Adesso che il ventunesimo scudetto dell’Inter è diventato ufficiale è impossibile scrivere qualcosa di diverso rispetto a quanto fatto dal Guerin Sportivo negli ultimi nove mesi, da tanto che è stata netta la superiorità di questa squadra nella corsa a tappe: schiacciasassi con le medie e le piccole, e nonostante il luogo comune bene anche con le squadre della zona Champions o quasi. Nel minicampionato con Napoli, Milan, Juventus, Roma, Como e Atalanta è infatti in testa insieme al Milan (che però deve ancora giocare una partita con l’Atalanta), nell’altro campionato la superiorità è stata imbarazzante per una squadra centrata più sull'attacco (30 gol segnati più del Napoli secondo in questa classifica...) che sulla difesa, connessa alla tendenza europea anche se con giocatori nella media inferiori a quelli di PSG, Bayern, eccetera.
Terzo scudetto interista dell’era Marotta, terzo dell’asse Bastoni-Barella-Lautaro Martinez, primo dell’era Oaktree e soprattutto primo di Cristian Chivu. Con le statistiche, disponibili dappertutto, la finiamo qui e ripartiamo proprio da Chivu: se Gasperini è stato per la Roma una quarta scelta (cit. Ranieri) Chivu per l’Inter del post-Inzaghi è stato la terza, dopo Fabregas (bloccato da Suwarso) e De Zerbi (idea di Ausilio, bloccata da Marotta). Niente di offensivo, i treni a volte passano e bisogna essere bravi a salirci sopra. Alla vigilia del Mondiale per club l’occasione della carriera, dopo 13 partite in Serie A con il Parma e pochi mesi dopo essere stato a un passo dalla firma con il Südtirol, che però all’ultimo secondo gli aveva preferito Castori. Sliding doors, come per tutti.
Chivu ha preso in mano la rosa più forte, insieme a quella del Napoli, ma anche uno spogliatoio spaccato (Lautaro-Thuram il caso più clamoroso) e tanti giocatori che sembravano a fine ciclo. Lui senza invenzioni tattiche (di suo amerebbe il 4-2-3-1, fra l'altro) è stato bravissimo nel ricostruire i rapporti umani, scelta forzata dopo un mercato che in rapporto ai soldi spesi è stato disastroso, con i nuovi arrivi, con l’eccezione dell’usato sicuro di Akanji e della freschezza un po' sopravvalutata di Pio Esposito, a incidere poco (Sucic), pochissimo (Bonny) o niente (Diouf, Lui Henrique). Nessun cambiamento tattico rispetto al passato, quindi, nessuna invenzione da far gridare al miracolo, ma l’intelligente gestione di un gruppo già forte e il recupero di alcuni singoli, come Zielinski, unito all’accantonamento di altri come Frattesi: tanti altri allenatori, anche più esperti e più celebrati, avrebbero fallito, Chivu no. E con Lautaro Martinez in campo (ma gli infortuni sono una colpa, anche se allenatori e tifosi li ritengono frutto di un complotto degli dei) l’Inter sarebbe probabilmente arrivata a quei quarti di finale di Champions che sono la sua giusta dimensione europea, alle spalle delle corazzate, senza prendere le due miracolose finali in tre anni come un diritto. Certo in Europa Chivu ha fatto molto meglio di Conte e in Italia ha annullato il vantaggio di calendario di un Allegri senza coppe, per non parlare di Gasperini. Per noi l'allenatore dell'anno, in rapporto al materiale umano (soprattutto in difesa), è Fabregas, ma quella di Chivu rimane una vittoria che per un quasi esordiente è enorme, sottolineata da un evidente cambio a livello di comunicazione, abbandonando un po' l'abito del classico finto prete. Fra i giocatori il migliore è stato indubbiamente Dimarco, come straordinario uomo assist, come kicker e come anima identitaria, seguito a poca distanza da Lautaro Martinez, con Akanjii, Barella e Zielinski decisivi in fasi diverse, più altri ad accendersi e spegnersi a seconda del periodo e delle condizioni fisiche.
Scudetto di Marotta se ce n’è uno, il decimo da dirigente (sette quelli con la Juventus), sua personale stella, ma il primo da presidente, sottolineando che con l’Inter ha vinto tre campionati dominati ed è arrivato secondo nei tre in cui (con Juve, Milan e Napoli) se l’è giocata punto a punto. Una filosofia che non si riduce alle operazioni di mercato, che peraltroa volte sbaglia, come le sbagliano tanti dirigenti bravi, ma che è centrata sul credere in un nucleo di giocatori cambiandolo pochissimo di anno in anno, come del resto avveniva nella sua Juventus. L’Inter di adesso ha pochissimi punti di contatto con quella in cui Marotta arrivò nel 2018 (dei giocatori di oggi c’erano Lautaro Martinez e De Vrij, in una squadra allenata da Spalletti) ma ogni anno è stata cambiata pochissimo rispetto alla stagione precedente. Squadra che in prospettiva europea è difficile migliorare senza spendere l'impossibile, ma che fra quelle forti in Italia ha un'identità unica, che quasi si autoalimenta. E questa gliela ha data Marotta, che il calcio ha iniziato a studiarlo non poco fa ad Harvard ma pulendo le scarpe dei giocatori del Varese negli anni Sessanta. Poi è ovvio che nessun tifoso dell'Inter abbia in camera il suo poster, ma i bravi dirigenti rimangono più difficili da trovare rispetto ai bravi giocatori.
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