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Scudetto al Sinigaglia

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© LAPRESSE
I vecchi Thuram e Dumfries, Conte spento, tutti contro Leao, le bordate di Ranieri, il discorso di Spalletti e la Serie A per Malagò

La pazzesca partita di Como ha di fatto consegnato lo scudetto all’Inter, uscita vittoriosa in rimonta contro una squadra che per lunghi tratti, soprattutto nel primo tempo, l’ha dominata per ritmo e quantità di occasioni create. Un’Inter senza Lautaro Martinez, spesso differenza fra il bene e il male, ma capace di reagire alle situazioni negative come raramente le era capitato pur in una stagione come questa, in cui ha segnato gol: 27 più del Napoli, 28 più del Milan, soltanto 19 più del Como che è il secondo migliore attacco della Serie A (e la migliore difesa…). Vittoria fisica, con i Thuram e Dunfries dei tempi di Inzaghi, con le sostituzioni (in particolare Carlos Augusto per Bastoni) azzeccate, con la cattiveria che in altri scontri diretti era mancata. Vittoria che fa passare in cavalleria l’ennesimo rigore creativo di questa stagione e che nulla toglie al lavoro di Fabregas. 

La squadra di Chivu era andata in campo tranquilla anche perché nel pomeriggio un Napoli spento era stato incartato con incredibile facilità dal Parma concreto, con il gigantesco (per dimensioni ma anche per utilità nell'aprire spazi) Elphege unica vera punta, che aveva strappato un pareggio senza bisogno di miracoli di Suzuki. Male i Fab Four del centrocampo, Hojlund spento da Troilo, spento (ed è una novità assoluta) anche Conte che sta riflettendo sul suo probabile futuro azzurro. Dipende soltanto da lui e da quanto pensi che questa squadra sia migliorabile. Intanto dopo lo scudetto un secondo posto senza troppi rimpianti perché gli infortuni sono stati quasi tutti figli della gestione dei giocatori. 

Tutta colpa di Rafael Leao. Il calcio speculativo e ‘basso’, come si dice ultimamente, di Allegri, un calcio in molti casi reso obbligato dalle caratteristiche dei giocatori e dal dovere di proteggere Modric, dopo il tracollo casalingo con l’Udinese ha trovato il suo capro espiatorio ideale nel portoghese più che nelle altre deludenti punte. Nel disastroso 4-3-3 proposto sabato, modulo che ha penalizzato anche Rabiot, Leao è stato prima in mezzo, poi si è spostato sulla sua più congeniale fascia sinistra, ed infine è andato in stato confusionale al punto di scambiare una sostituzione dell’Udinese per la sua (che qualche minuto dopo è arrivata davvero), in ogni caso il pubblico l’ha messo nel mirino e i profeti dello scudetto dei bilancio avranno buon gioco nel giustificare la sua vendita, così come a suo tempo si erano esaltati per la partenza di Theo Hernandez. Tutti bravi a vendere quelli bravi. Ma il calo del Milan era già iniziato da quasi due mesi, dal pareggio con il Como, due mesi in cui qualche fiammata (su tutte la vittoria nel derby) ha nascosto i problemi di una squadra che comunque dovrebbe quasi fare apposta per non arrivare in Champions. 

Chi rimarrà alla Roma fra Ranieri e Gasperini? Le bordate di Ranieri nel prepartita di Roma-Pisa, assolutamente non concordate con i Friedkin, sembrano preparare il suo addio al club al di là dei rapporti con l’allenatore. Definito senza mezzi termini una quarta scelta (Ranieri non ha fatto nomi, ma fra chi ha detto no il primo era Fabregas), oltre che uno che ha preso in mano una squadra che era arrivata a un punto dalla Champions (con Ranieri in panchina, sottinteso), Gasperini certo non avrà gradito ma comunque ha reagito in maniera morbida per i suoi standard. Il punto è però un altro: quella di ‘consigliere’ non può essere una carica, genera soltanto equivoci a meno che uno interpreti il ruolo come l’anticamera della pensione. Da professionisti del senno di poi possiamo dire che se Ranieri avesse fatto la scelta giusta la Roma sarebbe più tranquilla e l'Italia magari sarebbe al Mondiale. 

Battendo a domicilio un’Atalanta sfortunatissima la Juventus ha fatto un passo decisivo verso la Champions proprio poche ore dopo l’ufficialità del prolungamento di Spalletti fino al 2028, quando l’ex commissario tecnico della Nazionale avrà 69 anni. Interessante il discorso che Spalletti ha fatto ai giocatori, dicendo che sono stati loro a convincerlo a rimanere alla Juve: come se avesse chissà quali alternative di questo livello e come se almeno metà di loro non fosse già vicina alla porta di uscita, in molti casi su indicazione di Spalletti stesso. 

La partita per il nuovo presidente federale, che sarà eletto il 22 giugno, ha schieramenti molto chiari e nel fine settimane i vari pontieri e i vari ascari mediatici non si sono riposati, anche perché oggi dall'Assemblea della Lega di A arriveranno parole importanti. La cruda realtà è che Gravina e Abete possono di fatto far eleggere qualsiasi candidato, anche Abete o, per assurdo (sarebbe davvero fantacalcio), un Gravina che cambiasse idea, ma l’idea numero uno rimane quella di Malagò che piacerebbe a tutti i dirigenti dei grandi club, a partire da Marotta per finire con il neo-cooptato (nel circolino) De Laurentiis. Come tutti sanno, Malagò ha contro il ministro dello Sport, Abodi, ma raccoglie consensi in altre parti del governo e anche trasversalmente nelle opposizioni: tutto è ovviamente sfumato e basato su rapporti personali, visto che il Gravina ‘di sinistra’ nasce da una vecchia proposta di candidatura per il PD e dalle critiche di esponenti di destra. Partita aperta, ma con un favorito netto e la certezza assoluta su chi muove i voti: se Malagò prenderà Abete nel modo giusto non avrà rivali.

stefano@indiscreto.net