Ufficializzando il suo addio al Manchester City dopo 10 anni di successi, peraltro coerenti con i soldi fatti spendere, Pep Guardiola si è messo in una brutta situazione. Perché da adesso ogni panchina italiana libera o in via di liberazione, dalla Nazionale in giù, avrà lui come candidato principale. Almeno per i media che già lo davano in Italia negli anni scorsi, ansioso di lasciare uno dei club più forti del mondo per dare l'assalto all'Europa League. Per l'Italia di Malagò sarebbe quel papa straniero che a volte funziona in ambienti litigiosi e faziosi, facendo lo stesso ragionamento della CBF con Ancelotti (sempre che funzioni). Facile citare Velasco, Rudic, Tanjevic, adesso Quesada, eccetera, ma la realtà del calcio italiano è che dopo i tempi preistorici delle commissioni l'esperimento è stato fatto soltanto con Czeizler e con Herrera, in tandem con italiani (Schiavio e Valcareggi), per poche partite e senza convinzione. Culturalmente accettiamo di non avere i migliori giocatori del mondo, mentre facciamo più fatica con gli allenatori, cioè quelli che davvero vorremmo essere.
In attesa di capire dove alleneranno l’anno prossimo Conte (Nazionale?), Sarri (Atalanta?), Spalletti (Juventus?) e Allegri (Napoli?) possiamo già dire una cosa con assoluta certezza: il fatto stesso che si parli quasi soltanto del valzer, per usare una terminologia anni Settanta, di allenatori quasi sessantenni o settantenni dice tutto dell’autoreferenzialità del calcio italiano che tratta con supponenza non soltanto gli stranieri che fanno bene, da Chivu a Fabregas a Cuesta, ma anche gli italiani più giovani, il Pisacane, i Palladino e i De Rossi della situazione, e considera non ancora pronta al grande salto la generazione di mezzo dei Grosso e degli Italiano. Colpa di dirigenti pavidi, che vogliono andare sul sicuro (“Chi mi può dire qualcosa se fallisco con X in panchina?”) quando poi comunque a vincere è soltanto uno, ma anche di giornalisti troppo legati ai personaggi, dei quali sembrano addetti stampa più che critici.
Le demagogia sui guadagni degli calciatori si scontra con la realtà, visto che i dati pubblicati dall’INPS relativi al 2025 dicono che il 49% dei calciatori che giocano in Italia prende meno di 50.000 euro lordi all’anno, nella sostanza come impiegati ma con carriere che per forza di cose non vanno oltre i 35 anni di età. Interessante è notare che i calciatori, italiani o stranieri, che hanno versato contributo nel 2025 sono la bellezza di 4.291, quindi una media di circa 43 per squadra, e che i ricchi veri, quelli oltre i 700.000 euro lordi, sono 539, il 12,6%, quasi tutti in Serie A. Un bel numero, certo, ma se non apriamo il capitolo del nero, comunque inferiore rispetto a presunti bei tempi, bisogna dire che la maggioranza dei professionisti è giusto sulla linea di galleggiamento.
Addio ad Alfredo Magni, nella storia del nostro calcio come allenatore di un Monza bello e sfortunato che dopo la promozione in Serie B sfiorà per quattro campionati quella in A, più di quarant’anni prima rispetto al Monza di Berlusconi e Galliani, quest’ultimo presentissimo anche nel Monza di Magni e dell’allora presidente Cappelletti. Non si può dire che sia stato un caposcuola, anche se con i parametri di oggi in quella Serie B sarebbe stato considerato un giochista. Da ricordare che la B degli anni Settanta e anche Ottanta era al tempo stesso molto più difficile e molto meno tecnica di quella di oggi, essendo un campionato autarchico (negli Settanta lo era anche la A) con partite di cui a malapena esisteva qualche filmato, non si dice il VAR. Un campionato di cui non a caso più che i giocatori si ricordano bene gli allenatori: Renna, Rosati, Rota, Rumignani, appunto Magni. Bei tempi? Forse perché eravamo giovani, per il calcio meglio oggi.
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