Lautaro Martinez ha fatto capire contro la Roma quanto il mese e mezzo senza di lui, dopo l’infortunio di Bodø, sia pesato nella stagione dell’Inter. Un’eliminazione dalla Champions contro una squadra organizzata ma nettamente inferiore, la scoperta dei limiti degli altri attaccanti in partnership fra di loro e non con l'argentino, la riapertura del discorso scudetto, soprattutto un pessimismo cosmico giustificato dal momento fisico (Barella, Dimarco, Bastoni, Calhanoglu) e psicologico (Bastoni) di alcuni giocatori chiave, oltre che dal marketing editoriale (a chi interessa un campionato finito? Nemmeno a chi scrive, figurarsi a chi legge). La travolgente vittoria di Pasqua sulla Roma va letta al di là del risultato, visto che per un tempo, visto al pazzesco gol di Calhanoglu in stile Pirlo-Super Tele, le due squadre si sono equivalse, con la sintesi data da una domanda: questa Inter è davvero alla fine di un ciclo? Una bella fine, con lo scudetto, ma pur sempre una fine. Dipenderà tanto da Marotta: se è vero che si è tirato fuori dalla corsa alla presidenza alla FIGC, suo finale di carriera più volte sognato, è ovvio che anche la prossima Inter avrà la sua mano, E la base ideologica del marottismo, ben diverso dal morattismo, non è il grande colpo di mercato (quest’anno li ha sbagliati davvero tutti, fra l’altro) ma proprio il suo contrario, cioè il cambiare poco e creare un ambiente che funzioni con il pilota automatico. Cioè quello che sta tenendo a galla l’Inter adesso.
Da commissario tecnico in pectore, qualunque sia il nuovo presidente federale (a seconda dei nomi, da Malagò in giù, cambiarebbe soltanto il piano B), Antonio Conte si gode il grande finale di stagione del Napoli, alla quinta vittoria consecutiva. Battendolo di corto muso ma dopo aver dominato supera al secondo posto un Milan che non ha mai tirato in porta, un Milan meno brillante delle conferenze stampa di Allegri e che ha aggiunto qualche elemento al dibattito sui modelli che il calcio italiano dovrebbe copiare, tipo quello tedesco che ha prodotto un centravanti titolare della nazionale come Fullkrug (33 anni, oltrettutto). Sarà peggio di Kean? Amarissimo, come quello di Barella, il gol di Politano, ricordando una partita che non riusciamo a toglierci dalla testa. Tornando a Conte, la corsa per la Nazionale è ancora lunga e lui è stato onesto nel non chiamarsi fuori da una situazione più contiana che mai, cioè un disastro sportivo con un gruppo di giocatori però molto migliore di come viene descritto.
Non siamo cultori delle statistiche e nemmeno amiamo copiarle, quindi andiamo a memoria: non ci ricordiamo un turno di di campionato di Serie A in cui tutte e cinque le ultime cinque della classifica abbiano perso: il calcio delle rose mostruose, per quanto sbagliate, e delle cinque sostituzioni, con lo scorrere della stagione non fa prigionieri. Molto più interessanti le novità arrivate dalla lotta per il mitico quarto posto da Champions, feticcio degli sventolatori di bilanci e di dirigenti che poi ti dicono che la Champions, quando ne escono subito, non è importante. Lo stop del Como a Udine, la vittoria della Juventus sul Genoa, il crollo della Roma a San Siro e il successo dell’Atalanta a Lecce dicono che l’interesse sarà vivo fino alla fine, anche se a fare notizia è più di tutto la Roma, piena di infortunati (una colpa, non una disgrazia) e guidata da un Gasperini che potrebbe accettare tutto ma non di essere sorpassato da un’Atalanta che ha iniziato il campionato con due mesi di ritardo. Assurdo fare congetture senza sapere quale Europa ci sarà: certo dal punto di vista dei Friedkin è più conveniente puntare su un allenatore da progetto, come tuttora è percepito Gasperini, che rifondare totalmente una squadra che con tutti sani è di livello simile all’Inter. Da seguire la situazione dirigenziale, visto che dei rinnovi si sta occupando Massara che non è in grande sintonia con Gasperini, che per le regole UEFA molti soldi non possano essere spesi e che la vaghezza del ruolo di Ranieri da settimane ha cominciato a pesare su Gasperini, scenario che era così così ovvio da non essere nemmeno quotato. Con sliding doors banali adesso Ranieri guiderebbe l'Italia al Mondiale e Gasperini sarebbe meno nervoso, anche se probabilmente con la stessa classifica.
Fra le tante discussioni surreali generate da Italia-Bosnia una delle peggiori è quella riguardante il premio che i giocatori azzurri avrebbero chiesto alla FIGC in caso di qualificazione al Mondiale: 300.000 euro niente meno. Ma era un premio che Gravina aveva previsto senza richieste specifiche: parliamo di 10.000 euro a testa, niente per un calciatore di Serie A e meno di niente paragonato all'importanza di un Mondiale anche per i contratti. Di più: questo premio aggiuntivo o supposto tale è (sarebbe stato, purtroppo) molto simile al normale gettone di presenza che viene dato agli azzurri per ogni convocazione. La spiegazione finanziaria del disastro non regge, senza dimenticare l'aspetto umoristico del tutto: se Kean o Dimarco non avessero segnato il 2-0, o se Donnarumma non avesse parato il primo tiro di Dzeko, adesso saremmo reduci da un a settimana di esaltazione del grande cuore e del grande attaccamento alla maglia degli azzurri.
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