Mentre il Mondiale entra nella sua fase più bella, con sedicesimi già di enorme interesse, e le sue storie al confine dell’incredibile, spesso copiate senza ritegno dagli storyteller, in Italia tutti sono tutti fermi, nascosti dietro ad allenatori da molto presunto progetto. Tranne il Como, che mettendo in campo 60 milioni si è tenuto Nico Paz per la sua prima storica Champions League anche se il Real Madrid quasi certamente se lo riprenderà l’anno prossimo per 80. Sarebbe stato uno dei pochi giocatori, fra quelli realisticamente alla portata finanziaria, in grado di migliorare l’Inter, insieme a Palestra che era il vero obbiettivo, anche lui sfumato (da staccare e conservare gli articoli in cui gli si spiega che è meglio guadagnare una cifra in Serie A che una cifra doppia in Premier League) a causa della lentezza decisionale dei club in mano ai fondi e della discutibile ideologia che due colpi da 25 siano meglio di uno da 50 (i veri 'uomini di calcio' votano i 10 colpi da 5, così tutti gli amici sono contenti). Il risultato è che in un mese di mercato e di 'oggi è il giorno di' l’Inter di Marotta e Ausilio ha perso Dumfries e una serie di anziani e in sostanza non ha combinato niente, come la Juventus e la Roma che hanno i paletti UEFA, il Milan che in questo mese è stato senza dirigenti, il Napoli che non sa come sistemare le zavorre ereditate dall’era Conte, la Lazio di Lotito che pensa a comprare la Reggina, anche l'Atalanta da plusvalenza. Unica scheggia impazzita nella seria A americana dello scudetto dei bilanci è proprio il Como, che non a caso ha un disegno più grande e una catena di comando snella.
A proposito di dirigenti, il Milan ha ufficializzato Massimo Calvelli come nuovo CEO. Non una svolta epocale, perché l’ex dirigente dell’ATP era già ai vertici di Red Bird e nel consiglio del Milan, ma un segnale di Cardinale dopo settimane assurde, fra cacciatori di teste internazionali e colloqui fuori tempo massimo con possibili dirigenti poco convinti e mai italiani. Il prossimo Milan, il quinto sotto la sua proprietà, sarà quello più suo, senza bisogno di uomini della Provvidenza arrivati da fuori o di mestieranti, tanto è vero che per tutte le caselle occupate sono stati usate persone già a libro paga, da Almstadt a Gardiner a Lomonte. Non si può dire che sia stata una strategia meditata, visti i colloqui con Rangnick (il preferito, l’unico degnato di un incontro personale) e altri, e le relative veline del genere ‘manca solo la firma’ da pubblicare e anche pubblicate, ma alla fine ha prodotto un assetto dirigenziale interessante, con Amorim di fatto allenatore-manager di una squadra che non ha bisogno di rivoluzioni.
L’era Berlusconi nel calcio è ufficialmente finita, a tre anni dalla morte del fondatore della Fininvest. Che adesso ha ceduto anche il suo residuo 20% del Monza, appena tornato in Serie A, al fondo Beckett Layne Ventures, lasciando senza risposta la domanda principale: se perdere soldi con il Milan aveva senso, visto che li recuperava su altri tavoli e che comunque si vincevano le Coppe dei Campioni, cosa dire dei 250 milioni bruciati con il Monza? L’ultimo urrah romantico insieme a Galliani è credibile quanto lo era Yonghong Li, ma in ogni caso adesso, quaranta anni dopo l’acquisto del Milan, è davvero finita. E non occorre essere berlusconiani o milanisti per rimpiangere quel tipo di proprietà, con pro e contro ma comunque umana.
Il Rapporto SIAE 2025 dice tante cose, ma dal nostro punto di vista una su tutte: il vituperato calcio italiano vale il 75,1% degli spettatori di eventi sportivi in Italia e il 71,7% della spesa complessiva. Con 626 milioni di euro pagati dai suoi spettatori vale il decuplo di tutti gli altri sport di squadra messi insieme e più del triplo degli sport individuali. Non stiamo dicendo che sia una cosa positiva, anzi la monocultura sportiva è indice di ignoranza, ma è soltanto per ricordare perché questo sport genera fa discutere: per la semplice ragione, un po' tautologica, che interessa.
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