La fine dell’era Vlahovic alla alla Juventus è più nella volontà di Comolli, per non dire Elkann, che nella realtà delle cifre. Perché non c’è alcuna possibilità, per la Juve o per qualsiasi altro club, di acquistare sul mercato un centravanti del valore di Vlahovic spendendo meno di 20 milioni di euro, somma del bonus alla firma e delle commissioni chieste dal padre. Oltretutto un Vlahovic conciliante per quanto riguarda l’ingaggio, 8 milioni netti rispetto ai 12 del contratto che sta per scadere. Ma al di là delle schermaglie di mercato, in cui citiamo la media di informazioni di parte, quindi la media di due bugie, in senso storico è giusto dire che con Vlahovic finisce la Juventus di Andrea Agnelli essendo stato il serbo l’ultimo suo grande acquisto. Un’era per certi versi già finita nel 2018 con Cristiano Ronaldo, in sé una grande operazione ma con ricadute rovinose sugli ingaggi della classe media, l’allontanamento di Marotta e le premesse per la seconda ricapitalizzazione della sua presidenza, pesante quasi come quella post-Covid. Ecco, Vlahovic per le cifre che si è portato dietro è stato a suo tempo un acquisto fuori tempo, ma certo non un acquisto sbagliato. Poi non è colpa sua se nella sua Juventus ci sono state quattro dirigenze diverse, allenatori di filosofie opposte, compagni non all’altezza di quelli dell’era Agnelli.
Incommentabile la prestazione dell’Italia sperimentale in Lussemburgo, se si vuole andare oltre la retorica sui giovani. Una partita con risultati televisivi pessimi anche se sufficienti con il 21,7% di share a farne il programma più visto della prima serata, a riprova della forza del calcio. Certo davanti a Donnarumma, che vecchio non è, erano tutti giovani ma il problema italiano non è mai stato la produzione di ragazzi interessanti bensì quello di averli protagonisti in club di prima fascia. E in ogni caso questo c’entra poco con il metterne in campo undici che battano la Svezia, la Macedonia o la Bosnia, questo era possibile farlo anche prima. Detto questo ci stupiamo che uno come Chiarodia, che ha chiuso la Bundesliga in pratica da titolare al Borussia Mönchengladbach, non sia un uomo mercato vista la penuria di difensori forti e il fatto che costi un decimo di alcune riserve dell’Atalanta.
Dumfries al Real Madrid era inevitabile per una ragione molto semplice: tutti i giocatori del mondo vorrebbero andare al Real Madrid (per questo sinceri i complimenti dei compagni all'Inter) e lui oltretutto ha la quasi certezza di essere titolare nella squadra che Florentino Perez ridarà a Mourinho, a meno di un improbabile flop elettorale. Detto questo, fa impressione che l’Inter di Marotta perda uno dei suoi migliori giocatori per soli 20 milioni, l’importo della clausola che ha consentito all’olandese di liberarsi unilateralmente. Meno dell’importo speso per una qualunque delle scommesse della scorsa estate, quasi tutte perse (tranne forse Sucic), con una spiegazione tecnica nel fatto che il rinnovo di Dumfries era stato firmato a fine 2024 con il contratto in scadenza, quindi ottenendo una clausola bassa, sempre meglio del niente che l’Inter avrebbe preso senza clausola e senza rinnovo. Il punto è che Marotta si era ridotto a trattare il rinnovo all’ultimo anno, invece di farlo la stagione prima: un errore evidente, per un giocatore di chiaro valore che a un Real in ricostruzione avrebbe potuto piazzare a 60 o anche non vendere. Ma chissà perché gli errori dei dirigenti sembrano ineluttabili, almeno per i media, mentre il linciaggio è riservato ad allenatori e giocatori.
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