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La trattativa per Guardiola, l'orgoglio di Buffon e quello di Modric

Il ‘No, grazie’ di Pep Guardiola alla panchina dell’Italia era prevedibile, forse anche previsto, ma bene ha fatto Maldini a provarci se davvero pensava di avere anche soltanto l’1% di possibilità di farcela. Guardiola sarebbe stato la sintesi di ricerca del risultato e vendita del progetto, ma soprattutto sarebbe stato fuori dalle logiche di amicizie e ancor più di inimicizie che stanno ritardando la nomina del commissario tecnico. Meno bene Maldini e la FIGC ne sono usciti pubblicizzando ufficiosamente la trattativa, perché, per esere chiari, nessun giornalista ha pedinato né il direttore tecnico del Club Italia né l’ex allenatore del Manchester City nel loro ultimo fine settimana. Se poi aggiungiamo il sondaggio con Ancelotti rivelato in Lega si capisce come chiunque adesso, anche gente indiscutibile come Conte e Mancini, figuriamoci quindi le scommesse, sarà percepito come una seconda scelta. Situazione che gioca a favore delle terze scelte... Di sicuro Guardiola non ha scelto in base ai soldi, visto che mai si è arrivati al livello dell’offerta, e del resto Maldini ha accettato questo ruolo di vertice in FIGC per un ingaggio annuale inferiore a quello di un direttore sportivo di basso rango. 

Tutt’altra storia il no di Buffon, come Maldini mito azzurro ma diversamente da Maldini già stato in FIGC come dirigente e di fatto uomo di calcio di Gravina, con prospettive di grande crescita. Gattuso commissario tecnico è stata una scelta fondamentalmente sua, rivendicata e difesa con onestà. Inevitabili le dimissioni dopo Zenica, con il solito asterisco che con il raddoppio di Kean o Dimarco saremmo qui a parlare del grande carattere dell’Italia, con Gravina ancora presidente. Molto peggio Buffon aveva fatto come capodelegazione nell’era Spalletti, con un clima nello spogliatoio ai confini dell’irrespirabile. Il suo no comunque è maturato per ragioni del presente: la presenza e il ruolo di Maldini oscurano le altre, anche quella del c.t. se dovesse essere Pirlo o equivalenti, l’orgoglio dell’ex campione impediva di ricoprire un ruolo alla Oriali dopo avere sognato di distribuire le carte e anche averlo fatto per qualche mese. 

Uno che a 30 anni, forse anche a 35, era il centrocampista più forte della Champions League, a 41 può giocare benissimo in Serie A, senza imbarcarsi in avventure statisticamente perdenti (l’allenatore capo del grande club è uno, i giocatori 25) in panchina, magari come assistente di uno che quasi certamente ne sa meno di lui. Il rinnovo di Luka Modric con il Milan, a cifre notevoli (quasi 7 milioni lordi) ma sempre minori di quelle raccattabili dagli arabi, è l’ulteriore conferma del cambio di passo di Cardinale, difficilmente spiegabile visto che questa è la sua quinta stagione da proprietario (o da frontman dei proprietari, se vogliamo) del Milan, con oltretutto un impegno su altri tavoli come quello di NBA Europe in partnership con la Varese di Scola. Parlando per un attimo di calcio e di Modric, sarà interessante vederlo nel 3-4-2-1 di Amorim, che al di là della lavagnetta è un sistema dinamico, rispetto al 3-5-2 basso, per non dire bassissimo, di Allegri che in qualche modo lo proteggeva. Anche se Modric non è soltanto cervello e piedi, come vuole il luogo comune, visto che l’anno scorso è stato nella top ten dei centrocampisti della Serie A per metri percorsi (e nemmeno spetterebbe a lui correre) di media, quasi con gli stessi valori di McTominay, per citare un super-atleta (non al Mondiale), e senz’altro più delle sue guardie del corpo Fofana e Rabiot. Meglio un Modric in campo che l’ennesimo maestro sulla fiducia.

stefano@indiscreto.net