Addio a Osvaldo Bagnoli, uomo d’altri tempi già ai suoi tempi e allenatore etichettato superficialmente come icona del calcio cosiddetto ‘pane e salame’, quando invece era solo un cultore della specializzazione: il libero, lo stopper, gli esterni, il mediano, il regista, la punta potente e quella agile, il portiere che prima di tutto parasse. Per questo fra i suoi grandi estimatori c’erano Enzo Bearzot e Gianni Brera, che sapevano andare oltre il personaggio del milanese di una volta, di una Milano operaia con valori che purtroppo non esistono più. Ma se Bagnoli non ha bisogno di essere celebrato dopo la morte, visto che per fortuna e per merito lo è stato anche in vita, di grande attualità una domanda che lo coinvolge: nella Serie A di oggi sarebbe immaginabile uno scudetto come quello del Verona 1984-85? Intendiamo uno scudetto vinto con alcuni scarti di grandi club (Tricella, Fanna, Galderisi, Di Gennaro, Marangon), due stranieri forti ma lontani dal Pallone d’Oro come Briegel e Elkjaer, e giocatori di fascia media (Fontolan, Garella, Bruni, Volpati), contro la Juventus di Platini, la Roma di Falcão, l’Inter di Rummenigge, il Napoli di Maradona, eccetera, comunque contro almeno dieci squadre più ricche e sostenute da politica, media e tifosi. La risposta è ovviamente un grosso no e non reggono nemmeno paragoni storici con il Cagliari, che aveva 6 nazionali italiani, Gigi Riva in testa, e la Sampdoria di Vialli e Mancini i cui ingaggi erano a livello Real Madrid di adesso. Con qualche forzatura il paragone può reggere con la Fiorentina 1968-69 di Pesaola, al suo secondo scudetto 13 anni dopo quello vinto con Bernardini. Certo non si possono trovare analogie con l’Atalanta e il Como di oggi, che peraltro lo scudetto non l’hanno vinto e nemmeno sembrano così interessate a vincerlo. Nel calcio delle rose smisurate, delle cinque sostituzioni, delle televisioni che pagano per tutti e quindi spingono le squadre più tifate e più potenti, il Verona di Bagnoli sarebbe al massimo a centroclassifica, anche con il sorteggio arbitrale che peraltro (diamo una notizia a chi copia i primi risultati delle ricerche su Google) in quel 1984-85 non c’era, visto che le 8 partite per turno erano divise in fasce di importanza e solo all’interno di queste fasce avveniva il sorteggio, a dir poco pilotato. Nonostante tutto il Verona di Bagnoli fece la storia, rimanendoci per sempre.
La terza assenza consecutiva dell’Italia dal Mondiale ha scatenato le ironie dei dirigenti di altri sport, da quelli che vincono medagliette senza valore in discipline praticate da poche migliaia di persone in tutto il mondo a quelli più popolari e seri, come il tennis, con il presidente della FITP Binaghi a fare confronti strampalati con Sinner, nella cui esplosione fra l’altro la federazione c’entra quasi zero. Peccato che in Italia una partita di interesse modesto come Belgio-Egitto abbia avuto più telespettatori della finale di Wimbledon Sinner-Zverev… E che Argentina-Inghilterra abbia avuto uno share quasi uguale a quello degli spareggi mondiali della Nazionale di Gattuso. Il calcio e il suo ambiente possono non piacere, ma hanno un radicamento nella cultura italiana che va al di là dell’incapacità di dirigenti, allenatori e giocatori.
Il caso Rocchi è chiuso per la giustizia ordinaria, con l’archiviazione, ma rimane abbastanza vivo per quella sportiva che si basa su parametri diversi. Una giustizia sportiva che dovrà valutare se le pressioni di vari club, soprattutto l’Inter di Marotta, erano normali proteste per evitare gli arbitri sgraditi o facevano parte di un sistema di designazioni concordate. Le intercettazioni finora uscite e l’orientamento di Chiné fanno propendere per il primo scenario, mentre il secondo sarebbe uno sport diverso, con possibili penalizzazioni e squalifiche. Insomma, siccome noi al Guerino non disponiamo di un nostro apparato di intelligence ma soltanto di informazioni dalle varie fonti che cerchiamo di filtrare, evitiamo di creare santi o mostri prima del tempo. Siamo però certi al 100%, per quanto dicono di lui colleghi ed ex colleghi, che la vera vittima della vicenda sia Rocchi. Per la carriera rovinata e per la vita quotidiana, sua e dei suoi familiari, diventata molto difficile. Va da sé che bisognerà trovare il mandante o i mandanti, che non hanno colpito soltanto Rocchi ma anche la riforma del sistema arbitrale nella direzione di una ventina di arbitri di élite staccati dagli altri sotto ogni aspetto e realmente intercambiabili (quindi basta con le ricusazioni mascherate o, all'opposto, arbitri che chiedono di essere esentati da certe squadre), sul modello inglese e di fatto sotto la gestione della Lega, che vedeva l’allora designatore (oggi è Orsato) come capo di questa nuova struttura. La facile scommessa è che adesso non ci sarà alcuna vera riforma dell’AIA, chi tocca certi fili muore e Malagò è troppo esperto per ignorarlo.
Perché la Roma si è arrabbiata così tanto per la firma di Celik alla Juventus? Non perché ritenesse fondamentale il difensore turco, diversamente non avrebbe lasciato scadere il suo contratto esponendosi al rischio di perderlo. Ma perché il sospetto è che Massara, formalmente direttore sportivo della Roma fino a fine maggio, abbia usato nella trattativa informazioni acquisite nel suo periodo romanista. Diciamolo chiaramente: è ipocrita sostenere che cose del genere non avvengano, perché sono avvenute mille volte con giocatori più importanti di Celik. Strano però che i contratti dei dirigenti del calcio siano redatti senza prevedere un periodo di stop (ovviamente retribuito) fra un incarico terminato e quello per una diretta concorrente. Forse nessuno è senza peccato, oggi a te domani a me.
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