Dal Triplete del 2010 al Doblete dal 2026, dal Cristian Chivu terzino sinistro senza troppo entusiasmo, e con la testa spaccata, nel 4-2-3-1 di Mourinho al Cristian Chivu allenatore dell’Inter quasi per caso ma capace di mettere in fila tanti maestri un po’ bolliti e con la rosa piena, come del resto anche la sua, di acquisti sbagliati. La Coppa Italia conquistata ieri dall’Inter vale ovviamente moltissimo meno dello scudetto, visto che l’unica partita davvero incerta è stata la semifinale di ritorno con il Como, quasi da pazza Inter, ma non è banale: perché tranne il Como tutte le altre squadre da zona Champions sono uscite di scena presto (Milan e Roma addirittura negli ottavi) e perché è la decima nella storia dell’Inter, la terza che viene vinta insieme al campionato dopo quelle del 2006 (con scudetto però a tavolino) e del 2010. Una finale che è stata quasi la fotocopia della partita di quattro giorni prima, con Sarri deciso a fare difesa e contropiede, purissimo pane e salame: un piano saltato per l’assurdo autogol di Marusic e per la serata negativa di tutti i difensori, in particolare di Nuno Tavares. Con il risultato sbloccato la superiore cilindrata dell’Inter non ha avuto poi bisogno di particolari guizzi, ma è giusto ricordare che quasi tutti i nerazzurri hanno finito la stagione in crescendo e questo è al 100% un merito dell’allenatore, che invece su altri aspetti (il mercato, per dirne uno) ha inciso poco. Insomma, per l’Inter dell’autofinanziamento marottiana, nemmeno paragonabile a quella morattiana, una stagione trionfale e difficile da migliorare, se non con uno o due turni passati in Champions, cosa che sarebbe peraltro già stata possibile senza il disastro con il Bodo.
Con la sua sconfitta la Lazio ha fatto felice l’Atalanta, il cui settimo posto a questo punto vale il premio di consolazione della Conference League, e chiuso un torneo giocato con un grande spirito, senz’altro superiore a quello mostrato in buona parte del campionato: 1-0 al Milan, vittorie ai rigori su Bologna e Atalanta, una finale iniziata a giocare troppo tardi, con Noslin (rivitalizzato da quando Sarri ha accantonato Maldini e l’idea adel falso nove) e Dia che avrebbero potuto anche riaprirla. Dopo il derby di domenica, o di lunedì, o di quando sarà (in questo momento tutto è incerto), si penserà al futuro a partire da quello di Sarri: ha un contratto con la Lazio ma anche molto mercato presso chi vuole nascondersi dietro un allenatore ingombrante e di solito amato dai tifosi. Lotito lo saluterebbe volentieri, ma sa benissimo che senza Sarri ogni partita della Lazio sarebbe il festival del ‘Lotito vattene’. Fra l’altro nell’era Lotito, arrivata ormai 2 anni, non era mai accaduto che la Lazio mancasse l’Europa per due stagioni di seguito: una cosa, visti i budget, che potrebbe anche essere un complimento al presidente laziale. Certo è che i tifosi perdonano i fallimenti, ma non il fatto di non essere tifosi. E lui nemmeno è americano… Situazione da monitorare, momento giusto per vendere ed essere anche, magari fra qualche anno, rimpianto.
La storia fra Lukaku e il Napoli si è chiusa male, con il ritorno anticipato dell’attaccante in Belgio consentito da De Laurentiis nella speranza che dopo le cure giochi un Mondiale decente e permetta quindi al club di liberarsi di lui prima dell’inizio dell’ultima stagione di contratto. Inutile ricordare quanto il belga sia stato importante nel quarto scudetto del Napoli e quanto Conte abbia a suo tempo investito su di lui, anche a livello personale. Ma bisogna evitare la narrazione sul ‘Lukaku solito piantagrane’, che sarà quella dominante nel momento dell’addio, perché questa sua stagione è stata condizionata a partire da agosto dagli infortuni, fra i tantissimi della rosa di Conte, dalla morte del padre, dal rientro forzato (da De Laurentiis più che dall’allenatore) a novembre, da carichi di lavoro sbagliati, dall’evidente disparità di trattamento con De Bruyne, in modalità ex più di lui, che la sua riabilitazione l’aveva completata in Belgio. Il resto l’hanno fatto le ottime prestazioni di Hojlund, le opinioni di troppi medici diversi, la freddezza di Conte e di buona parte dei compagni che prima della partenza nemmeno lo hanno voluto incontrare. Rimane un giocatore che soprattutto in Italia ha fatto la differenza e che da sano potrebbe avere in canna un ultimo urrah. Nell'era degli instant team tutto è possibile.
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