è ripartito con l'ormai celeberrima intervista di Paolo Maldini ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, pochi giorni dopo il naufragio del nuovo corso della Nazionale e le dimissioni dell'ex monumento milanista, direttore tecnico designato, dopo lo scontro sul nome di Andrea Pirlo. Per Maldini, quella scelta era diventata il simbolo di un progetto fallito in partenza, per il quale non esistevano più le condizioni di fiducia necessarie a proseguire. Tra le sue risposte, c'era una frase destinata ad aprire un fronte, un discorso, vecchio di anni: «Tecnicamente siamo un Paese che non crea più giocatori di talento. I miei figli l’hanno visto nelle giovanili del Milan: si parla solo di tattica; se un ragazzo ha talento, è un problema». 

Sentendosi chiamato in causa direttamente – al tempo in cui nel Milan giocavano entrambi i figli di Paolo, teniamo a mente questa parola, 'entrambi', non uno dei due, Filippo Galli era responsabile del settore giovanile – l'ex compagno di squadra ha reagito dalle colonne del suo sito, La complessità del calcio. Lo ha fatto con misura e cognizione di causa, spiegando a Maldini quello che praticamente tutti gli ex calciatori e gli allenatori degli anni d'oro della Serie A ripetono da anni: non si gioca più in strada. O almeno questa è la sintesi potabile e commerciale che ne ha fatto Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello Sport.

Gli anni Ottanta del calcio italiano

Il concetto, del resto, non nasce con Galli. È una teoria che Roberto Mancini aveva già messo sul tavolo nel settembre 2022, quando l'Italia era campione d'Europa in carica ma era stata appena eliminata dalla Macedonia del Nord nella corsa al Mondiale in Qatar. Intervistato da Rai Radio alla vigilia di una partita con l'Inghilterra, Mancini aveva spiegato così la progressiva scomparsa del talento: «I ragazzini, fino agli anni Ottanta, fino all'85, erano in strada a giocare ed è lì che si impara. Adesso, anziché dribblare e tirare in porta, giocano su campi giganteschi e fanno la tattica. L'errore forse è questo». Una summa delle posizioni di Galli e Maldini. 

La stessa idea è stata poi fatta propria da Gianfranco Zola, oggi coordinatore dei settori giovanili azzurri: «Giocando in strada ti abitui a uscire dagli schemi, sei più creativo, mentre in un settore giovanile cresci in un ambiente più organizzato e strutturato». 

Quella sui bambini che non giocano più per strada e negli oratori, insomma, da un po' è il passe-partout per spiegare declino del calcio italiano. È una frase talmente generica da potersi ricollegare a una delle più grandi massime del qualunquismo: si stava meglio quando si stava peggio.

Un paio di anni fa, a una delle presentazioni di un mio libro sul calcio italiano degli anni Novanta mi era stato affiancato Bortolo Mutti, ex tecnico di Napoli, Piacenza e Messina. L'intervistatore di Sky gli aveva chiesto perché non fossimo più forti come allora e lui aveva risposto con il consueto: «Non si gioca più in strada». Peccato che fossimo su un palco allestito nella piazza di un paesino della Bergamasca che, proprio in quell'istante, era popolata da una decina di ragazzini che giocavano a calcio davanti a noi. Letteralmente.

Non che la mia esperienza individuale possa valere in termini assoluti, ma mi sembra una testimonianza utile per affermare un concetto preciso: quando un'idea si è radicata così profondamente nella testa, nemmeno la realtà percepibile riesce a modificarla. È Platone in purezza.

Il problema, però, è che questa teoria non spiega affatto il mondo nel quale viviamo. O meglio: può spiegare una parte del cambiamento nelle modalità con cui i bambini fanno sport, ma non dimostra che sia quella la ragione per cui il calcio italiano produce meno talento.

Norvegia, Spagna e gli altri esempi intorno a noi

Prendiamo la Norvegia, tanto per cominciare, e le nuove, brillanti generazioni di calciatori che ha prodotto negli ultimi anni. O la Spagna, la Germania, l'Olanda, addirittura la Svizzera o il Belgio. È possibile che il denominatore comune del successo di Paesi tanto diversi, con storie e stili a volte opposti, sia la quantità di ore passate a giocare per strada? 

La scorsa estate ho girato in lungo e in largo la Scandinavia in camper, entrando con i miei figli anche sul famoso campo sintetico del Bodø. In quelle settimane, non ho visto un solo bambino con il pallone tra i piedi, davvero. È ovviamente un'osservazione personale, non una statistica: ma dovrebbe almeno bastare a ricordarci che confondere un'esperienza nostalgica con una legge universale è un esercizio pericoloso.

Perché, se iniziamo a inferire in libertà, arriviamo a spiegazioni persino peggiori. Il calcio italiano non produce più talenti perché i bambini non giocano per strada? Allora la generazione d'oro del Belgio sarebbe figlia della storia migratoria del Paese, i successi della Francia dipenderebbero dalla presenza dei cosiddetti «africani», e la nuova Germania, l'Olanda o la Spagna di Lamine Yamal avrebbero trovato il modo di trasformare povertà e disagio dei loro sobborghi in un'accademia calcistica naturale. Noi no.

Una tesi che, portata alle estreme conseguenze, sfocia nel più becero determinismo sociale: se non hai i videogiochi – sottinteso, perché sei povero – sei costretto a uscire e a giocare con una palla di stracci. Se rimbalza male, ancora meglio: è più allenante. Peccato che i videogames esistessero anche trentacinque anni fa, quando ero bambino io e l'Italia produceva numeri dieci a ripetizione e posso assicurare che con i miei coetanei li usavamo senza riserve.

E non si può dedurre, come ha sostenuto Vernazza, che Yamal si è fatto Yamal solo perché da bambino non aveva altro da fare che dribblare i suoi cani su un selciato, come è stato raccontato.

La frase di Galli che più di tutte si presta a essere trasformata in un milione di reel sui social è questa: «Non servono più esercitazioni analitiche ripetute contro un muro. Servono le migliaia di ore di gioco libero e non supervisionato che un tempo si facevano nei cortili, nei parchi, per strada, prima ancora di arrivare a un allenamento organizzato».

È una frase affascinante. Ed ha anche il vantaggio di essere praticamente impossibile da contestare: certo che il gioco libero può sviluppare creatività, adattamento, capacità di improvvisazione. Certo che un bambino dovrebbe avere occasioni per giocare senza un adulto che gli dica continuamente cosa fare, ma da qui a sostenere che sia questo il motivo per cui l'Italia non produce più giocatori di talento ce ne passa. Perché a quel punto bisogna fare una domanda molto più scomoda: se il talento esiste, chi lo vede? E soprattutto, chi gli permette di emergere?

Galli descrive l'allenatore come il “progettista di un sistema” capace di fare in modo che qualcosa già in atto si realizzi. È una bella definizione. Il problema è che, come spesso accade in questo genere di interventi, il sistema viene evocato più che descritto. Si parla di filosofia, di formazione, di creatività, di gioco libero, di metodologie. Molto meno di selezione, accesso, soldi, opportunità e criteri con cui un bambino viene scelto rispetto a un altro. E qui arriviamo al vero problema del calcio italiano.

Io ho una grande stima di Galli, che sul tema delle giovanili è infinitamente più preparato di me: io le ho frequentate solo da bambino e poi da ragazzo, mai da adulto come allenatore. I miei figli, peraltro, sono tutti per la pallavolo. In casa il calcio piace soltanto a me.

Ma una cosa del sistema Italia l'ho imparata quando giocavo io e la vedo ancora oggi: se vuoi andare avanti, puoi giocare in strada quanto vuoi – io passavo i pomeriggi a palleggiare in giro per il cortile – ma se non hai gli strumenti giusti per oliare chi decide chi dovrà emergere, le occasioni sono rarissime.

Come giocare a calcio in Italia 

Non è soltanto un'impressione. Nel maggio 2025 Le Iene hanno realizzato un'inchiesta sullo scouting a pagamento che ha coinvolto Salvatore Bagni. L'ex calciatore ha parlato di almeno trentamila euro utili a garantire, tramite le sue conoscenze, l'inserimento di giovani danarosi in alcuni club professionistici. La vicenda fu poi sottoposta alla valutazione della Procura federale. 

Questo non dimostra che il calcio italiano sia interamente un sistema a pagamento. Dimostra però qualcosa di molto più semplice e molto più inquietante: che l'accesso alle opportunità può essere condizionato da denaro e relazioni anche a livelli nei quali, teoricamente, dovrebbe parlare soltanto il talento.

E allora no: Yamal non è diventato Yamal perché aveva dei cani da dribblare. È diventato Yamal anche perché in Spagna qualcuno lo ha visto, lo ha preso, gli ha dato un'opportunità e ha investito su di lui. Il suo primo club, il CF La Torreta, non fece nemmeno pagare l'iscrizione alla famiglia, che aveva difficoltà economiche; poi arrivò il Barcellona. 

Questa è la differenza che continuiamo a rimuovere dal dibattito italiano: non basta chiedersi quante ore un bambino trascorra con un pallone, ma quanti abbiano la possibilità di essere visti, accompagnati e messi nelle condizioni di competere alla pari.

E qui torna persino la storia dei Maldini, con una certa ironia. Perché Paolo parla di un sistema nel quale “se un ragazzo ha talento, è un problema”, anche se Christian e Daniel sono entrambi passati dal vivaio del Milan. Il vero scandalo è continuare a discutere di quello che fanno o non fanno i nostri ragazzi nel tempo libero mentre gli adulti mettono in vendita tutto ciò che li circonda: gli spazi pubblici, gli impianti, i campi, le opportunità, perfino la possibilità di provare a diventare calciatori. Il problema non è che i bambini non giocano più per strada, ma che noi adulti abbiamo smesso di costruire strade sulle quali possano giocare. E poi ci lamentiamo perché non sono più capaci di correrci.