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Vlahovic più Italiano

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© LAPRESSE
Quindici milioni di troppo, l'ultimo Lukaku, Xavi all'Olanda e la narrazione su Infantino

Da giocatore più pagato della Serie A, ultimo colpo dell’era Andrea Agnelli, a svincolato che ha fatto scappare decine di club prima ancora che si arrivasse a una trattativa visto che le commissioni richieste sono rimaste simili a quelle pretese dalla Juventus per il rinnovo, 15 milioni o giù di lì. Dusan Vlahovic al Besiktas non è in questo momento per lui un salto all’indietro, come i prigionieri della Serie A "Campionato più bello del mondo o comunque più difficile" dicono, visto che il club turco allenato da Italiano, cioè l’allenatore che meglio ha utilizzato Vlahovic, ha in questo momento una cilindrata finanziaria e tecnica simile a quella della Juventus, ma in prospettiva è probabile che il serbo se ne pentirà perché la visibilità internazionale dell'Italia rimane alta. Al bar ci chiediamo perché non si sia liberato di agenti che con queste richieste gli hanno limitato la carriera, visti i bidoni strapagati circolanti in Premier League, ma la risposta c’è già: Vlahovic qualche mese fa si è davvero liberato del suo agente storico, Ristic, ma il padre Milos non è che abbia abbassato le richieste, anche se all’inizio Comolli sembrava avesse trovato un punto d’incontro. E quindi? La carriera è breve, se i Vlahovic ritengono impossibile arrivare al Real Madrid della situazione o a una Premier League di vertice, tanto vale monetizzare subito. E poi non è che sia finito in Arabia.

Ben diversa la situazione di Lukaku, al di là del fatto che anche lui sia finito in una Turchia (al Fenerbahce) in cui i grandi club sono ritenuti strumento di consenso politico e godono quindi di credito illimitato. Lui con il Napoli aveva un altro anno di contratto, ma già nell’immediato dopo-Conte gli era stata indicata la porta d’uscita, poi è arrivato il Mondiale che non ha migliorato la sua fama di giocatore in declino e di difficile gestione umana. Rimane il fatto che la Serie A abbia perso Vlahovic e Lukaku: per i tifosi, non soltanto di Juventus e Napoli, cambia zero, per chi deve vendere il fantomatico ‘prodotto’ invece tanto. 

Chissà se Maldini e Leonardo nelle loro due settimane da rifondatori del calcio italiano hanno mai preso in considerazione la candidatura di Xavi, ma soprattutto chissà se Malagò avrebbe trovato un pretesto per debellare in chiave pro-Mancini anche la sua candidatura a commissario tecnico della Nazionale. Fatto sta che lo spagnolo è diventato il nuovo allenatore dell’Olanda, pardo Paesi Bassi, il primo straniero dai tempi di Happel, e sarebbe fin troppo facile scrivere il compitino sul filo che lega Barcellona e Olanda, per non dire degli olandesi che come gli italiani e pochi altri popoli credono di avere inventato il calcio e quindi il c.t. straniero lo vivono davvero male. Non stiamo parlando di un genio del calcio, intendendo lo Xavi allenatore e non il fuoriclasse in campo, ma uno con una carriera già avviata, soprattutto per i tre anni al Barcellona e ancora vendibile come ‘da progetto’. Insomma, qualche piano sopra Pirlo. E curiosamente all’Al-Sadd qualche anno prima di Mancini. Una volta Arabia, Qatar e dintorni erano strade senza ritorno, adesso è contemplato il pnetimento.

Senza ritorno è anche la strada del gigantismo del Mondiale, che ormai prescinde dal futuro di Infantino, comunque probabile presidente fino al 2031 (prossime elezioni nel 2027), quando per statuto dovrà ritirarsi o inventarsi qualcosa per continuare a dare le carte. La società esterna per vendere i diritti commerciali della FIFA rientrava in questo discorso… Se dall’Europa Infantino sembra in bilico, nel resto del mondo non è così. Perché il Mondiale a 64 squadre porterebbe all’appoggio totale della CONMEBOL che punta a una sorta di mezzo Mondiale 2030 fra Argentina, Uruguay e Paraguay, altro che briciole celebrative previste con la formula a 48. Perché il Messico ha rotto il fronte CONCACAF e presto lo faranno anche gli Stati Uniti. Perché l’Asia ha quasi soltanto squadre che dall’innalzamento della qualità media avrebbero da perdere. Siccome questa rubrica riguarda il nostro oriticello, diciamo subito che per un ritorno al Mondiale dopo 16 anni non ci sarà da scendere con le bandiere in piazza. Certo è che la narrazione su Infantino cambia, anche di moltissimo, da paese a paese. Dove saremo fra cinque anni?

stefano@indiscreto.net