Mentre Malagò continua a occupare caselle della FIGC con i suoi fedelissimi, l'ultimo Luca Bergamini nominato capo dello staff (qualsiasi cosa voglia dire), facendo sembrare lontana di decenni l'era della condivisione, i suoi antipatizzanti, più che i simpatizzanti di Maldini, non si rassegnano alla mancata nomina di Pirlo a commissario tecnico della Nazionale. O comunque di un allenatore giovane, con una storia ancora da scrivere. E i paragoni sono sempre quelli: De la Fuente e Scaloni, Scaloni e De La Fuente. Oltre non si va perché tutte le grandi nazionali hanno allenatori che sarebbero credibili anche per una squadra da Champions League: da Ancelotti a Klopp, da Zidane a Tuchel. E in quelle di fascia media ci sono comunque tecnici con una solidissima carriera, livello Van Bommel e Jorge Jesus. Insomma, rimaniamo sui due finalisti del Mondiale.
De la Fuente, carriera di club inferiore anche a quella di Pirlo, è il prodotto di un percorso federale lungo un decennio, cominciato nel 2013 con l'Under 19 e l'Under 18 spagnole, proseguito con l'Under 21 dal 2018 (Europeo vinto nel 2019, in Italia) e con la nazionale olimpica portata all'argento a Tokyo nel 2021. Quando la federazione spagnola lo ha promosso in prima squadra, all'indomani dell'eliminazione di Luis Enrique ai rigori contro il Marocco, al Mondiale in Qatar, non stava scommettendo su un carisma da giocatore o su un progetto astratto da guru della panchina: stava semplicemente facendo salire di un piano l'uomo che aveva già allenato, selezionato e formato metà della rosa che avrebbe vinto Europeo e Mondiale. Nessun fascino internazionale, nessuna predestinazione visto che nel 2022 aveva già 61 anni. Era un bravo funzionario federale che aveva superato ogni gradino della trafila, non un innesto dall'esterno. Magari dopo qualche anno Pirlo sarebbe diventato così, ma non oggi.
Scaloni è un caso molto diverso e per certi versi ancora più istruttivo, perché la sua non è una storia di merito riconosciuto passo passo, ma di pura necessità oltre che di casualità. Nel 2018, dopo il disastro in Russia, l'Argentina provò a rimpiazzare Sampaoli con nomi pesanti e difficili da discutere: Simeone, Pochettino e Gallardo. Rifiutarono tutti, chi per contratto in corso, chi perché nessuno voleva entrare in una federazione argentina in quel momento nel caos, oltretutto con Messi che sembrava sul punto di abbandonare l'Albiceleste. Alla fine restò lui, l'assistente di Sampaoli, nominato ad interim per un paio di amichevoli in attesa di un tecnico vero. Il tecnico vero non sarebbe arrivato mai, anche perché nel frattempo Messi ci aveva ripensato e il buon rapporto personale con Scaloni contò tantissimo (l'amichettismo non è un'esclusiva italiana) nel far terminare il casting. In ogni caso Scaloni era già dentro lo staff tecnico della nazionale, non un profilo scovato altrove e paracadutato dall'alto: la AFA non è andata a cercarlo, se lo è ritrovato in casa quando le alternative sono cadute una a una.
Poi chiaramente la vicenda del bookmaker russo è stato un pretesto usato da Malagò per giustficare il suo ripensamento, anche su Maldini, ma questo non toglie che la scelta dell'allenatore federale come commissario tecnico significhi la scelta di un allenatore cresciuto in federazione, non di un mediocre allenatore di club. Senza fare esempi lontani, basta ricordare che Bearzot diventò allenatore dell'Italia dopo 6 anni nelle Under e comunque ne fece ulteriori 2 sotto l'ala di Bernardini, Vicini dopo 11 anni fra Under 23 e Under 21, e Cesare Maldini dopo ben 16 anni in federazione in tanti ruoli e dopo 3 Europei Under 21 vinti. Non stiamo dicendo che l'allenatore federale ne sappia più di Ancelotti o Klopp (o Guardiola...), anzi, ma che sia una figura con una storia, non l'amico (presunto) geniale.
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