Il dissing fra Adani e Cagni, con l’eterna contrapposizione fra giochisti e risultatisti, ha radici anche personali, in quella stagione e mezza all’Empoli in cui Cagni allenò un Adani a fine corsa facendolo giocare poco. Inutile ripetere che chi tira in porta 20 volte a partita ha di solito più chance di chi tira 7 volte, ma anche che molto spesso difendersi non è una scelta a tavolino pur se così viene spiegata a posteriori (“Li abbiamo lasciati sfogare”, "Li abbiamo aspettati", e idiozie del genere), interessante ricordare che nella Serie A di meno di 20 anni fa una squadra senza una proprietà ricca alle spalle, con giocatori quasi soltanto italiani e quasi nessuno di primo piano (fra i titolari l’unico straniero era Almiron), sia arrivata settima qualificandosi per la Coppa UEFA. Giocando per gran parte della stagione con il 4-3-3 amato da Adani, il modulo presunto ‘europeo’ (qualsiasi cosa voglia dire), interpretato con grande attenzione dai vari Pratali e Marzorati ma certo non il calcio pane e salame mitizzato da chi sfotte gli allenatori capaci preferendo i mestieranti da conferenza stampa.
Il calcio italiano è virtualmente fuori anche da Europa e Conference League, ma al di là del risultato simile le prestazioni di Bologna e Fiorentina sono state di livello enormemente diverso. La squadra di Italiano ha contro l’Aston Villa, quarto in Premier League, giocato un primo tempo clamoroso e in sostanza si è buttata via per errori individuali, da Ravaglia a Heggem, vanificando la buona prova collettiva e la serata di grande ispirazione di Rowe. Poco da dire, se non che il monte ingaggi lordo della squadra di Emery è più del triplo di quella del Bologna: a molti non piace ascoltare questi discorsi, ma è come far combattere un mediomassimo contro un welter. Impresentabile sotto ogni profilo la Fiorentina di Londra, pur penalizzata da un rigore dubbio e dall’assenza di Kean: certo è più importante rimanere in Serie A che andare nella semifinale di una Conference che il Crystal Palace può soltanto perdere, ma sono i discorsi provinciali che si sentono anche per le deluse di Champions.
Dopo il disastro di Zenica nell’immaginario collettivo il futuro azzurro di Leonardo Bonucci sarebbe dovuto essere legato a quello di Gattuso e Buffon, ma così non sarà. Perché quello che nelle otto partite azzurre di Gattuso c.t. è stato l’allenatore della difesa, quasi tipo football americano, con esiti peraltro modesti, vorrebbe continuare all’interno della FIGC un percorso iniziato da assistente di Corradi nell’Under 20, al di là del fpiccolo dettaglio che ancora non abbia il patentino per fare il capo-allenatore nel calcio professionistico. Il campione d’Europa con Mancini (estate 2021 e non 1921, va ricordato sempre) ha annusato l’aria favorevole agli allenatori federali? Realisticamente pensa di poter entrare nello staff azzurro agli ordini di Conte, visto che lo stesso Conte l’anno scorso gli aveva proposto di raggiungerlo al Napoli.
Il miglior arbitro italiano è Maurizio Mariani. A dirlo è anche Collina, che lo ha scelto fra i 52 (ovviamente record, viste le 104 partite totali) per il prossimo Mondiale. Dove gli italiani, a meno di un ripescaggio della Nazionale che sarebbe ai confini della realtà, saranno quattro: gli assistenti Bindoni e Tegoni, Di Bello al VAR e appunto Mariani. Che non a caso è uno dei tre arbitri italiani del gruppo UEFA Elite, cioè il massimo in Europa, insieme a Guida e Massa. Dai quali Mariani si differenzia, come stile, per una maggiore severità nella gestione dei cartellini e delle proteste. A dirla tutta, secondo noi fra gli arbitri bravi Mariani è forse quello con la maggiore propensione al rigorino all’italiana. Comunque buona scelta e per lui la consacrazione di un Mondiale.
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