La presentazione di Mancini e Ranieri ha in parte dato ragione a Zoff, che si è chiesto a cosa serva un direttore tecnico del Club Italia. Tanto più che le riforme del calcio giovanile italiano verranno affidate probabilmente a Zola e quindi Ranieri si troverà a esser consigliere sia di Mancini sia di Zola. Non diciamo senior advisor, che porta male… Giustamente Mancini è preso tutte le colpe per le dimissioni-fuga di tre anni fa, con modalità vagamente alla Don Revie, limitandosi a parlare di mancanza di comunicazione con Gravina e facendo paragoni con amori perduti: inutile rivangare il passato e pretendere una verità completa (magari chiedendo anche a Spalletti), quando un ritorno prima probabile e poi diventato impossibile con Maldini si è trasformato in qualcosa di concreto. È lui il primo a sapere che a questo giro un fallimento varrà doppio, ma anche che sulla carta la Nazionale ha un gruppo che non è peggiore di quello che trovò nel 2018, anzi. Un gruppo quasi totalmente dalla sua parte, significativo il messaggio di Donnarumma a Malagò, che Mancini integrerà con qualcuna delle sue convocazioni al confine della provocazione, uno dei motivi (non il principale) dell’ostracismo della Serie A nei suoi confronti.
Raramente come in questi giorni abbiamo sentito parlare di Nazionale e di nazionali, forse allora non è vero che l’argomento non interessa. Del resto se gli italiani hanno seguito di più Belgio-Senegal della finale di Wimbledon con Sinner, per non andare su certe terrificanti amichevoli di club, una ragione ci sarà. Magari un giorno saranno chiariti i termini dell’equivoco Malagò-Maldini, che noi non ci sappiamo spiegare. Essendo entrambi persone intelligenti, non possono pretendere che si creda a Guardiola come unico allenatore che avrebbe messo tutti d’accordo, con Ancelotti in subordine. Uno dei due, Malagò o Maldini, prima della firma del contratto poi stracciato ha di sicuro promesso qualcosa che già sapeva di non poter o voler mantenere. In un certo senso entrambi sono stati salvati dai russi. Ne è uscito bene Ancelotti, che in un’intervista a ESPN ha confermato di essere contattato dalla FIGC (cioè da Maldini), che peraltro non avrebbe potuto contattare un allenatore di un’altra federazione, ma di avere rifiutato perché si trova bene sulla panchina del Brasile, al di là del contratto da 10 milioni netti a stagione.
Tonali sarà una delle colonne della Nazionale di Mancini, ma nemmeno lui è riuscito a salvare il Brescia, dichiarato fallito dal tribunale e quindi scomparso dalla mappa del calcio italiano dopo 114 anni di storia. La città non perde totalmente il calcio, visto che l’Union è in Serie C, ma di sicuro fa impressione che tutto questo sia accaduto a causa di debiti per circa 21,3 milioni. Al di là delle evidenti colpe dell’ormai settantenne Cellino, è interessante notare che il Brescia non è retrocesso nel senso sportivo classico. Nella B 2024-25 si è per così dire guadagnato la retrocessione sul campo, e la stagione scorsa proprio non l’ha giocata, per scelta di Cellino, nella C che gli sarebbe spettata. In questo buco si è inserita la neonata Union, con il sostegno di imprenditori bresciani che mai avrebbero affidato i loro soldi a Cellino e che puntano in tempi al ritorno almeno in B. Geniale il finale di partita celliniano, con la riattivazione della matricola storica per prendere il contributo di solidarietà FIFA per Tonali (semplificando: il 5% del valore di un trasferimento internazionale che va ai club che hanno formato il calciatore tra i 12 e i 23 anni), circa 4 milioni considerando la cifra pagata dal Tottenham al Newcastle. Il fallimento ha stoppato l’escamotage di iscrivere uno pseudo Brescia alla Terza Categoria e quindi addio 4 milioni di Tonali, che finiranno in un imprecisato fondo FIFA (Infantino non li rifiuterà). Storia istruttiva per chi rimpiange, senza fare distinzioni, i presidenti italiani di una volta.
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