Dolore per il prematuro addio alla vita, a soli 66 anni, di Franco Baresi. Onore a una fantastica carriera nel Milan e nella Nazionale, vincendo quasi tutto, anzi tutto visto che nei 22 del Mondiale 1982 c'era anche lui, chiuso da Scirea nel ruolo di libero (stiamo parlando di 44 anni fa) e poco convinto della trasformazione in centrocampista che il c.t. aveva in mente per lui, che in effetti ne avrebbe avute le capacità. Ma è davvero inutile spiegare chi sia stato Franco Baresi, mentre troviamo importante sottolineare che lui sia stato protagonista in due tipi di calcio molto diversi, quello autarchico dei difensori-difensori (come capacità di contarstare lui è stato superiore a tutti i grandi liberi della storia) e quello più internazionale dalla metà degli anni Ottanta in avanti. Come icona milanista anello di congiunzione fra Rivera, con il quale vinse lo scudetto della stella e Maldini, cioè il volto dell'epopea berlusconiana, non pensiamo di essere condizionati dalla sua morte dicendo che sia stato il più amato dai tifosi rossoneri nell'era moderna, cioè da parte dei viventi: chi ha vissuto la Serie B sa apprezzare le Coppe dei Campioni in maniera diversa dai più giovani. Il dopo calcio giocato di Baresi è stato in certi periodi molto amaro, ma sempre vissuto con la dignità degli uomini di una volta, quelli coscienti dei propri limiti. E con la forza di quel miracoloso rientro in campo per la finale mondiale di Pasadena. Le lacrime di allora sono quelle di oggi, uno come Franco Baresi non ci sarà più.
Il problema della qualificazione al Mondiale potrebbe per l’Italia essere risolto alla radice, rinunciando a iscriversi alle qualificazioni. La minaccia della UEFA nei confronti di Infantino, dopo che è stato fatto uscire il progetto di scorporare la parte commerciale della FIFA e di venderla ai fondi, sembra pesante: nessuna partecipazione a tornei FIFA fino a quando il progetto sarà vivo. E quali sono i prossimi tornei FIFA? Il Mondiale femminile Under 20 di settembre in Polonia (ci sarà anche l’Italia), quello sempre femminile di ottobre in Marocco e quello machile Under 17 di novembre in Qatar (presente anche qui l’Italia). A prima vista Infantino usa il solito schema, preparando il terreno per raggiungere un obbiettivo minore. Ma non c’è dubbio che una UEFA compatta, coinvolgendo Brasile e Argentina potrebbe farsi il suo Mondiale, non troppo diverso da quello nella testa di Stanley Rous prima che nel 1974 fosse defenestrato da Havelange-Adidas. Insomma, al momento si mostrano i muscoli. E a dirla tutta il progetto Infantino non è uno scandalo: è esattamente il modo in cui sono strutturate la Formula 1 o la Liga spagnola. E anche la Serie A, per quanto riguarda i diritti per l’estero, è avviata su questa strada. E quindi? Il rischio di avere due Mondialini è lontano, ma certo la FIFA può produrre molti più soldi dei già tanti a cui è arrivata, con la promessa (già messa per iscritto...) che il nuovo corso porterà a una moltiplicazione per 20 dei soldi a fondo perdeuto dati anche a nazioni mai sentite nominare.
Mondiale o no, come giocherà l’Italia di Mancini? Improbabile che il commissario tecnico che visse due volte abbia cambiato idee in tre anni passati fra Arabia Saudita, Al-Sadd e vacanze. E certissimo che il 25 settembre contro il Belgio si vedrà una squadra già manciniana, senza compromessi peraltro inutili visto che il primo colpevole di un eventuale fallimento sarà lui. Quindi il 4-3-3 flessibilissimo della sua precedente gestione, un misto di possesso palla alla spagnola (ma senza Jorginho e Verratti sarà dura) e di calcio relazionale non dichiarato, anche se stranamente i nerd non hanno mai amato Mancini. Dei 26 campioni d’Europa di 5 anni fa non molti i possibili superstiti: il suo primo fan Donnarumma, Di Lorenzo, Bastoni, Barella, Locatelli, forse Chiesa e Raspadori. Scommessa sulla sua prima formazione titolare, con attacco di sue scoperte: Donnarumma – Palestra, Mancini, Bastoni, Calafiori – Barella, Tonali, Pisilli – Zaniolo, Retegui, Koleosho.
In pochi si erano accorti che da due anni la Roma non aveva un amministratore delegato, del resto l’interventismo dei Friedkin e i vari ribaltoni tecnici si sono presi tutti i titoli del post Lina Soulokou. Adesso però il CEO c’è ed è anche di primissimo piano: John Galantic conosce la Roma, essendone stato consigliere indipendente fin dall’era Pallotta, ma soprattutto è un manager di statura internazionale, che deve la sua fama al lungo periodo al vertice di Chanel. Harvard e tutto il resto non sono garanzia di successo in un ambiente senza senso come quello del calcio, ma di sicuro i vituperati americani comprendono la necessità di ingaggiare buoni dirigenti più che mezze figure in campo.
Sconfitto nella vicenda del commissario tecnico della Nazionale, Marotta torna a vincere in casa sua con l’ingaggio di John Stones, che arriva da un ottimo Mondiale, nel suo ruolo classico di difensore centrale, ma anche da tre stagioni ai margini del Manchester City, seguita alla finale di Champions proprio contro l’Inter in cui, schierato a centrocampo al fianco di Rodri, fu uno dei migliori in campo. Stones è uno di quei giocatori a fine contratto che Marotta predilige e che raramente lo hanno deluso: da Pirlo a Calhanoglu, da Khedira a Thuram, da Dani Alves a Zielinski, è ovvio che con questa politica non possano arrivare giovanissimi (unica eccezione Pogba, grazie a sostanziose commissioni a Raiola, con una plusvalenza poi enorme per la Juventus) ma i risultati ottenuti ovunque danno ragione a questo schema: ingaggi alti (l’Inter è quella che spende di più in Italia) e poche scommesse sui cartellini (nelle ultime 5 stagioni Inter decima per acquisti). Insomma, l’opposto di quanto predicano i fondi statunitensi, Oaktree compreso.
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